Marco Buticchi - La nave d'oro

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La nave d'oro: краткое содержание, описание и аннотация

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Nel XIV secolo, in uno scenario che vede lo scontro fra Occidente cristiano e Oriente musulmano, Hito Humarawa, un ex samurai macchiato dal disonore e troppo amante della vita per darsi la morte, si ritrova al fianco di un mercante veneziano e gli viene affidato il compito di combattere un giovane eroe con un passato da nobile cristiano. Oggi l’anziano ammiraglio Grandi ha rinvenuto nel corso di un’immersione alcuni reperti che l’hanno indotto a pensare che proprio in quel punto fosse naufragata la nave d’oro di un imperatore romano. Forse quella scoperta è l’unica scintilla che può ridare un senso alla vita di Henry Vittard, un celebre navigatore transoceanico che da poco ha perduto la moglie.

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I cinque tecnici si avviarono a passo rapido verso il portellone aperto dell’aereo postale che collega Taipei a Quemoy. Vestivano sgargianti tute verdi sulle quali spiccava il logo della Taiwan Water Main Supply.

La società, a capitale misto, in minoranza pubblico, era stata creata diversi anni prima nel paradiso fiscale di Hong Kong. L’identità del reale proprietario era celata dietro una serie di prestanome e società fantasma. Nessuno sarebbe potuto risalire a Yasuo Maru come al detentore del pacchetto di maggioranza della compagnia che provvedeva all’approvvigionamento idrico sull’intero territorio della Repubblica di Taiwan.

«Siete nuovi, vero?» chiese un membro dell’equipaggio dell’aereo postale. «Non mi sembra di avervi visto prima d’ora a dare il cambio ai vostri colleghi. Vedrete che starete bene sull’isola. Le donne di Quemoy sono di rara bellezza.»

Uno dei tecnici rispose con un sorriso, quindi tutti e cinque sedettero nei pochi posti assegnati ai rari passeggeri. L’aereo decollò dall’aeroporto militare di Taipei.

«Verso il figlio!» esclamò Sara Terracini, mettendo insieme le lettere dell’antica poesia sulle quali l’accento gravava in maniera errata. «Ecco il messaggio di Lisicrate per raggiungere il tesoro.»

«Sempre ammesso che ci sia rimasto qualche grammo d’oro… e che Lisicrate non abbia avuto strette parentele con i cretesi. Ricordi, Sara, il paradosso di Epimenide secondo il quale tutti i cretesi sarebbero bugiardi? E se il nostro precettore greco altro non fosse stato se non un abile mistificatore?» commentò Vittard.

«Che si prende la briga di vergare pagine e pagine di suo pugno?» lo interruppe Sara. «Molte delle notizie riportate da Lisicrate sono verificabili nei testi degli storici romani. Quindi non vedo perché il nostro scriba abbia dovuto mentire su un particolare così importante come l’esistenza del tesoro di Didone. Il problema che si pone è un altro: esisterà ancora traccia di quelle ricchezze?»

«Già», aggiunse Grandi, «sono passati duemila anni. Senza contare che, se Nerone e Lisicrate fossero sopravvissuti, avrebbero per forza attinto a quelle riserve nascoste.»

«È vero, così come è vero che, se non sono sopravvissuti alla caccia guidata da Simon Mago, ci sono buone probabilità di trovare il tesoro ancora integro. In ogni caso furono in molti, sin dall’antichità, a credere che Nerone fosse sopravvissuto», spiegò Sara. «E alcuni testi riportano dei casi di sedicenti Neroni armati di voglia di rivincita.»

«Conosco questa storia», disse Grandi. «Il primo Nerone apparve a Citno, nelle Cicladi, un anno esatto dopo la presunta morte. Si dice che si trattasse di uno schiavo del Ponto che riunì attorno a sé, affermando di essere l’imperatore, una banda di briganti che sparse il terrore nella zona. Catturato dai romani, il falso Nerone cercò di convincere i soldati ad accompagnarlo in Egitto. I militari, invece, gli mozzarono il capo e portarono la testa a Roma come trofeo.

«Il secondo Nerone si chiamava invece Terenzio Massimo e gli somigliava come una goccia d’acqua. Pare che sia stato accolto nell’anno 80 presso i Parti dal re Artabano. Ancora ai Parti si rivolse, nove anni dopo, un terzo Nerone, che venne consegnato ai romani in seguito a lunghe trattative.»

«C’è però un quarto caso, di cui si parla nel Talmud ebraico», aggiunse Sara. «L’imperatore non voleva riconquistare nulla: desiderava solo cantare e comporre. Sposò una ragazza ebrea e visse felice a Gerusalemme sino alla vecchiaia, contornato da uno stuolo di figli. Se così fosse, il sopravvissuto Nerone non avrebbe dovuto dare molto nell’occhio sfoggiando ricchezze e attingendo a piene mani dal tesoro di Didone. La morigeratezza, imposta dalle circostanze, potrebbe aver preservato buona parte di una ricchezza leggendaria. Credo che una gita nella bella città spagnola di Cartagena sia opportuna, a questo punto.»

«Non guardate me», disse Grandi con un sorriso. «Adesso ho soltanto voglia di sedermi in poltrona e rilassarmi con un bel libro davanti. Alla mia età certe emozioni si pagano… Se proprio è necessario, io potrei rimanere a punta Marsala e affiancare i membri della spedizione di recupero, quando verrà organizzata.»

Sia Iku sia Milano erano in preda all’impazienza. Nell’aria aleggiava un odore intenso e fastidioso di gas combusto. L’acciaio della porta blindata, simile a quella dei caveau delle banche, era ancora rovente per l’azione della lancia termica.

Finalmente, dopo quasi due giorni di lavoro, la complessa serratura a pistoni cedette e i due uomini entrarono nella stanza.

Si sarebbero aspettati di trovare qualche cosa di più, all’interno dell’invalicabile nascondiglio del Signore delle Acque, soprattutto alla luce di quanto era stato rinvenuto nel sottotetto adibito a museo. La stanza era invece spoglia. Al centro della camera blindata troneggiava solo una scrivania antica. Al suo fianco stava un tavolino ergonomico sul quale era stato appoggiato un computer dell’ultima generazione. Il piano dello scrittoio era sgombro da oggetti di cancelleria o da carte.

Milano accese il computer e, dopo una decina di inutili tentativi per inserire una password corretta, decise che avrebbe dovuto richiedere l’assistenza di un esperto.

Poco più tardi il maggiore del Mossad entrava nell’ufficio di Taka che, dal momento del blitz, era diventato la sua base operativa, accese il computer e digitò un messaggio per Oswald Breil.

‹SIAMO ENTRATI NEL CAVEAU. L’UNICA COSA DEGNA DI NOTA È UN COMPUTER PROTETTO DA UNA PASSWORD. IL CAPITANO BERNSTEIN È IN QUESTO MOMENTO COLLEGATO CON LA SEDE E STA CERCANDO DI VIOLARNE LE PROTEZIONI.›

Oswald Breil scosse il capo. « Have a nice day, China! », continuava a ripetersi. «Già, ma quale augurio di buona giornata vogliono mettere in atto, e in quale località dello sconfinato territorio cinese? E se davvero Maru e Zhu Ling vogliono colpire, quando lo faranno?»

Neanche il messaggio di Milano, che Breil aveva appena letto, poteva indirizzarlo verso la soluzione dell’enigma. Doveva contare sulla ben nota capacità del capitano Bernstein di penetrare in qualunque sistema informativo iperprotetto.

I tre computer, collegati simultaneamente a quello rinvenuto nel caveau di Yasuo Maru, stavano sondando le capacità della macchina di resistere al loro assalto.

Bernstein osservava il susseguirsi di piccoli numeri sugli schermi che stava a indicare la verifica in corso. Ciascuno di quei computer era in grado di confrontare nel giro di poche decine di minuti un intero vocabolario con la password sconosciuta. Prima delle prove generiche e di quelle numeriche, i computer erano in grado di raccogliere informazioni sul proprietario, attingendole dall’efficientissimo archivio elettronico del Mossad. Quindi avrebbero iniziato la ricerca seguendo criteri logici, inserendo cioè dati semplici, come quelli anagrafici e telefonici, o parole relative agli hobby e all’area professionale dell’utente.

Era un procedimento che poteva durare giorni e giorni, ma alla fine Bernstein sapeva che l’avrebbe avuta vinta lui. Era soltanto una questione di fortuna. E di tempo.

Lo scompartimento del treno Madrid-Cartagena era deserto. Sara non era affatto dispiaciuta di trovarsi a tu per tu con Henry nel corso di quel viaggio.

«La sovrintendenza ha eseguito un primo sopralluogo a punta Marsala questa mattina», disse Sara, chiudendo la comunicazione con Grandi. «Sembra che, data l’importanza della scoperta, questa volta abbiano intenzione di muoversi in fretta. Mi ha detto l’ammiraglio che gli esperti ritengono che il relitto dello Shimakaze potrebbe rivelarsi utile alle operazioni di recupero: qualora dovessero individuare la nave romana ancora in buono stato, si renderebbe necessario il prosciugamento di una parte della baia per ripescarla senza rischi. Il caccia giapponese, affondato parallelamente alla costa, limiterebbe la costruzione di dighe artificiali con le cosiddette palancole di ferro, delle lamiere che vengono piantate in verticale nella sabbia per costruire il bacino da prosciugare.»

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