Edward Gibbon - Storia della decadenza e rovina dell'impero romano, volume 8
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Storia della decadenza e rovina dell'impero romano, volume 8: краткое содержание, описание и аннотация
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Ho debolmente segnati i lineamenti generali degli Schiavoni o dei Bulgari, senza tentare di definire i confini dei luoghi da essi abitati, che non erano accuratamente conosciuti nè rispettati dai Barbari stessi. La loro vicinanza all'Impero determinava l'importanza loro, e la piana regione della Moldavia o della Valachia era occupata dagli Anti 16 16 Antes eorum fortissimi… Taysis qui rapidus et vorticosus in Histri fluenta furens devolvitur (Giornandes, c. 5 p. 194 ed. Muratori. Procopio, Goth. l. 5 c. 14, e de Edif. l. IV c. 7). Pure lo stesso Procopio ricorda i Goti e gli Unni come vicini, Γειτονουντα, il Danubio ( de Edif. l. 4, c. 1).
, tribù Schiavona, che con un epiteto di conquista aumentò i titoli di Giustiniano 17 17 Il titolo nazionale di Anticus , preso nelle leggi ed iscrizioni da Giustiniano, fu adottato da' suoi successori, e vien giustificato dal pio Ludewig ( in vit. Justinian. p. 515). Esso ha stranamente intricato i giureconsulti del medio evo.
. Per frenare gli Anti egli innalzò le fortificazioni del Danubio inferiore, e molto adoperossi ad assicurarsi l'alleanza di un popolo stanziato nel diretto canale delle nortiche innondazioni ch'era un intervallo di duecento miglia tra i monti della Transilvania ed il Ponto Eussino. Ma gli Anti non avevano nè il potere nè la volontà di far argine al furor del torrente: e cento tribù di Schiavoni, armati alla leggiera, inseguivano con quasi egual celerità i passi della Bulgara cavalleria. Il pagamento di una moneta d'oro per ogni soldato procurò loro una salva e facile ritirata attraverso il paese dei Gepidi, che dominavano il passo del Danubio superiore 18 18 Procopio, Goth. l. 4 c. 25.
. Le speranze od i timori dei Barbari; l'intestina loro unione o discordia; l'accidente di una riviera gelata o poco profonda; la prospettiva delle messi o della vendemmia; la prosperità o l'angustia dei Romani, erano le cagioni che producevano l'uniforme ripetizione delle annue lor visite, 19 19 Un'irruzione degli Unni viene unita da Procopio coll'apparizione di una cometa, forse quella del 531 ( Persic. l. 2 c. 4); Agatia (l. 5 p. 154, 155) toglie a prestito dal suo predecessore varj fatti più antichi.
tediose a narrarsi e distruttive nel loro effetto. Lo stesso anno e forse lo stesso mese in cui Ravenna aprì le sue porte, fu marcato da un'invasione degli Unni o Bulgari, così tremenda che quasi cancellò la rimembranza delle loro incursioni passate. Dai sobborghi di Costantinopoli, si sparsero essi fino al golfo Jonio, distrussero trentadue città o castella, rasero al suolo Potidea, che gli Ateniesi avevano edificata, ed aveva assediata Filippo; poi ripassarono il Danubio, trascinando attaccati alla coda dei loro cavalli centoventimila sudditi di Giustiniano. In una scorreria posteriore essi forzarono la muraglia del Chersoneso Tracio, ne demolirono le abitazioni e sterminarono gli abitatori; indi valicarono arditamente l'Ellesponto, e carichi delle spoglie dell'Asia, ritornarono in mezzo ai loro compagni. Un'altra banda, che parve una moltitudine agli occhi dei Romani, si avanzò, senza contrasto, dallo stretto delle Termopili fino all'Istmo di Corinto; e l'ultima rovina della Grecia è sembrato un oggetto troppo minuto per chiamar l'attenzion dell'istoria. Le opere che l'Imperatore costruì per la difesa, ma a spese, de' suoi sudditi, non servirono che a manifestare la debolezza delle parti lasciate neglette; e le mura che l'adulazione giudicava inespugnabili, furono o disertate dalle guernigioni, ovvero scalate dai Barbari. Tremila Schiavoni, i quali insolentemente si divisero in due masnade, posero in chiaro la debolezza e la miseria di un regno che si diceva trionfante. Essi varcarono il Danubio e l'Ebro; vinsero i Generali romani che ardirono di opporsi ai loro progressi; ed impunemente saccheggiarono le città dell'Illirico e della Tracia, ciascuna delle quali aveva armi e popolazione bastante per fare a pezzi i dispregevoli loro assalitori. Qualunque lode meritar si possa l'ordire degli Schiavoni, esso è contaminato dalla bassa e deliberata crudeltà che sono accusati di aver esercitata sopra dei loro prigionieri. Senza distinzione di grado, di sesso o di età, questi venivano impalati o scorticati vivi, o sospesi tra quattro pali, e fatti morire a colpi di mazza, o veramente chiusi in qualche vasto edificio, ed ivi lasciati perir nelle fiamme insieme con le spoglie ed il bestiame che impedir poteva la marcia di questi vincitori selvaggi 20 20 Procopio riferisce od ingrandisce le crudeltà degli Schiavoni ( Goth. l. 3 c. 29, 38). Quanto al mite e liberale loro procedere co' prigionieri, possiamo appellarci all'autorità, alquanto più recente, dell'imperatore Maurizio ( Stratagem. l. 2 c. 5).
. Forse da una relazione più imparziale si sarebbe sminuito il numero, e qualificata la natura di tali orribili azioni; e le crudeli leggi della rappresaglia avranno potuto qualche volta servir loro di scusa. Nell'assedio di Topiro 21 21 Topiro giaceva presso Filippi nella Tracia o Macedonia, dirimpetto all'isola di Taso, dodici giornate distante da Costantinopoli (Cellario, t. 1 p. 676, 840).
, la cui ostinata difesa avea fieramente irritato gli Schiavoni, essi trucidarono quindicimila uomini; ma risparmiarono le donne ed i fanciulli. I prigionieri di maggior prezzo erano sempre posti in serbo per impiegarli al lavoro o per ricavarne il riscatto: non rigorosa la schiavitù, e pronti e moderati erano i termini della liberazione de' prigionieri. Ma il suddito, ossia l'istorico di Giustiniano, esalò il giusto suo sdegno nel linguaggio della querela e del rimprovero, e Procopio ha confidentemente affermato, che durante un regno di trentadue anni, ciascun'annua incursione dei Barbari avea rapito dugentomila abitanti all'Impero romano. L'intera popolazione della Turchia Europea, che corrisponde, a un dipresso, alle province di Giustiniano, non sarebbe forse in istato di somministrare sei milioni d'individui, che sono il prodotto di quell'incredibile computo 22 22 Se pongasi fede alla maligna testimonianza degli Aneddoti (c. 18), queste incursioni aveano ridotto le province meridionali del Danubio allo stato delle solitudini Scitiche.
.
Nel mezzo di queste oscure calamità, l'Europa sentì l'urto di una rivoluzione, che prima disvelò al Mondo il nome e la nazione de' Turchi. Somigliante a Romolo, il fondatore di quel popolo marziale fu allattato da una lupa che poscia lo fece padre di una numerosa posterità, e l'immagine di questa bestia, nelle bandiere dei Turchi, conservò la memoria, o piuttosto suggerì l'idea di una favola, che fu inventata, senza alcuna relazione scambievole, dai pastori del Lazio, e da quelli della Scizia. Nell'eguale distanza di duemila miglia dal mar Caspio, dal mar Glaciale, dal mar della China, e da quello del Bengala, sorge una gran catena di monti, che è il centro o forse la sommità dell'Asia; essa, nella favella delle differenti nazioni, fu chiamata Imao, e Caf 23 23 Da Caf a Caf; che una geografia più ragionevole può forse interpretare dall'Imao al monte Atlante. Secondo la filosofia religiosa de' Maomettani, la base del monte Caf è di smeraldo, il cui riflesso produce l'azzurro del cielo. La montagna è dotata di un'azione sensitiva nelle sue radici o nervi; e la vibrazion loro, dipendente dal cenno di Dio, produce i terremoti (D'Herbelot, p. 230, 231).
, ed Altai, e le Montagne d'Oro, e la Cintura della Terra. I fianchi delle rupi producevano minerali; e le fornaci del ferro 24 24 Il ferro della Siberia è il migliore ed il più abbondante del mondo, e, nelle parti meridionali, l'industria dei Russi ne scava al presente più di sessanta miniere (Strahlenberg, Storia della Siberia, p. 342, 387. Voyages en Siberie par l'abbé Chappe d'Auteroche , p. 603-608, ediz. in 12. Amsterdam, 1770). I Turchi offrivano ferro per sale: eppure gli ambasciatori Romani, con istrana ostinazione, persistevano in credere, che un artifizio era desso, e che il loro paese punto non ne produceva (Menandro in Excerpt. Leg. p. 152).
ad uso della guerra, erano lavorate dai Turchi, la più spregiata porzione degli schiavi del Gran Can dei Geugeni. Ma durar non doveva il loro servaggio, se non fin tanto che sorgesse un ardito ed eloquente condottiero, il quale persuadesse i suoi compatriotti che le stesse armi, fabbricate pei loro padroni, potevano divenire nelle proprie lor mani gl'istromenti della libertà e della vittoria. Sbucaron essi dai lor monti 25 25 Di Irgana-Kon ( Abulghazi Kan, Hist. Généalog. des Tatars , P. 2 c. 5, p. 71, 77 c. 15 p. 155). La tradizione conservata da' Mogolli de' 450 anni ch'essi passaron ne' monti, concorda coi periodi Chinesi dell'istoria degli Unni e dei Turchi (De Guignes, t. 1 P. 2 p. 376) e colle venti generazioni dalla loro restaurazione sino a Zingis.
; uno scettro fu il guiderdone del consiglio di lui; e l'annua cerimonia, in cui un pezzo di ferro veniva arroventato nel fuoco, ed il Principe ed i suoi nobili maneggiavano successivamente un martello da fabbro ferraio, ricordò di secolo in secolo l'umile professione ed il ragionevole orgoglio della nazione Turchesca. Bertezena, primo lor Capo, segnalò il valore di essi ed il suo in fortunati combattimenti contro le vicine tribù; ma quando egli presunse di chiedere in matrimonio la figlia del gran Cane, l'insolente domanda di uno schiavo e di un artigiano con disprezzo fu rigettata. Una più nobile alleanza d'una principessa Chinese lo risarcì di tale disgrazia; e la decisiva battaglia che quasi estirpò la nazione dei Geugeni, fondò nella Tartaria il nuovo e più potente impero dei Turchi. Essi regnarono sul Settentrione; ma il fedele amore che serbavano per le montagne dei padri loro, mostrò il lor modo di pensare intorno alla vanità delle conquiste. Il campo reale di rado perdè di vista il monte Altai, d'onde il fiume Irtish discende ad irrigare i ricchi pascoli dei Calmucchi 26 26 Il paese de' Turchi, ora de' Calmucchi, è descritto benissimo nella Storia Genealogica p. 521-562. Le curiose note del traduttore Francese sono ampliate e riordinate nel secondo volume della Traduzione inglese.
, i quali nutrono i montoni ed i buoi più grossi del mondo. Fertile n'è il suolo, ed il clima temperato e mite. Quella fortunata regione non conosceva nè la pestilenza, nè i terremoti; il trono dell'Imperatore era rivolto verso Oriente, ed un lupo d'oro, innalzato sopra una lancia, parea custodire l'ingresso della tenda di lui. Uno dei successori di Bertezena rimase adescato dal lusso e dalla superstizione della China; ma il suo disegno di fabbricar templi e città fu dissipato dalla ingenua sapienza di un Barbaro consigliere. «I Turchi, disse costui, non uguagliano in numero la centesima parte degli abitatori della China. Se noi pareggiamo la loro potenza, ed eludiamo i loro eserciti, ciò avviene, perchè andiamo vagando senza fisse abitazioni, non attendendo che alla guerra ed alla caccia. Siamo noi forti! Ci spingiamo innanzi, e conquistiamo. Siamo noi deboli! Ci ritiriamo e ci nascondiamo. Ma se i Turchi si rinserrano dentro le mura delle città, la perdita di una battaglia trarrà seco la distruzione del loro impero. I Bonzi non predicano che pazienza, umiltà e rinunzia al mondo. Tale, o Re, non è la religion degli Eroi». Essi adottarono con minor ripugnanza le dottrine di Zoroastro, ma la maggior parte della nazione continuò a serbare, senza esame, le opinioni, o per meglio dire la pratica dei loro antenati. Alla suprema divinità erano riserbati gli onori del sacrifizio; essi confessavano, con rozzi inni ciò che dovevano all'aria, al fuoco, all'acqua ed alla terra; ed i loro sacerdoti traevano qualche profitto dall'arte della divinazione. Le loro leggi, non scritte, erano rigorose ed imparziali: il furto veniva punito colla restituzione del decuplo: l'adulterio, il tradimento e l'uccisione traevano con sè la pena di morte, ma nessun castigo pareva loro troppo severo pel raro ed inespiabile delitto di pusillanimità. Raccolto avendo sotto il loro stendardo le vinte nazioni, la cavalleria de' Turchi, tra uomini e cavalli, veniva orgogliosamente computata per milioni; uno dei loro eserciti effettivi era composto di quattrocentomila soldati, ed in meno di cinquant'anni essi furono in relazione di guerra o di pace coi Romani, coi Persiani e coi Chinesi. Nei loro limiti settentrionali si può discoprire qualche vestigio della forma e della situazione del Kamtchatka, di un popolo di cacciatori e di pescatori le cui slitte erano tirate da cani, e le abitazioni sepolte sotterra. I Turchi ignoravano l'astronomia; ma le osservazioni fatte da qualche dotto Chinese, con un gnomone di otto piedi, determinano il campo reale nella latitudine di quarantanove gradi, e segnano i loro progressi sino a tre od almeno a dieci gradi dal circolo polare 27 27 Visdelou, p. 141, 151. Questo fatto si può qui introdurre, benchè, strettamente parlando, esso appartenga ad una tribù subordinata e che venne dopo.
. Fra le meridionali conquiste loro, la più splendida fu quella dei Neftaliti, od Unni bianchi, popolo incivilito e guerriero che possedeva le trafficanti città di Bochara e di Samarcanda, che vinto aveva i monarchi della Persia, e portato le vittoriose sue armi sulle rive e forse alla foce dell'Indo. Dalla parte di Ponente, la cavalleria turca s'innoltrò fino alla palude Meotide. Essi passarono questo lago sul ghiaccio. Il Can che abitava ai piedi del Monte Altai, spedì l'ordine che si assediasse Bosforo 28 28 Procopio, Persic . l. 1 c. 12, l. 2 c. 3. Peyssonel ( Observ. sur les Peup. Barb. p. 99, 100 ) stabilisce la distanza che corre tra Caffa e l'antica Bosforo, in 16 lunghe leghe tartare.
, città che si era volontariamente sommessa ai Romani, ed i cui Principi erano stati anticamente gli amici di Atene 29 29 Vedi, in una Memoria del De Boze ( Mem. de l'Acad. des Inscrip., t. VI p. 549-565 ), gli antichi Re e le medaglie del Bosforo Cimmerio; e la gratitudine di Atene, nelle orazioni di Demostene contro Leptine (negli Oratori Greci di Reiske, t. 1 p. 466, 467).
. A levante i Turchi invadevano la China, ogni volta che rilassato vi era il vigor del governo; e l'istoria dei tempi ci narra che essi abbattevano i loro pazienti nemici, come si miete il canape e l'erba dei campi; e che i Mandarini encomiarono la sapienza di un Imperatore il quale respinse questi Barbari con lancie d'oro. L'estensione del selvaggio impero dei Turchi trasse uno dei loro monarchi a stabilire tre subordinati Principi del proprio sangue, i quali tosto dimenticarono i doveri della riconoscenza e della fedeltà. Snervati furono i conquistatori dal lusso, il quale sempre riesce fatale fuori che ad un popolo industrioso. La politica della China eccitò le vinte nazioni a ricuperare l'indipendenza perduta; e la potenza dei Turchi non oltrepassò il periodo di duecent'anni. Il risorgimento del nome loro ed il loro dominio nelle contrade meridionali dell'Asia, sono avvenimenti di una età posteriore; e le dinastie che succederono ai loro primi sovrani, possono passarsi in silenzio poichè l'istoria loro non ha verun legame colla decadenza e caduta del Romano Impero 30 30 Intorno all'origine ed alle rivoluzioni del primo impero Turchesco, ne ho tolto le particolarità dal De Guignes ( Hist. des Huns , t. 1 P. 2 p. 367-462), e da Visdelou ( suppl. à la Biblioth. Orient. d'Herbelot, p. 82-114). I cenni Greci e Romani sono raccolti in Menandro (p. 108-164) ed in Teofilacte Simocatta (l. VII c. 7, 8).
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