Bernstein aspettava con ansia la chiamata e, quando il nome in codice di Oswald Breil apparve sullo schermo, si lanciò letteralmente sulla tastiera del computer.
‹MI FA PIACERE SAPERLA IN SALUTE, MAGGIORE.› Bernstein non avrebbe probabilmente mai smesso di chiamare Breil con il grado che Oswald ricopriva un tempo all’interno del Mossad.
‹LA RINGRAZIO, CAPITANO BERNSTEIN, ANCHE SE, COME CREDO LEI IMMAGINI, LA MIA SALUTE È MINATA IN QUESTO MOMENTO DA UNA SERIE DI GRAVI PREOCCUPAZIONI.›
‹È PROPRIO PER CERCARE DI ALLEVIARE I SUOI PENSIERI CHE LE HO CHIESTO DI CHIAMARMI URGENTEMENTE.›
Piacenza, castello dei conti di Valnure, 1337
Nel silenzio della notte le parole risuonarono nitide: «Aprite, in nome della legge!»
«Chi siete e che cosa cercate?» ribatté una delle guardie che avevano il compito di sorvegliare la massiccia porta d’accesso del castello dei Valnure.
«Sono il messo di Azzone Visconti, signore di Piacenza. Reco con me le credenziali. Vi ordino di aprire e lasciare che io e il mio seguito entriamo nel castello.»
«Aspettate, messere. Chiamerò sua signoria il conte», rispose la guardia.
Poco più tardi Giacomo entrava nella stanza occupata da suo cugino Lorenzo, da Diletta e dalla bambina.
«Presto, Lorenzo. Ci sono degli uomini che chiedono di entrare nel castello. Uno di questi è un messo dei Visconti, accompagnato da una ventina di guardie armate. Credo che cerchino te.»
Il Muqatil e Diletta si alzarono all’istante, riassettarono la stanza alla meglio e, portando con loro la bimba, scesero lungo una scala tortuosa che conduceva alle segrete del castello.
«Sono Giacomo di Valnure. Chi chiede di entrare nei miei possedimenti?» La voce del conte si fece sentire possente, dall’alto della garitta che dominava il ponte levatoio.
«Il messo di Azzone Visconti, signore di Piacenza, chiede di entrare, signoria. Questi nobiluomini che mi accompagnano asseriscono che nel vostro castello si possa nascondere un pericoloso fuggiasco.»
Il portone ruotò pesantemente sui cardini, mentre veniva abbassato il ponte levatoio. I tre uomini e la loro scorta entrarono, accompagnati dallo scalpiccio e dai nitriti dei cavalli.
Angelo Campagnola si guardò attorno con attenzione. Non rivolse al padrone di casa che alcune frasi di circostanza, poi il nobile veneziano e l’orientale che lo accompagnava si misero alla guida di due drappelli e incominciarono una minuziosa perquisizione del maniero.
«Pagherete in prima persona per quest’irruzione nel cuore della notte», disse Giacomo di Valnure rivolto al messo dei Visconti. «Avrete modo di constatare di persona che non c’è nessun pericoloso criminale alloggiato tra queste mura. Mi rivolgerò direttamente ad Azzone Visconti, affinché la vostra arroganza venga posta a freno.»
La ricerca si protrasse per diverse ore. Alla fine i soldati entrarono nell’ultima camera, quella occupata fino a poco prima dal Muqatil. Tutto sembrava in ordine: pareva che nessuno avesse abitato in quelle stanze da lungo tempo.
«Vedete, Angelo Campagnola», disse il messo del signore di Piacenza, «nessuno si nasconde presso il castello di Valnure. I vostri sospetti erano infondati: abbiamo perquisito palmo a palmo il maniero senza esito. Credo sia tempo di rivolgere le nostre scuse al conte e abbandonare questa dissennata iniziativa.»
«Vi prego di perdonarci, signoria. L’uomo che stiamo cercando costituisce una minaccia per l’intera cristianità. Per questo ci siamo permessi di turbare la vostra quiete. Toglieremo immediatamente il disturbo», disse il Campagnola inchinandosi dinanzi a Giacomo di Valnure.
Mentre stavano per abbandonare quell’ultima stanza, gli occhi dell’orientale si posarono su un lembo di stoffa bianca che fuoriusciva da sotto il letto. Il volto di Humarawa si illuminò di un sorriso sinistro, quando fu chiaro che la stoffa era una fascia di quelle usate per avvolgere i neonati.
Febbraio 2002
Taka sembrava più stizzito che impaurito. Lesse con attenzione il foglio che l’ispettore Iku gli aveva sventolato sotto il naso, poi si tranquillizzò, pensando che la perquisizione non avrebbe sortito alcun effetto. Gli oggetti che nessuno avrebbe dovuto vedere erano custoditi in un luogo sicuro e inaccessibile.
«Posso chiedere chi è il signore che la accompagna?» chiese il segretario di Yasuo Maru, indicando Bruno Milano. Taka lo aveva subito identificato come l’uomo che appariva nelle istantanee che avevano incastrato Kuniko Sagashi. Inoltre gli pareva che l’israeliano avesse un volto familiare.
«Mi sono avvalso della consulenza di un esperto, come la legge consente», rispose Iku, indicando il maggiore del Mossad. «Se adesso volete farci accedere agli appartamenti del signor Maru…»
«Un attimo, vorrei prima avvertirlo e chiamare i nostri legali, ispettore.»
«Certo, è un suo diritto, ma mentre lei rintraccia gli avvocati noi vorremmo iniziare a guardarci intorno.»
Per circa un’ora Iku, Milano e i sei poliziotti si aggirarono all’interno dell’appartamento, fotografando e catalogando ognuna delle innumerevoli opere d’arte presenti. Quando entrarono nella sala di lettura, Taka tradì una certa impazienza.
Milano diresse risoluto verso il calamaio sulla scrivania. Sembrava un normale soprammobile: l’ufficiale del Mossad lo ruotò di mezzo giro a sinistra e la parete della libreria si spostò di lato, scoprendo la porta blindata dell’ascensore interno.
«Guarda guarda… Una porta segreta. Credo sia il caso che lei ci fornisca la combinazione per aprirla, se non vuol essere incriminato per reticenza», disse Iku rivolto al segretario.
«Non conosco la combinazione. Solamente il signor Yasuo può entrare nel suo caveau», rispose Taka che sembrava prossimo a una crisi di nervi.
«Bene, allora ci proveremo noi», ribatté Iku.
«Lei sta violando la privacy del mio datore di lavoro…» provò a controbattere Taka con voce stridula.
«Forse lei non ha letto bene il mandato: il giudice mi autorizza a ispezionare casseforti e stanze blindate, forzandone le serrature ove necessario. Quindi sono autorizzato a perquisire questo lussuoso stabile fino a quando ne avrò voglia.»
Milano si avvicinò alla tastiera; sembrava canticchiasse un motivetto, ma stava solo cercando di ricordare i toni che avevano accompagnato la digitazione della combinazione da parte di Yasuo Maru, il giorno in cui aveva trovato all’ultimo minuto un nascondiglio di emergenza.
Al terzo tentativo, un led verde accesosi accanto alla tastiera indicò che la memoria dell’ufficiale del Mossad era riuscita a disattivare il primo ostacolo elettronico.
Taka trasalì all’improvviso. Il sorriso beffardo che Milano gli aveva lanciato aveva aperto un varco nella sua memoria. La serata fumosa al Moulin Rouge gli tornò alla mente, così come la bella preda italiana che gli era sfuggita mentre lui si addormentava in preda ai fumi dell’alcol. Taka ricordò che quella mattina si era svegliato con la testa pesante, aveva letto il messaggio del potenziale amante e aveva controllato che il gigolò italiano non avesse fatto sparire il portafogli o altri oggetti di valore. Rinfrancato, gli era rimasto il rimpianto per un’eccitante avventura che mai avrebbe potuto concretizzare.
A parte il travestimento, l’uomo che stava entrando nell’ascensore segreto era lo stesso di quella notte. Taka si sentì perduto.
Uno dei componenti del commando si caricò in spalla il compagno che era stato travolto dal fiume d’acqua quando aveva aperto la porta della cabina. Sembrava ferito in maniera abbastanza seria.
I quattro fuggiaschi stavano al centro del drappello e le dieci figure si incamminarono lungo gli angusti corridoi del ventre della nave.
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