Un primo membro dell’equipaggio si parò dinanzi a loro, salutato da tre precisi colpi di pistola. Sara scavalcò il cadavere senza guardarlo.
Jalard aveva chiesto che gli venisse consegnata un’arma. Percorsi pochi metri, il marinaio del C’est Dommage sussurrò a quello che sembrava il capo del commando: «Datemi un minuto di tempo, devo sistemare una questione». Senza aspettare una risposta, Jalard scomparve attraverso una porta che conduceva ai piani superiori.
L’allarme aveva destato Funet, immerso in un sonno profondo. Il francese pensò che la sirena suonasse perché a bordo si era sviluppato un incendio o per un allagamento. Mai Funet avrebbe immaginato che i prigionieri sarebbero riusciti a scampare alla morte orribile che aveva loro riservato.
Il funzionario delle Belle Arti si vestì in fretta. Appena uscito dalla sua cabina, si trovò il silenziatore di una pistola davanti al volto.
«Adesso tu vieni con me, maledetto figlio di puttana», gli ordinò Jalard con un’espressione che non ammetteva repliche.
Funet annuì in silenzio.
Il rumore dei passi di due persone che si avvicinavano riempì il corridoio. La pistola di Jalard faceva pressione al fianco dell’altro, costringendolo a procedere.
Quando i due membri dell’equipaggio dello Shimakaze comparvero da un angolo, Funet si mosse repentinamente di lato, lasciando scoperto Jalard.
Con prontezza l’agente del Mossad si gettò a terra, facendo fuoco sui due marinai. Il primo dei due, colto alla sprovvista, fece in tempo solo a puntare la pistola, prima di essere ferito a morte. Il secondo invece riuscì a esplodere due colpi, uno dei quali raggiunse Jalard al braccio sinistro. L’agente verificò con un’occhiata la gravità della ferita. Quell’istante di distrazione fu sufficiente a Funet per raccogliere una delle armi cadute a terra ai marinai.
In un attimo, Jalard alzò gli occhi, vide la canna puntata contro di lui, si scostò velocemente, ma non abbastanza da evitare l’impatto di un nuovo proiettile. Prima di perdere i sensi, Jalard fece fuoco. Il volto terrorizzato di Funet esplose come un palloncino troppo gonfio, macchiando di schizzi di sangue il muro del corridoio.
‹HO CONTINUATO, DI MIA INIZIATIVA›, digitò il capitano Bernstein, ‹A TENERE SOTTO CONTROLLO LE LINEE TELEFONICHE DI YASUO MARU, MAGGIORE BREIL. A PARTE DIVERSE COMUNICAZIONI DI AFFARI, NON SONO RIUSCITO A CARPIRE ALTRO: IL SIGNORE DELLE ACQUE UTILIZZA LINEE SCHERMATE PER LE SUE CONVERSAZIONI RISERVATE. MALGRADO CIÒ, NEL CORSO DI UNA NORMALE DISCUSSIONE DI LAVORO COL GENERALE ZHU LING, QUESTI HA CONFERMATO A MARU CHE L’OPERAZIONE HAVE A NICE DAY , CHINA! PROCEDEVA REGOLARMENTE.›
‹HA FATTO BENE AD AVVERTIRMI, CAPITANO›, rispose Breil. ‹MI TENGA INFORMATO SU QUALSIASI NOTIZIA DEGNA DI ATTENZIONE.›
‹NON NE DUBITI, MAGGIORE BREIL. SONO A SUA COMPLETA DISPOSIZIONE, COME SEMPRE…›
L’ispettore Iku muoveva la testa con un’espressione di stupore e incredulità. Pur non essendo un esperto d’arte, riusciva comunque a capire che la collezione che stava ammirando conteneva molti dei capolavori che si potevano vedere sui libri di testo o nei più importanti musei del mondo. E invece erano appesi alle pareti di quella sorta di doppio fondo segreto posto alla sommità del grattacielo della Water Enterprise.
«Ormai ne abbiamo a sufficienza per far spiccare un mandato di cattura nei confronti di Yasuo Maru», disse Iku.
«Certo, anche se ritengo che il traffico di opere d’arte sia il crimine minore di cui si è macchiato il Signore delle Acque», rispose Milano valutando la resistenza di una grande porta in acciaio dalla quale si accedeva, con ogni probabilità, a una ulteriore stanza blindata. «Ci vorranno almeno due giorni di lavoro per aprire questa porta: sicuramente il nostro amico Taka dirà di non essere a conoscenza della combinazione.»
«Non possiamo lasciarlo qui!» disse Vittard consultando febbrilmente l’orologio: il minuto che Jalard aveva chiesto era ormai trascorso.
Henry si fece consegnare un’arma e ripercorse a ritroso il cammino all’interno dei corridoi dello Shimakaze. L’allarme aveva cessato di suonare, ma le urla dei marinai e lo scalpiccio ai ponti superiori facevano pensare che la loro fuga fosse stata scoperta.
La scena di morte si presentò dinanzi a Henry: Funet giaceva supino, il volto irriconoscibile. Poco distante si trovavano i corpi di due marinai senza vita. Jalard emise un lamento. Henry si chinò su di lui, giusto il tempo per valutarne le condizioni. Poi si caricò in spalla Etienne e si diresse velocemente verso l’imbarcadero, dove gli altri lo stavano aspettando.
«Stavamo per salpare senza di lei, signor Vittard. Faccia presto. Tra poco qui si scatenerà l’inferno», disse il capo del commando.
Nel più assoluto silenzio, i sei uomini e i quattro fuggiaschi intirizziti dal freddo salirono a bordo dei due gommoni.
Un grido d’allarme, pronunciato in giapponese, si levò sopra le loro teste, mentre stavano per avviare i potenti fuoribordo.
Subito una pioggia di proiettili si abbatté nei pressi dei natanti che, appaiati, si allontanavano a tutta velocità dallo Shimakaze.
«Ormai siamo fuori portata per le loro armi; state tutti bene?» chiese poco dopo l’uomo al timone.
Vittard si accertò delle condizioni dei suoi, quindi si voltò nella direzione della nave giapponese: un marchingegno idraulico stava facendo emergere dal ventre dell’imbarcazione un grande parallelepipedo di metallo. Non ci voleva un esperto di armi per riconoscere un sofisticato lanciamissili. E Vittard aveva già sperimentato quali fossero le capacità dei giapponesi nel maneggiare quel tipo di arma.
Ancora pochi istanti, e i due gommoni sarebbero stati inquadrati dal sistema di puntamento automatico e in un attimo dei fuggiaschi non si sarebbe trovata più alcuna traccia.
Fu allora che lo Shimakaze tremò, poi una vampa di fuoco e acqua avvolse la nave: le otto mine a tempo che gli uomini del misterioso commando avevano collocato sotto la pancia del caccia erano esplose all’unisono. Lo Shimakaze si inclinò leggermente di lato, poi cominciò ad affondare nell’acqua poco profonda di punta Marsala.
L’uomo al timone del primo gommone lanciò un grido di trionfo, togliendosi nel contempo l’apparecchiatura per la visione notturna.
Jalard, che aveva ripreso conoscenza e giaceva sul sedile a proravia, osservò a lungo il giovane viso del loro salvatore.
«Nino… Nino il pescatore…» esclamò, riconoscendo nell’uomo a cui dovevano la vita il giovane pescatore che poco tempo prima si era accostato al C’est Dommage.
«Vi conoscete, Etienne?» chiese l’ammiraglio Grandi con una punta di stupore.
«Non proprio», disse Jalard con un filo di voce. «Ma le assicuro che saprò sempre dove comprare il miglior pesce di tutto il Mediterraneo.»
«Un certo signor Antonio ha chiamato chiedendo di te, Oswald», riferì Lilith Habar. «Io ho detto, come tu mi hai consigliato, che non c’era nessun Oswald qui. Per tutta risposta lui mi ha lasciato il numero di un telefono pubblico. Ha detto che si sarebbe trovato nei pressi di quella cabina per i prossimi cinque minuti.»
Oswald compose il numero di Las Vegas. Pochi istanti più tardi era in linea con Antony Sorrentino.
«I suoi amici stanno bene, Oswald, anche se qualcuno è un po’ acciaccato. Sono tutti salvi, compresa la dottoressa Terracini. Ho saldato il mio debito, dottor Breil», disse d’un fiato il pezzo da novanta di Cosa Nostra.
Oswald posò la cornetta. Si sentiva come se qualcuno avesse sollevato il macigno che gli gravava sulla testa. Adesso poteva combattere da pari a pari contro il Signore delle Acque.
Penisola italica, 1337
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