Frederik Pohl - Il lungo ritorno

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Sono gli Hakh’hli. Sono alieni. Si nutrono di carne umana. Il lungo viaggio nello spazio era alla fine. Sandy, l’umano cresciuto su un’astronave degli extraterrestri Hakh’hli, era pronto al ritorno sulla Terra. Gli alieni erano animati dalle migliori intenzioni.. Solo la scienza Hakh’hli poteva risolvere il problema di trasformare i pianeti. I terrestri avevano bisogno di quel contatto. Ma c’era da fidarsi?

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— Perché, tu hai avuto modo di vederla? — domandò subito Sandy con curiosità.

— Ma certo — rispose MyThara in tono cordiale. — Era molto bella. Per un terreftre, naturalmente. Credo che tu le affomigli abbaftanza.

Sandy le rivolse un’occhiata carica di scetticismo. — Che cosa intendi dire? Lei è così magra, mentre io sono grasso!

— Tu non fei graffo, Lifandro. È folo mufcolo.

— Ma guarda la differenza che c’è fra me e lei!

— Certo che vi è una differenza. La differenza è che tu fei cresciuto qui fulla noftra nave, e la gravità terreftre corrisponde a foli otto dodicesimi della noftra. Fe tua madre foffe crefiuta anche lei fulla nave, farebbe ftata fenz’altro molto più groffa.

— Certo — disse Sandy assumendo un’aria seria. — Capisco perfettamente, ma…

A quel punto MyThara perse la pazienza. — Fandy! — sbottò. — Non credere che non mi fia refa conto di ciò che ftai tentando di fare!

— Scusami? — domandò Sandy lanciandole uno sguardo innocente.

La vecchia tutrice arricciò il naso, dispiaciuta. Sembrava stanca e delusa. — Oh, Lifandro — disse con voce triste. — Come hai potuto?

— Mi chiamo Lisandro — ribatté Sandy, solo per ferire i sentimenti di MyThara.

— Fcuvami — disse MyThara con rabbia, sforzandosi per far uscire il suono giusto. — Voglio dire, scusami. Sono piuttosto stanca, caro Lisandro, ma sono anche molto delusa. Posso raccontarti una ft… una storia?

— Non vedo proprio come potrei impedirtelo — rispose Sandy.

MyThara gli rivolse uno sguardo triste, ma cominciò comunque la sua storia. — Una volta, tanto tempo fa, quando avevo ancora solo metà coda, fuggì una regina di ape-falco. Quefta regina riuffì a nafconderfi fra le pareti e a deporre le fue uova, e cofì fece un fuo nido nella nave del quale neffuno fapeva nulla. — Stava nuovamente iniziando a sbagliare la esse, ma Sandy non ebbe il cuore di farglielo notare. — Pofò anche un uovo di regina, e quando quefto fi fchiuse la nuova regina volò via e fece naffere un altro nido, fempre all’infaputa di tutti. Neffuno fapeva niente di quefti nidi, ma tutti ftavano inifiando a lamentarfi per la prefenza di tutte quelle api. Da dove vengono tutte quefte api-falco? fi chiedevano. E come fanno a fopravvivere, vifto che non ci fono infetti qui?

Si concesse una pausa, assumendo un’espressione particolarmente intensa.

— Poi, un bel giorno, il pilota della nave voleva fare una correzione di rotta. Inferì il comando nell’apparecchiatura di controllo centrale… e quefta non rifpose! La nave non cambiò rotta!

— Caspita — commentò Lisandro.

La tutrice agitò la lingua con fare solenne. — Cafpita veramente — disse. — Naturalmente, a quel punto è entrato in azione il fiftema aufiliario, e il cambiamento di rotta è ftato comunque effettuato. Ma quando i tecnici fono andati a controllare l’apparecchiatura centrale, hanno fcoperto che vi era dentro un nido di api-falco! Il nido aveva caufato un corto circuito. A quel punto, Fandy, non ti immagini neanche quanto abbiamo dovuto faticare, per diverfi dodigiorni, a controllare ogni palmo dei condotti di ventilazione, oltre a tutti i paffaggi! Fummo coftretti a lavorare tutti quanti per un dodicesimo in più ogni giorno finché non abbiamo ripulito tutto ed eliminato anche l’ultimo dei nidi delle api-falco. Capifci la morale di quefta ftoria?

— Certo — disse Sandy prontamente. — O forse no. Non esattamente. Qual è?

Prima di parlare, MyThara toccò il braccio di Sandy con la punta della lingua. — La morale — disse — è che anche le cofe buone poffono danneggiare fe vengono fatte in fegreto. Capisci che cofa intendo?

— Certo — disse Lisandro, sicuro del fatto che glielo avrebbe comunque spiegato.

— Certo che lo fai — sottolineò la tutrice. — La morale è che non devi mai nafcondere un fegreto ai tuoi fuperiori.

Sandy rifletté per un attimo su quest’ultima frase. — Loro però nascondono dei segreti a noi — obiettò. — Non ci hanno mai detto per quale motivo non possiamo più vedere Teseo e gli altri.

— Ma è molto diverfo, non trovi, Lifandro? Voi non avete bifogno di fapere certe cofe. Adeffo almeno non ne avete bifogno, e fe un giorno ne avrete bifogno vi verrà fenz’altro detto. Gli Anziani invece devono fapere tutto, perché alla fine fono loro quelli che devono prendere le decifioni. Non è forfè vero, Lifandro?

— Certo — rispose Lisandro. — Io non prendo mai nessuna decisione. — Tuttavia, non gli sarebbe poi dispiaciuto prenderne qualcuna, almeno ogni tanto.

— Bene — disse infine MyThara. — Allora, quando io non ci farò più, fpero che ti ricorderai ciò che ti ho infegnato.

— Certo che ricorderò — replicò lui, poi si rese improvvisamente conto di quanto gli era stato appena detto. Le rivolse uno sguardo a metà fra l’arrabbiato e l’allarmato. — Che cosa intendi quando dici che non ci sarai più? — le domandò con tono serio.

MyThara mosse un poco la mascella nell’equivalente di una scrollata di spalle umana. — I tecnici del Laboratorio Genetico mi hanno appena riferito che la mia ultima partita di uova era quafi tutta fterile. Ho ricevuto l’ordine di prefentarmi a un’efame di idoneità fifica.

Lisandro rimase sconvolto. — MyThara! — esclamò. — Non possono farti una cosa del genere!

— Certo che poffono, Lifandro — disse la hakh’hli con calma. — E temo anche che non pafferò l’efame, mio caro, e quefto fignifica che andrò a finire nella vafca dei titch’hik.

E naturalmente era proprio così: potevano farlo. Quella sera, quando Lisandro si accucciò per dormire assieme ai suoi compagni di coorte, i suoi pensieri non si concentrarono come al solito sull’imminente sbarco sulla Terra o sulle femmine terrestri succintamente vestite. Al contrario, i suoi pensieri erano molto tristi. MyThara aveva sempre fatto parte della sua vita, e non gli piaceva affatto l’idea che venisse terminata.

Ora l’avventura non gli sembrava proprio più così divertente.

5

La grande astronave hakh’hli è alimentata da tre propulsori principali. Ognuno di questi propulsori è in grado di spingere la nave attraverso lo spazio a 1,4 g. Tuttavia, per una questione di semplice prudenza da parte degli ingegneri, ciò avviene assai raramente. In condizioni normali, la nave si sposta grazie all’apporto di due di questi propulsori usati al 50 per cento delle loro possibilità. Il terzo propulsore rimane quindi disponibile per i lavori di manutenzione o per eventuali, anche se rarissime, riparazioni. Il vantaggio fondamentale dei propulsori a materia anomala è che non esauriscono mai il loro carburante. Il problema casomai è l’opposto. La materia anomala, infatti, tende a riprodursi. Quando si introduce una molecola di materia normale all’interno di una massa di materia anomala, questa materia si converte, diventando anomala a sua volta. Questo però non significa che se si lascia cadere una goccia di materia anomala sulla superficie del pianeta Terra tutto il pianeta si trasformerà in materia anomala; il processo non è così semplice. La materia anomala infatti tende inevitabilmente a respingere la materia ordinaria. Per superare la forza di questa naturale repulsione, le particelle di materia ordinaria devono essere letteralmente sparate dentro la materia anomala con grande energia. Nei motori dell’astronave hakh’hli, questo processo avviene spontaneamente, e di conseguenza più strada la nave percorre, più “carburante” accumula. I blocchi di materia anomala che si trovano all’interno dei propulsori della nave hanno ora una massa superiore di sei volte rispetto alla loro massa iniziale. E dato che ora pesano così tanto, ne consegue inevitabilmente che vi è molta più massa da accelerare e da decelerare. Questo naturalmente significa che vi è bisogno di un quantitativo di energia maggiore per farlo, e di conseguenza i blocchi di carburante diventano sempre più grandi con un tasso di crescita sempre maggiore. Gli hakh’hli non devono fare altro che alimentarli con materia ordinaria, che è disponibile in quantità letteralmente infinita in tutto l’universo. Ogni volta che la nave si ferma, i tecnici hakh’hli si occupano di estrarre da asteroidi, nubi gassose o venti stellari la materia necessaria, ogni singola particella della quale viene ad aggiungersi alla massa della nave. Gli hakh‘hli sono consapevoli ormai da secoli del fatto che prima o poi dovranno pensare di liberarsi di almeno una parte di quella massa in più… solo che allo stesso tempo quella massa ha un grande valore per loro. Come un avaro che si aggrappa al suo lingotto d’oro mentre sta annegando, anche loro devono rimanere aggrappati alla loro massa. Solo che non possono continuare a farlo ancora per molto tempo.

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