Edward Gibbon - Storia della decadenza e rovina dell'impero romano, volume 12
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11 11 La disciplina ecclesiastica può dirsi oggidì ben rilassata in Francia, confrontandola colla rigorosissima severità di alcuni regolamenti. Già il latte, il burro, il formaggio son divenuti nudrimento ordinario della Quaresima, e in questo tempo è permesso l'uso delle uova mediante un concedimento annuale, che tien vece di un'indulgenza perpetua ( Vie privée des Français , t. II, p. 27, 38).; si concedeva ai monaci infermi il mangiar carne; il grasso degli animali, talvolta alla mancanza d'olio suppliva; riserbavasi all'Ordine episcopale l'amministrazione della Santa Cresima, o dell'unzione battesimale. I Vescovi portavano al dito un anello, come sposi spirituali della loro Chiesa; i preti si radevano la barba, e battezzavano con una semplice immersione; tai sono i delitti che infiammarono lo zelo dei Patriarchi di Costantinopoli, e de' quali collo stesso fervore i dottori latini cercavano di scolparsi
12 12 I documenti originali dello scisma, e le accuse mosse dai Greci contra i Latini trovansi nelle Lettere di Fozio ( Epist. Encyclica , II, pag. 47-61) e di Michele Cerulario (Canisii antiq. Lectiones, t. III, part. I, pag. 281-324, ediz. Basnage colla prolissa risposta del Cardinale Umberto)..
A. D. 857-886
La superstizione e l'odio nazionale contribuiscono in segnalata guisa ad invelenire i dispareri, anche sulle cose più indifferenti; ma lo scisma de' Greci ebbe per sua cagione immediata la gelosia de' due Pontefici. Il Romano, sostenendo la supremazia dell'antica Metropoli, pretendea non avere altro eguale nel mondo Cristiano; quello della Capitale regnante voleva essergli eguale e ricusava di riconoscere un superiore. Verso la metà del nono secolo, un laico, l'ambizioso Fozio 13 13 L'opera i Concilj (ediz. di Venezia) contiene tutti gli atti de' Sinodi e la storia di Fozio. I compendj del Dupin e del Fleury lasciano leggermente conoscere, ove stesse la ragione, ove il torto.
, capitano delle guardie, e primo segretario dell'Imperatore, ottenne, o fosse merito di lui, o grazia del Principe, la molto più desiderabile dignità di Patriarca di Costantinopoli. Fornito di cognizioni superiori al rimanente del Clero, anche nella scienza ecclesiastica, immune da taccia per la purezza dei suoi costumi, solamente la fretta posta nell'assumere gli Ordini sacri, e l'irregolarità del suo innalzamento gli venivano rimproverati. Ignazio predecessore di lui che era stato costretto a rassegnare la cattedra, conservava tuttavia per sè la compassione pubblica e l'ostinatezza de' suoi partigiani. Costoro portarono appellazione a Nicolò I; uno de' più orgogliosi e ambiziosi Pontefici Romani, che mai fossero stati, il quale accolse avidamente questo motivo di giudicare e condannare il proprio rivale. Si arroge che la discordia de' due prelati fu ancora inacerbita da un conflitto di giurisdizione, perchè si disputavano entrambi il Re e la nazione dei Bulgari; e poco rilevante cosa pareva all'uno e all'altro, che questi popoli si fossero di recente al Cristianesimo convertiti, se non potevano fra i loro sudditi spirituali questi nuovi proseliti noverare. Sostenuto dalla sua Corte, il Patriarca Greco riportò la vittoria, ma in mezzo alla violenza della disputa, scomunicò a sua volta il successor di S. Pietro, avvolgendo tutta la Chiesa latina nel bando di scisma e d'eresia che egli avea fulminato; col quale atto ad un regno breve e precario la pace del mondo Fozio sagrificò. Il Cesare Bardas, protettore di Fozio, lo trascinò seco nella sua caduta; e Basilio il Macedone, si mostrò giusto nel restituire all'antica sede Ignazio, agli anni e alla dignità del quale non erasi avuto bastante riguardo. Dal fondo del suo convento, o del suo carcere, con patetiche lamentele, e con accorte adulazioni, Fozio sollecitava il favore del nuovo monarca; onde appena ne fu morto il rivale, risalì alla sedia patriarcale di Costantinopoli. Cessato di vivere Basilio, sperimentò le vicissitudini delle Corti, e l'ingratitudine del suo allievo asceso sul trono. Rimosso quindi una seconda volta, nella solitudine che gli estremi momenti della sua vita acerbò, dovette augurarsi le soavità dello studio e la libertà della vita secolare che all'ambizione aveva posposte. Ad ogni politico cambiamento, il clero cedea docilmente e senza perplessità al soffio dell'aura di Corte, e ad ogni cenno del nuovo principe; onde un Sinodo di trecento Vescovi teneasi sempre indifferentemente apparecchiato o a celebrare il trionfo del Santo, o ad imprecare l'esecrabile Fozio caduto dal seggio 14 14 Il Sinodo tenutosi a Costantinopoli nell'anno 869, ottavo fra i Concilj generali, è l'ultima Assemblea dell'Oriente che dalla Chiesa romana siasi riconosciuta. Questa non ammette i Sinodi di Costantinopoli degli anni 867 e 879 non men copiosi e romorosi degli altri, ma che si mostrarono favorevoli a Fozio.
; e i Papi, sedotti da promesse ingannevoli di soccorsi, o di ricompense, si lasciavano condurre ad approvare questi atti contraddittorj, e per via di lettere o di Legati, i Sinodi di Costantinopoli ratificarono. Ma la Corte ed il popolo, Ignazio e Fozio, in una cosa convenivano, nel non ammettere le pretensioni de' Papi. I ministri di questi vennero insultati, o posti in carcere: la processione dello Spirito Santo dimenticata, la Bulgaria unita per sempre al trono di Bisanzo; e lo scisma si fece più durevole per le censure rigorose emanate dagli stessi Papi contro le moltiplicate ordinanze che un Patriarca irregolare avea decretate. L'ignoranza e la corruttela del decimo secolo sospesero le contestazioni fra i due popoli, le nimistà loro non ammollì; ma allorchè, la spada de' Normanni fece ritornare le chiese della Puglia sotto la giurisdizione di Roma, il Patriarca nel congedarsi da questo perduto gregge, lo avvertì con una lettera piena di fiele di evitare e abborrire le eresie de' Latini. La nascente maestà del Romano Pontefice, non potè comportare questa insolenza d'un ribelle; onde Michele Cerulario pubblicamente, e in mezzo di Costantinopoli, si vide dai Legati Pontifizj scomunicato (A. D. 1054). Consegnarono questi sull'altare di S. Sofia il terribile anatema che chiarendo 15 15 V. questo anatema nell'opera I Concilj (tom. XI, p. 1457-1460).
le sette mortali eresie dei Greci, condannava all'eterna società del demonio, e degli angeli delle tenebre, i colpevoli predicatori di queste eresie e i loro sfortunati settarj. Sembrò talvolta che la concordia si rimettesse; perchè, giusta i bisogni della Chiesa o dello Stato greco, or da una banda, or dall'altra, al linguaggio della dolcezza e della carità si piegava; ma non mai i Greci abbiurarono i proprj errori, non mai i Papi ritrattarono le lor sentenze; talchè può quivi riguardarsi l'epoca del consumato scisma dell'Oriente. Ciascun nuovo atto ardimentoso de' Romani Pontefici lo ingrossò 16 16 Lo scisma s'accrebbe non solamente per le ardite intraprese dei Papi, ma anche per quelle de' Patriarchi Greci; la passione irritava, e trasportava tanto una parte, che l'altra. (Nota di N. N.)
. Le sventure, l'umiliazione de' Monarchi alemanni fecero arrossire e tremare gl'Imperatori di Costantinopoli, la possanza temporale e la vita militare del Clero latino il popolo Greco scandalezzarono 17 17 Anna Comnena ( Alexiad. , l. I, p. 31-33) dipinge l'orrore che concetto aveano, non solamente la Chiesa greca, ma anche la Corte, contro Gregorio VII, i Papi, e la Comunione Romana. Più veemente ancor lo stile di Cinnamo o di Niceta dimostrasi. Ciò nullameno quanto comparisse mansueta e moderata a petto di quella de' Teologi, la voce degli Storici!
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