Dietro alla superficie trasparente vi erano due figure che indossavano tute spaziali. Erano immobili, e non si riusciva a vedere nulla al di là dei visori specchiati dei loro caschi.
— Quale dei due è tua madre? — domandò Obie in tono amichevole.
— Come diavolo faccio a saperlo? — ribatté Sandy con rabbia. Ciò nonostante, in realtà credeva proprio di saperlo. La figura a destra era leggermente più piccola rispetto all’altra, e sulla sua tuta vi era una specie di stemma con un sole esploso. E Sandy sapeva che le femmine della Terra erano decisamente più portate agli abbellimenti personali di quanto non lo fossero i terrestri di sesso maschile.
Subito dopo, apparve sullo schermo un improvviso raggio di fuoco rosso, evidentemente proveniente dalla sonda. Il raggio colpì la superficie della nave terrestre con un lampo bianco-dorato. Sandy trasalì, anche se sapeva che non si trattava di un attacco, bensì di una normale misura precauzionale hakh’hli, che consisteva nel provocare con un laser un piccolo foro nella chiglia della nave terrestre al fine di analizzarne la composizione e avere la certezza che non si trattasse di nulla di pericoloso prima di avvicinarsi ulteriormente con la grande nave madre. Il bagliore comunque si spense in un istante e la sonda iniziò a girare con estrema cautela attorno alla nave, prima lungo i lati e poi sopra e sotto. Le immagini mostravano anche le stelle sullo sfondo, e ogni tanto si vedeva il disco color ruggine del pianeta Marte o addirittura qualche bagliore di luce solare riflessa dalla superficie della grande astronave hakh’hli, sospesa nel vuoto a svariati chilometri di distanza. Sandy vide il rampino magnetico che veniva lanciato dalla sonda, il suo lungo cavo flessibile che si infilava dietro la chiglia dell’astronave terrestre alla deriva.
A quel punto, lo schermo si annerì.
— Tutto qui? — domandò Tania. — Non si vedono le immagini dell’interno dell’astronave?
— Non in questo nastro — disse Obie. — Però ce n’è un altro. Sandy, vuoi che lo vada a prendere?
Sandy scosse il capo. — No, non ti disturbare — disse. Ma in realtà non era certo il disturbo di Obie che lo preoccupava. Ciò che gli dava realmente fastidio era l’idea che tutti gli altri rimanessero lì a guardare dietro la sua spalla mentre osservava la registrazione in cui la nave dei suoi genitori veniva esaminata e controllata a fondo da un gruppo di hakh’hli in tuta spaziale. In quel nastro infatti le goffe figure che erano i suoi genitori venivano trattate dagli hakh’hli come se fossero delle bombe a orologeria in procinto di scoppiare da un momento all’altro, e Sandy non aveva mai gradito molto quelle particolari immagini. In verità le persone all’interno delle tute spaziali terrestri non venivano mai inquadrate nel filmato, ma le immagini mostravano comunque i due corpi inanimati che venivano trasportati con estrema cautela nel Laboratorio di Genetica, dove erano stati messi in quarantena per le analisi del caso. Il secondo filmato terminava nel momento in cui le porte del laboratorio venivano chiuse, ma Sandy non gradiva guardarlo circondato da un simile pubblico. In ogni caso, venne salvato dalla porta del simulatore che si apriva silenziosamente. — Polly ha finito — annunciò Sandy. — A chi tocca adesso?
Polly era di pessimo umore, e l’istruttore non collaborò certo a migliorarlo. — Quando ti sei staccata dal rampino magnetico eri molto lenta e niente affatto veloce — la rimproverò. — Così facendo sprechi molta energia, quindi in seguito dovrai fare molto meglio e non peggio.
— A me è sembrato abbastanza veloce — borbottò Polly. — Ma se credi che io sia andata male e non sufficientemente bene, perché non proviamo con qualcun altro? Obie! Vieni a provare tu, così si farà un’idea di che cosa sia realmente un cattivo pilota!
Per sua sfortuna, Obie si comportò più o meno come aveva previsto Polly. Quando uscì dal simulatore di volo, si stava trascinando mestamente dietro la coda. — Molto male e niente affatto bene — sentenziò l’istruttore. — Hai distrutto la nave. Non hai affatto onorato la tua coorte. — Così, mentre Chiappa, che era il prossimo a provare, si accomodava sul sedile ancora caldo e sistemava le cinture di sicurezza, Obie dovette rimanere in silenzio a sorbirsi una lunga predica sul modo in cui aveva trascurato di dispiegare i deflettori, sull’errore di calcolo che aveva compiuto nello stabilire l’angolazione di approccio sul polo terrestre, e infine sull’eccessiva velocità di decelerazione che aveva tenuto nel corso dell’atterraggio.
Non appena la predica fu terminata, Obie si avvicinò a Sandy. — Andiamocene di qui — borbottò in tono cupo.
Sandy non aveva nulla in contrario. — Dove andiamo? — domandò.
— Da qualunque parte — rispose Obie ancora piuttosto abbattuto. — Senti, ormai siamo fuori dalla nostra sezione, giusto?
— Certo che lo siamo.
— Allora perché non ne approfittiamo? Dato che siamo fuori, potremmo dare un’occhiata in giro.
— Dare un’occhiata dove? — domandò Sandy eccitato e già completamente convinto.
— In qualunque posto in cui non siamo stati ultimamente — disse Obie, intendendo chiaramente qualsiasi luogo al quale fosse loro negato l’accesso.
— Non so se possiamo farlo — fece notare Sandy pensieroso. Non si trattava di un’obiezione, ma semplicemente di un modo per mettere in evidenza i fatti, e Obie lo prese come tale. Non rispose nemmeno, limitandosi a fare strada fuori dalla sala del simulatore. Una volta nel corridoio, i due si fermarono per guardarsi attorno.
— Potremmo andare a dare un’occhiata alle cose che stanno costruendo per farcele portare sulla Terra — propose Sandy.
— No, aspetta un attimo! — esclamò Obie. — Magari possiamo anche andare lì più tardi, ma prima voglio vedere se hanno prodotto qualche nuovo essere strano nel Laboratorio di Genetica! Andiamo!
Non si trattava esattamente di ciò che Sandy aveva avuto in mente. Il Laboratorio di Genetica era un luogo pieno di alambicchi e puzze strane, e di solito lui non ci andava mai. Tuttavia, mentre tentava di spiegarlo a Obie erano ormai sulla strada, e comunque fosse Obie stentava a capire le sue ragioni. — Non ho capito bene perché non ti piace quel posto, Sandy — disse.
— Te l’ho appena detto — ribatté Sandy. — C’è mia madre lì dentro.
— Oh, Sandy — lo rimproverò Obie contraendo i pollici in un gesto di disaccordo. — Non si tratta veramente di tua madre, e questa cosa la sai benissimo anche tu.
In effetti, Sandy lo sapeva. Gli hakh’hli non avevano fatto altro che prendere dal cadavere di sua madre qualche microorganismo e qualche campione di cellula, e in effetti anche se questi erano ancora in vita sotto forma di colture, si trattava semplicemente di scienza.
Tuttavia, Sandy non riusciva a vedere la cosa in modo tanto distaccato. Per lui non si trattava affatto di semplici colture, bensì di sua madre; anche se non era viva, non si poteva nemmeno dire che fosse del tutto morta.
— Davvero, Sandy — continuò Obie. — I campioni che ci sono lì dentro non sono lei. Sono solo colture. Il resto del suo corpo è stato dato in pasto ai titch’hik da tempo ormai.
Sandy trasalì. Il pensiero che il corpo di sua madre fosse stato divorato gli dava ancora più fastidio dell’idea che alcune sue parti fossero state conservate. Non erano tanto i metodi di “sepoltura” degli hakh’hli che lo disturbavano. Fin dalla più tenera età, era sempre stato consapevole del fatto che il destino finale di tutti gli esseri viventi della nave era quello di essere gettati nelle vasche di quelle bestie, per certi versi simili alle stelle marine della Terra, chiamate titch’hik. I titch’hik erano in grado di consumare rapidamente qualsiasi tipo di carne, lasciando solo le ossa, e quando erano cresciuti a sufficienza venivano dati in pasto a loro volta agli animali da macello, gli hoo’hik, per i quali rappresentavano un’ottima fonte di proteine. In quanto alle ossa rimaste, queste venivano triturate e usate come sostanze nutritive per le piante commestibili e per fornire un ulteriore apporto di calcio alla dieta degli hoo’hik. Nulla veniva sprecato sulla grande nave. Tuttavia, quando si trattava di tua madre… be’, le cose erano un po’ diverse. Soprattutto quando sapevi benissimo che da qualche parte nel Laboratorio di Genetica vi erano delle provette con colture del suo stesso corpo, che venivano tenute a portata di mano per fare esperimenti genetici.
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