Solo una volta, in piena notte, udii come un urlo lontano proveniente da ogni parte e da nessuna, straordinariamente alto, acuto e prolungato, simile a un vagito sovrumano; destandomi da un incubo, giacqui a lungo tendendo l’orecchio: era un sogno…? Il giorno prima, dal laboratorio, che stava in parte sopra la nostra cabina, erano giunti dei rumori come se venissero spostati dei grossi pesi o degli apparecchi; mi sembrava che anche questo grido venisse da sopra, cosa in realtà impossibile, poiché gli ambienti erano divisi da soffitti insonorizzati. Questa voce di agonia continuò quasi per mezz’ora.
Bagnato dal sudore, semimpazzito, volevo correre su, tanto mi scuoteva i nervi. Improvvisamente tacque. Continuai a udire solo il rumore degli spostamenti di pesi.
Due giorni dopo, di sera, ero seduto con Harey nella piccola cucina, quando tutt’a un tratto entrò Snaut. Indossava un vestito, un vero vestito terrestre da città, che lo faceva apparire diverso. Sembrava più alto e più vecchio. Quasi senza rivolgerci uno sguardo si avvicinò al tavolo, si chinò su di esso e senza sedersi cominciò a mangiare della carne fredda direttamente dalla scatola, col pane. Intingeva il polso della manica nella scatola, macchiandosi di grasso.
— Ti ungi — dissi.
— Uhm — mugolò a bocca piena.
Mangiava come se non avesse messo niente nello stomaco da giorni, si versò mezzo bicchiere di vino, lo bevve d’un sorso, si pulì le labbra e, prendendo fiato, girò intorno gli occhi arrossati. Mi guardò e borbottò: — Ti sei lasciato crescere la barba…? Be’, be’…
Harey ammucchiava le stoviglie nel lavandino con fracasso. Snaut cominciò a dondolarsi sui tacchi, a fare smorfie succhiando con rumore per pulirsi i denti. Ebbi quasi l’impressione che lo facesse apposta.
— Non hai voglia di raderti, vero? — domandò, guardandomi insistentemente.
Non risposi.
— Stai attento! — aggiunse dopo un momento. — Ti avverto.
Anche lui aveva incominciato a non radersi.
— Va’ a dormire — borbottai.
— Cosa? Perché non possiamo chiacchierare un po’?
Ascolta, Kelvin, non può darsi che ci auguri solo del bene?
Che voglia farci contenti, però non sa come? Forse indovina i nostri desideri dal nostro cervello, e solo il due per cento dei processi nervosi sono coscienti. Forse ci conosce meglio di noi stessi. Bisognerebbe intendersi con lui. Mettersi d’accordo. Che ne pensi? Non vuoi? Perché… — la sua voce fu rotta da una specie di singhiozzo — perché non ti radi?
— Piantala! — brontolai. — Sei ubriaco.
— Cosa? Ubriaco? Io? Ebbene? L’uomo che ha portato il peso del suo sterco da una parte all’altra della galassia per sapere quanto vale non può ubriacarsi? Perché? Tu credi nella missione umana, eh, Kelvin? Gibarian mi ha parlato di te, quando non si lasciava ancora crescere la barba… Sei proprio come ti aveva descritto… Non andare nel laboratorio, perderesti la fede… Lì è all’opera Sartorius, il nostro dottor Faust à rebours : cerca un rimedio contro l’immortalità, sai? E’ l’ultimo cavaliere del Santo Contatto, tutto quel che, nel genere, possiamo avere… la sua ultima invenzione non era mica male… prolungamento dell’agonia. Buona questa, eh? « Agonia perpetua »… Un filo di paglia… un cappelluccio di paglia… Come puoi non bere, Kelvin? — I suoi occhi quasi non si vedevano sotto le palpebre gonfie. Guardò Harey, che stava immobile contro la parete. — «Oh, Afrodite bianca, nata dall’oceano, toccata da Dio, la tua mano…» — cominciò a declamare, e scoppiò a ridere. — Quasi perfetto… eh Kel… vin…? — borbottò tossendo.
Conservai la calma, ma questa tranquillità cominciava a trasformarsi in fredda ira.
— Finiscila! — urlai. — Finiscila e vattene!
— Mi sbatti fuori? Anche tu? Ti lasci crescere la barba e mi sbatti fuori? Non vuoi che ti avverta e ti consigli, come un vero compagno stellare? Kelvin, apriamo i portellini sul fondo, mettiamoci a chiamare, a chiamarlo, là sotto, forse ci udrà! Ma che nome ha? Ci pensi, che abbiamo dato un nome a stelle e pianeti che forse ne avevano già uno per conto loro? Che usurpazione! Senti, andiamo giù. Ci metteremo a urlare e… gli diremo che tiro ci ha giocato, fino a che sia sconvolto… allora ci costruirà un simmetriade argentato e pregherà per noi con la sua matematica e ci inonderà dei suoi angeli insanguinati, e il suo dolore sarà il nostro, la sua paura diventerà anche la nostra e ci supplicherà di aiutarlo a finirla.
Perché non ridi? Sto solo scherzando. Forse, se come razza avessimo un senso dell’umorismo più spiccato, non saremmo a questo punto. Lo sai che cosa vuole fare, lui? Vuole punirlo, questo oceano, vuole costringerlo a urlare con tutte le sue montagne insieme… Pensi che non avrà il coraggio di presentare un simile piano all’approvazione di quello sclerotico areopago che ci ha mandati qua per la redenzione delle altrui colpe? Hai ragione, avrà paura… ma solo per il cappelluccio.
Il cappelluccio non sarà rivelato a nessuno, non è coraggioso, a questo punto, il nostro Faust…
Tacevo. Snaut continuava a barcollare sulle gambe. Le lacrime scendevano dalla sua faccia bagnando il vestito.
— Chi ha fatto questo? Chi di noi ha fatto questo?
Gibarian? Giese? Einstein? Platone? Tutti delinquenti, sai!
Pensa che in un razzo l’uomo può scoppiare come un pallone o restare pietrificato, o andare arrosto, e poi rimangono solo gli ossicini, a ballonzolare fra le pareti di latta, sulle orbite del progresso! Noi abbiamo seguito, con gioia, questa stupenda via… e siamo arrivati, e in queste celle, sopra questi piatti, tra immortali lavandini, con una schiera di armadi fedeli, di gabinetti affezionati, qua c’è la nostra realizzazione…
Guarda, Kelvin. Se non fossi ubriaco non avrei parlato in questo modo, ma qualcuno, alla fine, deve parlare. Qualcuno, alla fine, deve parlare! Te ne stai seduto, come un bambino in un mattatoio, e ti cresce il pelo… Di chi è la colpa? Risponditi da solo…
Lentamente si girò e uscì, sulla soglia si aggrappò allo stipite per non cadere. Si udiva ancora l’eco dei suoi passi che risuonavano nel corridoio. Evitai di guardare Harey, però i nostri occhi si incrociarono. Avrei voluto avvicinarmi a lei, accarezzarle i capelli, ma non potevo. Non potevo.
Le tre settimane seguenti furono come un solo e identico giorno, che si ripeteva sempre, le saracinesche si chiudevano e aprivano, di notte continuavo a essere tormentato dagli incubi, alla mattina ci svegliavamo, ci alzavamo e la commedia ricominciava. Era una commedia? Fingevo di essere tranquillo, e Harey anche; questa intesa muta, la consapevolezza del reciproco inganno, ci forniva l’ultima scappatoia. Parlavamo spesso di come avremmo vissuto sulla Terra, in qualche grande città, e non avremmo più abbandonato il cielo azzurro e gli alberi verdi, e inventavamo l’arredamento degli interni e il giardino, e litigavamo sui particolari… sulla siepe, o le panchine… Ho mai creduto, per un solo istante, a quel che dicevo? No. Sapevo che era impossibile. Lo sapevo. Anche se lei avesse potuto abbandonare la stazione e sopravvivere, sulla Terra poteva atterrare solo un essere umano, provvisto di documenti. Il primo controllo avrebbe posto termine alla fuga. Avrebbero cercato di identificarla, ci avrebbero separati. La stazione era l’unico luogo dove potessimo vivere insieme. E Harey, lo sapeva? Sicuramente. Gliel’aveva detto qualcuno? Certamente sì, alla luce di ciò che ancora doveva accadere.
Una notte udii, nel sonno, che Harey si alzava silenziosamente. Volevo abbracciarla. Solo nel silenzio, nel buio, potevamo per un attimo liberarci dalla disperazione, dimenticare noi stessi, nella tortura che ci braccava da ogni lato. Non si accorse che mi ero svegliato. Prima che riuscissi ad alzare la mano, scese dal letto. Sentii, sempre nel dormiveglia, il rumore del suo passo scalzo. Mi invase un’oscura paura.
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