In un contesto che non si lascia esprimere appieno, in uno spazio senza cielo né terra, senza pavimento, soffitto o pareti, stavo come acciambellato o imprigionato in una materia estranea, quasi che tutto il corpo fosse rivestito di una sostanza semimorta, immobile, informe; o meglio, quasi che io fossi senza corpo, circondato da macchie indefinite di un colore rosa chiaro, sospese in un elemento che aveva proprietà ottiche diverse da quelle dell’aria, tale che le cose vicine diventavano chiare, ma di una chiarezza innaturale, immensa, poiché in questi sogni l’ambiente adiacente superava per evidenza materiale l’impressione della realtà. Nello svegliarmi avevo la sensazione paradossale che la realtà vera fosse quella, e che quanto vedevo riaprendo gli occhi fosse solo un’ombra.
Questo era il primo atto, l’esordio dal quale si sviluppava il sogno. Intorno a me qualcosa aspettava il mio consenso, il mio accordo, un cenno di gradimento interiore, e io sapevo, o qualcosa in me sapeva, che non dovevo cedere alla tentazione incomprensibile, poiché, quanto più — in silenzio — promettevo, tanto peggiore sarebbe stata la fine. O forse non lo sapevo, perché altrimenti avrei avuto paura, mentre non l’ho mai provata. Aspettavo. Dalla nebbia rosea che mi circondava emergeva la prima pressione tattile e io, immobile come un ciocco, imprigionato in quella materia che mi racchiudeva, non potevo né retrocedere né dibattermi mentre essa esaminava la mia prigionia con tocchi ciechi e insieme vigili; ed era come se la palma di una mano mi creasse: non avevo avuto vista fino ad allora e adesso vedevo, sotto il tocco delle dita che andavano tastandomi emergevano dal nulla le mie labbra, le guance, e a mano a mano che questo tocco infinitesimale si estendeva io avevo un viso, un torso provvisto di respiro, richiamati in vita solo da quell’atto di creazione; atto simmetrico, poiché creato a mia volta creavo e mi appariva dinanzi un viso mai visto, straniero, noto, che io cercavo di guardare negli occhi senza riuscirci in quelle proporzioni cambiate, in quell’assenza di ogni direzione per cui solo in un silenzio raccolto ci scoprivamo vicendevolmente, io rinato alla vita e pieno d’illimitata forza e l’altro essere — una donna? — che durava insieme con me nell’immobilità. Una pulsazione ci colmava ed eravamo tutt’uno quando a un tratto, nella lentezza della scena al di fuori della quale niente esisteva né poteva esistere, si inseriva una crudeltà indicibile, un’impossibilità, un’antinatura. Quello stesso tocco invisibile che ci aveva creati dal nulla e aderiva ai nostri corpi come un manto dorato diventava un formicolio. I nostri corpi nudi e bianchi cominciavano a dissolversi, ad annerire in un brulichio di vermi che ci portava via nell’aria, e io ero, noi eravamo, io ero una massa brillante di vermi che si contorcevano annodandosi e sciogliendosi febbrilmente senza fine, infinitamente; e in questa infinità — no! — io, questa infinità, invocavo muto l’estinzione, e cominciavo allora a diffondermi in tutte le direzioni e la mia sofferenza, più viva di qualsiasi dolore provato da sveglio, si gonfiava centuplicata, si addensava in una lontananza rossa e nera, in breve diventava dura come la roccia, una vetta di dolore nei raggi di un altro sole o di un altro universo.
Questo era uno dei sogni più semplici, gli altri non riesco a raccontarli perché l’orrore che provocavano non trova espressioni corrispondenti nello stato di veglia cosciente. In questi sogni ignoravo l’esistenza di Harey, ma non trovavo neanche memorie di altre esperienze vissute durante il giorno.
C’erano anche altri sogni, che cominciavano in tenebre senza vita, in cui sentivo di essere auscultato lentamente, minuziosamente, ma senza venire toccato da uno strumento o da una mano; era una penetrazione, una distruzione, una dispersione, e l’ultimo stadio, il fondo di questo silenzioso annientamento, era la paura, una paura il cui solo ricordo basta oggi ad accelerare i palpiti del mio cuore.
I giorni uguali e scialbi, pieni di noia e di avversione per tutto, strisciavano via lentamente in una indifferenza infinita, avevo soltanto orrore della notte e non sapevo come sottrarmici; rimanevo sveglio con Harey, che peraltro non aveva assolutamente bisogno di dormire, la baciavo e la accarezzavo, però sapevo che non facevo questo per lei né per me, ma solo per ritardare il momento di addormentarmi. Non le avevo detto una sola parola dei miei tremendi incubi, ma doveva avere indovinato, poiché sentivo il suo stato cosciente di umiliazione: non potevo farci nulla. Ho già detto che con Snaut e Sartorius non ci eravamo più visti; Snaut ogni tanto si faceva vivo, con un biglietto e, più spesso, chiamandomi per telefono. Mi chiedeva se avessi notato qualche fenomeno nuovo, qualche cambiamento, qualcosa che si potesse interpretare come una reazione provocata dall’esperimento. Gli dicevo di no, e gli restituivo la domanda. Snaut negava con un semplice cenno del capo in fondo al video.
Il quindicesimo giorno dopo il termine della sperimentazione mi svegliai prima del solito, spossato dall’incubo avuto; aprii gli occhi assonnati, come se mi svegliassi da una profonda narcosi. Attraverso la finestra non oscurata vedevo il primo splendore del sole rosso prolungato come un fiume purpureo che tagliava l’oceano; la superficie rimasta sino ad allora senza vita si stava intorbidendo. Il nero impallidiva di colpo, coprendosi di un velo sottile di nebbia, ma sembrava che questa nebbia avesse consistenza corporea. Qua e là nascevano dei centri di turbolenza, finché un movimento indefinito non avvolse tutto quello spazio invisibile. Il nero sparì completamente, coperto da una pellicola ondulata rosa chiaro che, nelle cavità, era marrone perlaceo. I colori cangianti su questa strana copertura sospesa sull’oceano formarono lunghi filamenti solidificati, traballanti nell’agitazione crescente delle onde, e infine si mescolarono e tutto l’oceano si coprì di schiuma insieme a enormi brandelli che si alzavano fin sotto la stazione. Si levarono da tutti i lati, improvvisamente, verso il cielo color ruggine, come lembi gonfi che non avevano alcuna somiglianza con le nuvole. Quelli che con le loro strisce coprivano il basso disco solare parevano per contrasto neri come il carbone; gli altri, secondo l’angolo con cui venivano colpiti dai raggi dell’est, arrugginivano, si accendevano di colore amaranto; col proseguire di questo processo sembrò che l’oceano si squamasse in strati sanguigni, che mostravano da sotto la loro superficie nera per ricoprirsi di un nuovo strato di schiuma cristallizzata. Qualcuna di queste formazioni planava vicino alle nostre finestre, passando appena a qualche metro di distanza, anzi una volta sfiorando il vetro con la superficie simile a seta, e mentre nuove creazioni si alzavano nello spazio, gli sciami precedenti, alti nel cielo, si dissolvevano come uccelli allo zenit e sparivano in un cielo trasparente.
La stazione si fermò, immobile; rimase così per circa tre ore, e lo spettacolo non terminava. Il sole calò dietro l’orizzonte, l’oceano sotto di noi si coprì di tenebre, e ancora miriadi di forme slanciate e arrossate salivano a stormi, sempre più in alto, scorrendo in file interminabili, come sollevate da corde invisibili, impalpabili, imponderabili; e questo ingresso maestoso nel cielo di creazioni dalle ali lacerate durò finché non furono inghiottite dalle tenebre.
Lo spettacolo, tranquillo ma immane, impaurì Harey, ma non ero in grado di dirle niente, poiché era nuovo e incomprensibile per me, solarista, quanto per lei. Ma forme e creazioni che non figurano in nessun catalogo si possono osservare, su Solaris, più o meno due o tre volte all’anno e, con un pizzico di fortuna, anche qualche volta di più.
La notte seguente, circa un’ora dopo il tramonto del sole azzurro, inaspettatamente fummo testimoni di un altro fenomeno: l’oceano divenne fosforescente. All’improvviso sulla sua superficie apparvero delle macchie singole di luce bianca, che si muovevano col ritmo delle onde. Rapidamente esse si allargarono, si fusero fino a estendersi su tutto l’orizzonte. L’intensità della luce aumentò per quindici minuti, poi il fenomeno finì in modo sorprendente: l’oceano cominciò a spegnersi, da ovest si avvicinò una zona di buio su un fronte di un centinaio di chilometri, che raggiunse la stazione e la oltrepassò, mentre il chiarore fosforescente dell’oceano fuggiva dinanzi a quello spegnitoio gigantesco, verso est. Raggiunto l’orizzonte, divenne come una immensa aurora boreale e sparì improvvisamente. Quando si levò il sole, una superficie vuota e morta, appena segnata dalle onde, mandò riflessi di argento verso le finestre della stazione di Solaris. La fosforescenza dell’oceano era un fenomeno già catalogato: certe volte si manifestava poco prima dello scoppio degli asimmetriadi; a parte ciò, era un tipico sintomo di aumento d’attività del plasma. Comunque, nelle due settimane seguenti non successe niente, né fuori né all’interno della stazione.
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