Edward Gibbon - Storia della decadenza e rovina dell'impero romano, volume 12

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Storia della decadenza e rovina dell'impero romano, volume 12: краткое содержание, описание и аннотация

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A. D. 697-1200

Nel narrare l'invasione fatta da Attila nell'Italia, non tacqui 41 41 T. VI di questa storia. , come i Veneziani fuggiti dalle città distrutte del Continente, si fossero cercato uno oscuro asilo nella catena d'isolette che l'estremità dell'Adriatico golfo fiancheggiano. Circondati per ogni lato dal mare, liberi, indigenti, laboriosi, e padroni d'una inaccessibil dimora, a mano a mano in repubblica si congregarono. Le prime fondamenta di Venezia accolse l'isola di Rialto, e venne, in vece della elezione annuale di dodici tribuni, l'uffizio di un Duca o Doge perpetuo, che durava quanto la vita di chi lo assumea. Collocati fra due imperi, i Veneziani vanno fastosi della fama di aver sempre mantenuta la primitiva loro independenza 42 42 Il Pagi ( Critica , t. III, A. D. 810, n. 4 ec.) tratta sulla fondazione e l'independenza di Venezia e sull'invasione di Pipino ( V. la diss. del Beretti, Cron. It. medii aevi , in Muratori, Script. t. X, p. 153). I due critici mostrano qualche parzialità. Il Francese contro la Repubblica, l'Italiano in favore di essa. , e sostenuta coll'armi la lor libertà, dai Latini posta in pericolo, fama che, con testimonianze commesse allo scritto, potrebbero di leggieri giustificare. Il medesimo Carlomagno abbandonò tutte le sue pretensioni sulle isole del golfo Adriatico; Pipino, figlio di lui, ebbe mal successo in volendo superare le lagune di Venezia, troppo profonde, perchè la sua cavalleria potesse varcarle, ma non a bastanza per offerire alle sue navi ricetto; e sotto il successivo regno di tutti gli alemanni Imperatori, le terre della Repubblica veneta da ogn'altro paese italiano sonosi contraddistinte. Ma quegli abitanti imbevuti eransi dell'opinione generale dell'estranie nazioni, e de' Greci loro sovrani, i quali siccome parte non alienabile dell'Impero d'Oriente li riguardavano 43 43 Allorchè il figlio di Carlomagno armò i suoi diritti dì sovranità, i fedeli Veneziani gli risposero: οτι ημεις διπλος θελσμεν ειναι του Ρομαιων βασιλεως, perchè noi vogliamo essere secondi sudditi del Re dei Romani (Costantino Porfirogeneta, De admin. imper. part. II, c. 28, p. 85); tradizione del nono secolo che rende ragione de' fatti del decimo, confermati dall'ambasceria di Liutprando di Cremona. Il tributo annuale che l'Imperatore permise si pagasse al Re d'Italia dai Veneziani, raddoppia la servitù di questi sotto aspetto di alleggerirla; ma l'odioso διουλοι vuol essere tradotto come nel chirografo dell'anno 827 (Laugier, Hist. de Venise , t. I, p. 67 ec.) co' più miti vocaboli subditi o fideles . . Il nono e il decimo secolo somministrano prove e molte, e saldissime di tale dipendenza. Laonde i vani titoli e i servili onori della Corte di Bisanzo, cotanto ambiti dai loro Dogi, avrebbero invilite le magistrature di questo popolo libero, se l'ambizione de' cittadini, e la debolezza di Costantinopoli non avessero per insensibili gradi sciolte le catene di questa dependenza medesima, che poi non era nè severissima, nè di soverchio assoluta. Convertiti l'obbedienza in rispetto, i privilegi in prerogative, la libertà del Governo politico quella del Governo civile affrancò. Le città marittime dell'Istria e della Dalmazia obbedivano ai sovrani dell'Adriatico; e quando questi armarono per Alessio contra i Normanni, l'Imperatore greco non riguardò i soccorsi de' medesimi, qual tributo che il Sovrano può aspettarsi dai sudditi, ma beneficenza di grati e fedeli confederati li reputò. Retaggio fu di questo popolo il mare 44 44 V. la venticinquesima e trentesima dissertazione delle Antichità del Medio Evo del Muratori. La Storia del commercio composta da Anderson non fa incominciare il traffico de' Veneziani coll'Inghilterra che nell'anno 1323. L'Abate Dubos ( Hist. da la ligue de Cambrai , t. II, p. 443-480) offre una allettevole descrizione del fiorente stato del loro commercio e delle loro ricchezze nel principio del secolo XV. . Certamente i Genovesi e i Pisani, rivali de' Veneti, teneano la parte occidentale del Mediterraneo, dalla Toscana a Gibilterra; ma avendo Venezia ottenuta di buon'ora una grossa parte nel commercio vantaggiosissimo della Grecia e dell'Egitto, le ricchezze di essa, a proporzione delle inchieste degli Europei, si aumentarono; le sue manifatture di cristalli e di seta, fors'anche l'instituzione della sua Banca ad una antichità la più rimota risalgono, e i frutti della comune industria nella magnificenza della Repubblica e de' privati ammiravansi. Facea mestieri di mantenere l'onore della veneta bandiera, di vendicare ingiurie a questa inferite, o proteggerne la marittima libertà? La Repubblica potea in brevissimo tempo lanciar nell'acque, allestire una flotta di cento galee, ch'essa adoperò a mano a mano contra i Greci, contra i Saracini, contra i Normanni, o in soccorso, che grande fu, de' Francesi nelle loro spedizioni alle coste della Sorìa. Ma questa solerzia de' Veneziani, nè cieca, nè disinteressata mostravasi. Dopo la conquista di Tiro, parteciparono al dominio sovrano di questa città, primo ricettacolo del commercio di tutto il Globo; e già scorgeansi nella politica del veneto Governo tutta l'avarizia di un popolo trafficante, e tutta l'audacia di una potenza marittima. Ma non fu mai che il consiglio l'ambizione non ne regolasse; e dimenticò rare volte, che, se la copia delle sue galee armate era conseguenza e salvaguardia di sua grandezza, il suo navilio mercantile le avea dato origine e la sostenea. Evitato lo scisma de' Greci, non quindi Venezia un'obbedienza servile al Pontefice di Roma prestò; e l'abito di corrispondere cogl'Infedeli di tutti i climi, le fu schermo di buon'ora contra gl'influssi della superstizione. Il Governo primitivo di Venezia presentava una mescolanza informe di democrazia e di monarchia; pei suffragi di una generale assemblea eleggevasi il Doge; e questi, sinchè piaceva al popolo la sua amministrazione, regnava con fasto e con autorità ad un sovrano addicevoli; ma negli spessi cambiamenti politici occorsi, cotesti maestrati vennero e rimossi, e confinati in esilio, e talvolta anche morti per opera di una moltitudine sempre violenta, spesse volte ingiusta. Col secolo dodicesimo solamente incominciò quell'abile e vigilante aristocrazia, per le cui conseguenze ai dì nostri il Doge non è più che un fantasma, il popolo un nulla 45 45 I Veneziani tardarono assai nel pubblicare e scrivere la loro storia. I più antichi loro monumenti sono: I. l'arida Cronaca composta, come sembra, da Giovanni Sagornino (Venezia 1765 in 8), ove si dimostrano lo stato e i costumi di Venezia nell'anno 1028; II. la storia più voluminosa del Doge Andrea Dandolo 1342-1354, pubblicata per la prima volta nel duodecimo tomo del Muratori, A. D. 1728. La Storia di Venezia scritta dall'Abate Laugier (Parigi 1728) è un'Opera non priva di merito, e della quale io mi sono principalmente giovato per la parte che alla costituzione della Repubblica si riferisce. .

A. D. 1201

Appena giunti a Venezia i sei ambasciatori francesi, vennero nel palagio di S. Marco amichevolmente accolti dal Doge Enrico Dandolo, che, pervenuto all'ultimo periodo dell'umana vita, fra gli uomini più chiari del suo secolo risplendea 46 46 Enrico Dandolo compiea gli ottantaquattro anni quando fu eletto Doge, A. D. 1192, e ne avea novantasette all'atto della sua morte, A. D. 1205. V. le osservazioni del Ducange sopra Villehardouin, n. 204. Ma gli storici originali non mettono attenzione a questa straordinaria lunghezza di vita. È questo, cred'io, il primo esempio d'un eroe pervenuto quasi ai cento anni. Teofrasto potrebbe somministrar l'esempio di uno scrittore quasi nonagenario: ma invece di εννενκοντα novanta ( Prooem. ad Character. ) sarei piuttosto inclinato a leggere επδομεκοντα settanta come hanno pensato l'ultimo editore di Teofrasto, il Fischer, ed anche il Casaubono. Egli è quasi impossibile che in tanto avanzata età il corpo e l'immaginazione conservino il loro vigore. . Aggravato dagli anni, e divenuto cieco 47 47 I moderni Veneziani (Laugier, t. II, p. 219) accusano della cecità del Dandolo l'Imperator Manuele, calunnia confutata dal Villehardouin e dagli antichi storici, secondo i quali il veneto Doge per conseguenza d'una ferita, perdè la vista (n. 34 e Ducange). , il Dandolo conservava tutto il vigore del suo coraggio e del suo intendimento, il fervor d'un eroe bramoso di segnalare per qualche memorabile impresa l'epoca del suo regno, la saggezza di un cittadino infiammato dall'ardore di fondare la propria fama sulla gloria e la possanza della sua patria. Il valore e la fiducia de' Baroni francesi e de' lor deputati, ottennero da lui approvazione ed encomj: «S'io non fossi che un privato, rispondea loro, nel sostenere una sì bella causa, e in compagnia di tali campioni, bramerei terminare il corso della mia vita.» Ma nella sua qualità di magistrato di una Repubblica, li chiese di qualche indugio per consigliarsi in una bisogna di tanta importanza co' suoi colleghi. La proposta de' Francesi venne primieramente discussa nel consesso de' sei Savj nominati di recente per vegliare all'amministrazione del Doge; indi portata ai quaranta Membri del Consiglio di Stato, poi comunicata all'Assemblea legislativa, composta di quattrocentocinquanta Membri, eletti ciascun anno ne' sei rioni della città. E in pace, e in guerra, il Doge era sempre il Capo della Repubblica; ma il credito personale goduto dal Dandolo, di maggior peso l'autorità legale rendevane. Si ventilarono ed approvarono le ragioni da esso addotte per favorire la confederazione; indi gli fu conferita l'autorità di far note agli ambasciatori le condizioni del Trattato che si volea stipulare 48 48 V. il Trattato originale nella Cronaca di Andrea Dandolo p. 323-326. . Giusta le medesime, i Crociati, verso la festa di S. Giovanni, del successivo anno sarebbersi adunati a Venezia, ove avrebbero trovato barche piatte per contenere quattromila cinquecento cavalli e novemila scudieri, e navi sufficienti per trasportare quattromila cinquecento uomini a cavallo e ventimila fantaccini. I Veneziani doveano inoltre per nove mesi mantenere di tutte le necessarie vettovaglie la flotta, e condurle ovunque il servigio di Dio o della Sovranità il richiedesse, scortandole inoltre con cinquanta galee armate, e veleggianti colla bandiera della Repubblica. In corrispondenza di tal carico che si assumeano i Veneziani, i pellegrini, prima del partire, doveano sborsare ottantacinquemila marchi d'argento; e quanto alle conquiste, sarebbersi in parti eguali divise fra i confederati. Patti per vero alquanto aspri; ma la circostanza incalzava, e i Baroni francesi non sapeano risparmiare nè il proprio sangue, nè le proprie ricchezze. Fu tosto convocata un'assemblea generale per ratificare il Trattato, e diecimila cittadini empieano la grande cappella e la piazza di S. Marco. I Nobili francesi vidersi per la prima volta alla necessità d'inchinare la maestà del popolo. «Illustri Veneziani, dicea il maresciallo di Sciampagna, veniam deputati da' più grandi e più possenti Baroni della Francia, per supplicare i Sovrani del mare a soccorrerci nel liberare Gerusalemme. Questi nostri commettenti ci raccomandarono prostrarci dinanzi a voi, nè ci rialzeremo, se prima non ne promettete di vendicare con noi gli affronti fatti al Redentore del Mondo». Tali parole accompagnate dal pianto 49 49 Leggendo il Villehardouin non possiamo far di meno di osservare che questo Maresciallo e i cavalieri suoi confratelli piangevano molto spesso. « Sachiez que la ot mainte lerme plorée de pitié (n. 17): mult plorant (ibid.); mainte lerme plorée (n. 34) si orent mult pitié et plorérent mult durement (n. 60); i ot maint lerme plorée de pitié (n. 202)». In somma piangevano in tutte le occasioni, ora per afflizione, ora per gioia, e se non altro per divozione. , l'atteggiamento supplichevole, e in un l'aspetto guerriero di coloro che le proferivano, eccitarono tal grido universale di applauso, il cui rumore, dice Goffredo, a quel del tremuoto rassomigliavasi. Il venerabile Doge salì il suo tribunale, ove aringando favore dei supplicanti, spiegò quali siano i soli motivi onorevoli e virtuosi che l'adunanza di tutto un popolo possono giustificare. Copiatosi in pergamena il Trattato, munito di suggelli, confermato da giuramenti, scambievolmente accettato con lagrime di gioia dai rappresentanti delle due nazioni, venne tosto inviato a Roma per ottenerne da Papa Innocenzo III l'approvazione. I mercatanti somministrarono duemila marchi per le prime spese dell'armamento; e intantochè due de' sei Deputati le Alpi rivalicavano per annunziare alla lor gente il buon successo delle negoziate cose, gli altri quattro si condussero, ma indarno a Genova e a Pisa, per indurre queste due Repubbliche a prendere parte nella Santa Lega.

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