Algis Budrys - Morte dell'utopia

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Il pavimento del mondo è increspato come il fondale di un oceano. Il sole al tramonto inchiostra d’ombra violetta ogni increspatura. Le dune riempiono il mondo fino agli orli. E su questo pianeta che non è la Terra, un uomo insegue l’amsir, la grande bestia alata, per ucciderla. Perché gli uomini hanno sempre fatto cosi, da che il tempo è iniziato all’ombra della Spina. Ma per Honor White Jackson qualcosa cambia all’improvviso: l’amsir parla, e scaglia dardi. Forse, allora, la realtà non è soltanto quella di cui ha sempre parlato l’Anziano... Cosi inizia Morte dell’utopia, uno dei romanzi più originali, magici e inquietanti della fantascienza moderna, scritto da un maestro del genere, Algis Budrys.

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«Scoprirai che siamo più svegli della tua specie. Come devo chiamarti?», chiese. «“Diavolo bagnato” è troppo rispettoso, e “Uomo” è ambiguo. Quale è il tuo nome personale?». Be’, se non era il loro Anziano, era un equivalente.

II

«Il mio nome è Honor Red Jackson», disse lui al vecchio amsir accovacciato. Forse non era poi tanto vecchio. E non era esatto neppure dire che era accovacciato: stava chino, con le gambe piegate, e appoggiava parte del peso sulle punte delle ali.

«Hanno un complesso sistema di nomi», disse prontamente un altro amsir, vecchio e più magro. C’erano parecchi amsir nella stanza, incluso uno che aveva l’aria di essere un dottore. Quest’ultimo si fece avanti e gli sbirciò il gomito. Poi cominciò a esaminarlo, rigirando le ossa nude e spolpate d’un braccio umano che teneva in una mano. Jackson si augurò che capisse in fretta cosa doveva fare per estrarre il dardo.

«Honor indica la sua posizione nella comunità», stava ancora spiegando quello magro. «Significa che vive esclusivamente dando la caccia a esseri come noi. Red significa che, oltre a essere cacciatore, ha adempiuto anche il compito opzionale di uccidere un essere della sua stessa specie. Jackson vuol dire semplicemente che è figlio di un altro maschio di nome Jack. Per essere così poco numerosi, hanno una sorprendente varietà di rituali. Non so immaginare come distinguano due fratelli dall’identica posizione sociale… Con questo, non dico che non lo facciano. Sono sicuro che li distinguono».

L’Anziano amsir borbottò a quello magro: «Ti prego, non fornirmi altre etichette. Forse loro dovranno distinguere, ma noi non ne abbiamo mai tanti da doverlo fare. Dimmi che cosa è, non che cosa rappresenta».

«Te lo sto appunto dicendo. È significativo che sia così giovane, che abbia le cicatrici recenti di un combattimento con uno della nostra specie, il che indica che ha ucciso uno dei nostri, e poi le cicatrici ancora più recenti del combattimento con uno della sua specie. Questo è strano, ed è avvenuto prima che compisse un gesto ancora più strano e si arrendesse volontariamente». L’amsir magro guardò Jackson con fierezza, come se l’avesse portato lì lui.

«Più è strano, meglio è», scattò l’Anziano. «Con quelli normali non abbiamo avuto fortuna».

«È esattamente quel che intendevo», ribatté il consulente.

«E allora perché non l’hai detto subito?».

«Pfah! L’ho detto».

«Soltanto dopo. Esci. Attendi che ci sia bisogno di te». L’Anziano indicò con la testa la porta, e l’istruttore uscì. L’Anziano rivolse tutta l’attenzione verso l’estremità della stanza in cui si trovava Jackson. «Tu, dottore… Avanti». Si avvicinò di qualche passo; non sembrava più vecchio, adesso che era meglio illuminato dalla luce che entrava dalle strette feritoie della Spina. Le trine sbrindellate e l’ala accartocciata, notò Jackson, erano ridotte così a causa di qualche lesione. Era coperto di cicatrici e di chiazze. Sembrava che fosse stato preso e sbattuto con forza contro qualcosa di molto duro, che avesse perduto molti brandelli di pelle e si fosse fratturato parecchie ossa. Ma appariva autorevole come un Anziano, e questo turbava Jackson. Non gli andava l’idea che qualcuno fosse tanto carogna, lì dentro, da essere un Anziano, e nel contempo non fosse neppure un po’ rimbambito.

«Tu, Jackson… Io sono superiore a tutti gli altri, qui. Nessuno degli esseri della mia specie ti dirà che abbiamo tempo, quindi dammi risposte svelte e precise. Mi è stato riferito che tu eri pronto ad arrenderti quando ti ha trovato il giovane che sta accanto alla porta. Questa è una cosa nuova. Spiegati».

Il dottore posò una mano sul bicipite di Jackson, l’altra sull’avambraccio, e strinse nel becco l’estremità piumata del dardo piantato nel gomito. I suoi artigli strusciarono sul pavimento metallico per far presa.

Jackson pensò che fosse meglio non badargli. «Non mi piaceva dove stavo», disse all’Anziano. «Ho deciso di andare a scoprire quali erano le menzogne. E magari di inventarne altre tutte mie, se fosse stato necessario».

«Pfu. Le menzogne richiedono vita. Tu non vivrai».

«Vivrò fino al momento in cui morirò. Oh, diavolo!», urlò, quando il dottore ritrasse la testa di scatto, torcendogli il braccio. Il dardo si sfilò dalla ferita, restò appeso per un istante nel becco del dottore, fino a quando questi non lo lasciò cadere. La mano si chiuse alla meglio sopra il gomito: le dita dell’amsir non erano abbastanza lunghe per cingere il braccio. Jackson cercò di aiutarlo, mentre la vista gli si offuscava.

«Io credo che tu pensassi di poter dare la caccia a noi come noi la diamo a voi», disse l’Anziano. «Credo che fossi convinto che c’era un altro mondo dove gli esseri come noi erano le prede. Credo che pensassi di conoscere un modo di procurarti la roba da respirare. Sei giovane. I tuoi giudizi sono romantici. Credevi che, siccome eri un po’ strano e facevi paura ai tuoi simili, avresti fatto paura anche a noi».

Jackson continuò a stringersi il braccio, barcollando ad occhi chiusi. Ma aveva lo spazio sufficiente, dentro, per pensare quanto era meraviglioso il fatto che tutti , amsir inclusi, credevano di sapere tutto solo perché sapevano qualcosa.

«Bene, non è affatto così, essere», continuò l’Anziano, mentre il dottore stappava una boccetta di pietra, piena di qualcosa che sembrava acqua ma bruciava come il fuoco sul gomito insanguinato, e poi cominciava ad avvolgere una lunga, stretta striscia di pelle sottile attorno al braccio, dalla spalla al polso. «Sotto certi aspetti, tu stai a noi come gli esseri come noi stanno a voi. Noi non possiamo respirare la sostanza che c’è intorno ai vostri campi. Ad ogni boccata si assorbe il pulviscolo di quello che voi coltivate. Moriamo, bellamente, diresti tu, al primo respiro. I nostri muscoli si contraggono fino a spezzare le ossa, la spina dorsale si frattura, una lanugine verde riempie i nostri polmoni. Almeno così dicono i nostri istruttori, perché da moltissimo tempo non abbiamo più tentato di farlo.

«Ah! Noi moriamo se respiriamo l’aria che passa sulla roba che voi mangiate. Questo è ciò che mangiamo noi». Tese un’ala, indicando un angolo dov’era ammucchiata la sostanza azzurra e friabile che Jackson aveva visto nei campi. «È roccia. È il nutrimento per le creature delle ali e dello spirito. Tu puoi mangiare la roccia? Nessuno della tua specie c’è mai riuscito. Morirai bellamente. Il tuo stomaco si contrarrà, le ossa spunteranno dalla pelle. Verso la fine cercherai di azzannarci, e noi ti cacceremo a calci. Morderai te stesso. Tenterai di ritornare alla tua Spina velenosa, e noi ti rimanderemo a calci al tuo lavoro. Vivrai in tutto trenta giorni, forse, o forse meno. Forse forse vivrai un po’ di più. E forse forse forse sarai di nuovo felice prima di morire. Dipende: se saprai fare le cose in fretta e bene. Dipende: da quanto sei strano, e soprattutto se sarai più fortunato di tutti gli altri esseri della tua specie che abbiamo avuto qui. E adesso», concluse, indicando con la testa il braccio fasciato di Jackson, «tra quanto credi di poterlo usare per lavorare?».

Jackson provò ad alzare il braccio. Pulsava dolorosamente, e sembrava fatto di una stecca massiccia d’osso. «Grazie, dottore», disse all’amsir che se ne stava in disparte e l’osservava con aria critica.

Jackson tentò di muovere la mano. Non ci riuscì. Cominciò a batterla contro la coscia, per ristabilire la circolazione nelle dita. «Che genere di lavoro?», chiese all’Anziano.

«Te lo mostrerò». L’Anziano indicò la porta. «Svolta a destra, appena uscito».

III

Jackson obbedì. L’Anziano e il giovane che l’aveva catturato lo seguirono. Anche il dottore fece per andargli dietro, ma l’Anziano voltò la testa e disse: «Tu no». Il dottore si affrettò a girare su se stesso e si diresse frusciando verso la luce, nella direzione da cui era entrato Jackson.

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