Algis Budrys - Morte dell'utopia

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Il pavimento del mondo è increspato come il fondale di un oceano. Il sole al tramonto inchiostra d’ombra violetta ogni increspatura. Le dune riempiono il mondo fino agli orli. E su questo pianeta che non è la Terra, un uomo insegue l’amsir, la grande bestia alata, per ucciderla. Perché gli uomini hanno sempre fatto cosi, da che il tempo è iniziato all’ombra della Spina. Ma per Honor White Jackson qualcosa cambia all’improvviso: l’amsir parla, e scaglia dardi. Forse, allora, la realtà non è soltanto quella di cui ha sempre parlato l’Anziano... Cosi inizia Morte dell’utopia, uno dei romanzi più originali, magici e inquietanti della fantascienza moderna, scritto da un maestro del genere, Algis Budrys.

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Non si preoccupava troppo dell’eventualità che lo trovassero, un po’ perché non c’era abbastanza gente per cercare davvero, e un po’ perché, chiunque fosse a trovarlo, ce ne sarebbero voluti più di uno o due. Quasi sempre se ne stava lì e sognava. C’erano tante cose, lì nel deserto, giavellotti, Honor morti, e molto probabilmente anche alcuni amsir morti, trafitti da Honor feriti, senza che nessuno potesse indicare dov’erano, se gli Honor non ce la facevano a ritornare al villaggio. Sognava tutti, quegli uomini morti, sotto la sabbia con lui. A giudicare dal modo in cui aveva parlato l’Anziano, le cose continuavano da molto tempo ad andare come stavano andando ora. E in quel tempo, molti giavellotti metallici e molti Honor morti dovevano essere finiti nascosti lì intorno. Se fosse stato possibile coltivare quella campagna così ben concimata, chissà quanti giavellotti si sarebbero ottenuti!

Ma non puoi coltivare niente quando non puoi respirare; e se sei un contadino, conosci un modo solo di respirare. Bene, pensò Secon Jackson, in quanto a questo, se sei un Honor conosci un solo modo di respirare. Se fossi un amsir probabilmente non ne sapresti di più. Oh, un uomo poteva trovare due, tre modi diversi di procurarsi aria e acqua, ma non era questo che lui intendeva con il suo sogno.

Non osava muoversi molto. S’era dato molto da fare per cancellare le sue tracce, e c’erano abbastanza increspature sulla sabbia, in modo che, anche quando non udiva i chucka-chucka , c’era una specie di sibilo nelle sue orecchie. Una dozzina di dozzine di dozzine di dozzine di granelli di sabbia, pensò, aridi come la vita, che si strofinavano l’uno contro l’altro. Vide se stesso galleggiare sulla sabbia, e sprofondare e sprofondare. Mosse un mignolo, e per lo spessore di un granello di sabbia il mignolo affondò ancora di più. Dello spessore di un granello di sabbia che si spostava sotto di lui e riempiva lo spazio sopra di lui, era più vicino a sprofondare dove si arrestava la profondità. Potrei galleggiare, pensò, potrei galleggiare qui a lungo, ma affonderei poco a poco.

Cos’è questa roba? Polvere. Niente. Fuori, al limitare dei campi, oltre i confini d’erba del villaggio, saliva come un fumo nell’aria, come una speranza, e poi si attorceva su se stessa, salendo e diradandosi, così fine che potevi passarci in mezzo quasi senza accorgerti che c’era, e potevi vederla solo di taglio, quando ne attraversavi il centro. Poi acquisiva sostanza… Una linea sottile, giallosporco, che s’incurvava in un arco e probabilmente arrivava poco sotto la griglia in cima alla Spina, ma si disperdeva, e non era più visibile a quell’altezza. Così rarefatta da poterla bere.

Chucka-chucka-chucka. Qualcuno si stava avvicinando, ma ad angolo. Secon Jackson lo capiva perché i suoni non diventavano più forti con tanta rapidità, mentre battevano sulla sabbia. Qualcuno che correva: un Honor convinto di trovare Secon Jackson da un momento all’altro.

Si chiese che cosa stesse dicendo l’Anziano ai contadini, per spiegare cos’era accaduto a Secon Jackson. Si chiese se l’Anziano si sarebbe preso il disturbo di dire qualcosa… Sapevano tutti che Secon Jackson era pazzo; o, se anche non lo sapevano, adesso l’avrebbero capito. Si chiese che cosa pensava l’Anziano. Doveva essere trascorso molto tempo da quando un altro Honor aveva abbandonato il suo banchetto, molto tempo da quando l’Anziano aveva ritenuto di doversi domandare che cosa stava facendo qualcuno. Secon Jackson sorrise cautamente, con la sabbia che gli mormorava sulle labbra, e continuò a sognare.

Sognò per il resto del breve pomeriggio, e nel crepuscolo. Quando fu buio e freddo, e furono trascorse tre dozzine di parti di un giorno da quando aveva dormito, scivolò fuori dalla sabbia. Cribbio, pensò guardando la notte, spero di sapere bene quello che faccio.

Cominciò a incamminarsi verso l’orlo del mondo. Si sentiva un po’ appesantito.

Di tanto in tanto appoggiava la faccia al suolo e di tanto in tanto poteva sentire il suono della corsa degli Honor, chucka-chucka , in distanza. Solo perché non riuscivano a immaginare qualcosa d’altro, stavano incrociando avanti e indietro attraverso la linea lungo la quale il suo amsir l’aveva condotto il giorno prima. E avevano ragione, perché lui si era diretto da quella parte. Pensava che forse gli amsir tornavano sempre a quella linea, alla fine, quando avevano attirato gli Honor abbastanza lontano dalla Spina. Ma lui non era un Honor stupido. Per il momento era diretto secondo un angolo diverso, e copriva più terreno di quanto potevi coprirne se avevi solo una bolla usata d’acqua e intendevi ritornare alla Spina.

L’aveva fatto di proposito. Li immaginava mentre confabulavano e concludevano che lui non sarebbe mai andato a uno dei rubinetti della Spina. Li immaginava mentre concludevano che non potevano capire cosa diavolo aveva pensato lui, per andarsene in quel modo. Aveva immaginato che non l’avrebbero creduto, quando era passato davanti a una fila di casupole, e poi davanti alla seconda un po’ più lontana, e poi davanti alla terza, e poi fuori, nel campo più vicino, e in quello successivo, e così, sempre avanti. Non potevano crederlo; quando era sparito alla vista della gente intorno alla Spina, coperto dalle case che stavano fra lui e loro, immaginava che non avrebbero creduto che lui non si sarebbe fermato appena fuori di vista. E invece l’aveva fatto; se ne era andato, senza provviste sufficienti, se ne era andato senza mangiare, e ora era avviato nella direzione sbagliata, e quelle erano le sole ragioni per cui se ne era andato.

Be’, no, pensò Secon Jackson. Se ne andava perché poteva immaginarli, mentre loro non potevano immaginare lui. Non avrebbero mai potuto immaginare quello che voleva. In quanto a questo, non lo poteva immaginare neppure lui. Ma poteva cercare di raggiungerlo.

Il dardo di Red Filson lo colpì al gomito.

Lo fece roteare su se stesso e lo stese a terra e gli mise fuori uso il braccio sinistro. Balzò via, gettandosi da un lato, senza sapere ancora contro chi stava combattendo; sapeva, solo perché gli rotolava sopra, che nel suo gomito era piantato un dardo e non un giavellotto.

Adesso il trauma lo stava squassando. Era così tremendo che si sentiva irrigidita persino la nuca. Non aveva mai subito un colpo simile in tutta la sua vita. Poi vide la sagoma d’uomo balzare verso di lui. Era Filson. Giorno fortunato, pensò Jackson.

«Peccato, Honor», disse Filson, preparandosi a trafiggerlo. Era svelto, svelto quanto Jackson l’aveva sognato, e Secon Jackson poteva solo sperare di essere svelto quanto aveva sognato di essere lui stesso. Si portò fuori tiro dal primo balzo, ma non riuscì a piantare saldamente i piedi. Quando tentò di voltarsi, il braccio sinistro inerte gli urtò il ginocchio. Cadde di nuovo, come se l’avesse colpito Filson. Era come battersi in un sogno.

Filson era efficiente. Era come i racconti delle vecchie. Jackson si buttò in avanti, sulle ginocchia, sapendo esattamente che quel movimento l’avrebbe spinto entro la portata del calcio di Filson, e sapendo esattamente cosa avrebbe cercato di fare a Filson, poi. Ma Filson gli sferrò egualmente un calcio. E Jackson cadde di nuovo.

Aveva il bastone da lancio, ma non aveva nessuno dei suoi dardi. Il massimo che poté fare era afferrarsi il polso sinistro e graffiare il fianco di Filson, usando la testa del dardo che spuntava dal gomito. Forse aveva anche tagliato leggermente l’altro (gli sembrava di aver sentito la punta intaccarsi per un momento), ma era una difesa ben misera, no? Sferrò un colpo a Filson con il bastone e lo mancò; lo lasciò cadere, afferrò una manciata di sabbia, la gettò in faccia all’altro, ma sembrò che non avesse effetto. «Ragazzo, che guaio hai combinato», disse Filson. «Ti avrei scelto come la mia migliore guardia, quando fossi diventato Anziano. A tua madre sarebbe piaciuto. E adesso, guarda cosa stai facendo alla tua famiglia».

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