Alessandro Baricco - Mr Gwyn

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Jasper Gwyn, scrittore dal discreto successo, decide da un giorno all’altro che non ha più intenzione di scrivere. O perlomeno di scrivere romanzi. Il gesto dello scrivere però gli manca, sente il bisogno di continuare a mettere in fila le parole come aveva fatto per la maggior parte della sua vita. Diventare “copista” gli appare dunque la soluzione ideale: non di cifre o parole, bensì di persone. Inizia così a fare ritratti per, come dice lui, “riportare a casa le persone”. Adibisce un ex garage a studio di posa, lo illumina con lampadine dalla luce “infantile” e ciò che ne scaturisce è un qualcosa che solo un personaggio complesso e surreale come Jasper Gwyin poteva concepire. Non mancheranno gli imprevisti e più di una volta il fragile sogno su cui tutto è costruito rischierà di infrangersi. Il finale non può che sorprendere.

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In particolare gli piaceva scrivere mentre aspettava in lavanderia, in mezzo ai cestelli che giravano, al ritmo di riviste sfogliate distrattamente su gambe accavallate di donne che non sembravano coltivare alcuna illusione che non riguardasse la sottigliezza delle loro caviglie. Un giorno stava scrivendo mentalmente un dialogo tra due amanti in cui l’uomo spiegava che fin da bambino aveva la curiosa facoltà di sognare le persone solo quando ci dormiva insieme, proprio mentre ci dormiva insieme.

– Vuoi dire che sogni soltanto quelli che sono nel tuo letto?, chiedeva la donna.

– Sì.

– Che stronzata è?

– Non lo so.

– E se uno non è nel tuo letto tu non lo sogni.

– Mai.

A quel punto si era avvicinata una ragazza grassa, piuttosto elegante, lì nella lavanderia, e gli aveva porto un cellulare.

– E per lei, aveva detto.

Jasper Gwyn aveva preso il cellulare.

7.

– Jasper! Messo l’ammorbidente?

– Ciao Tom.

– Disturbo?

– Stavo scrivendo.

– Bingo!

– Non in quel senso.

– Non mi risulta che ci siano molti sensi, se uno è uno scrittore scrive, tutto lì. Te l’avevo detto, nessuno riesce a smettere davvero.

– Tom, sono in una lavanderia.

– Lo so, sei sempre lì. E a casa non rispondi.

– Non si scrivono libri in lavanderia, lo sai, e comunque non li scriverei io.

– Palle. Vuota il sacco. Cos’è, un racconto?

La biancheria era ancora al prelavaggio, e non c’era nessuno a sfogliare riviste. Così Jasper Gwyn pensò che poteva provare a spiegargli. Raccontò a Tom Bruce Shepperd che gli piaceva metter in fila parole, e incastrare frasi, come avrebbe potuto scrocchiarsi le dita. Lo faceva nel chiuso nella sua mente. Lo rilassava.

– Fantastico! Vengo lì, tu parli, io registro, e il libro è fatto. Non saresti il primo a usare un sistema del genere.

Jasper Gwyn gli spiegò che non erano neanche storie, erano frammenti, senza un prima e senza un dopo – andava già bene se si potevano chiamare scene.

– Geniale. Ho già il titolo.

– Non dirmelo.

– Scene di libri che non scriverò mai.

– Me l’hai detto.

– Non muoverti, sistemo due cose e arrivo.

– -Tom.

– Dimmi fratellone.

– Chi è questa qui tutta elegante?

– Rebecca? E una nuova, bravissima.

– Cosa fa oltre a portare in giro un cellulare nelle lavanderie?

– Sta imparando, da qualche parte bisogna pur iniziare.

Jasper Gwyn pensò che se c’era una cosa che gli dispiaceva, nell’aver smesso di fare lo scrittore, era che non avrebbe più avuto alcuna ragione di lavorare con Tom Bruce Shepperd. Pensò che un giorno lui avrebbe smesso di inseguirlo con le sue telefonate, e quello sarebbe stato un brutto giorno. Si chiese se non era il caso di dirglielo. Lì, in lavanderia. Poi gli venne un’idea migliore.

Chiuse il cellulare e fece un cenno alla ragazza grassa, che si era allontanata di qualche passo, per educazione. Notò che aveva un volto molto bello, per il resto limitava i danni scegliendo bene i vestiti. Le chiese se poteva lasciarle un messaggio per Tom.

– Certo.

– Sia così gentile allora da dirgli che mi mancherà.

– Certo.

– Voglio dire che prima o poi smetterà di rompermi i coglioni ovunque io vada, e io proverò lo stesso sollievo che si prova quando in una stanza si spegne il motore del frigorifero, ma anche lo stesso sgomento inevitabile, e la sensazione, che lei certo conoscerà, di non essere sicuri di sapere cosa farsene di quell’improvviso silenzio, e forse di non esserne in fondo all’altezza. Le sembra di aver capito?

– Non ne sono sicura.

– Vuole che gliela ripeto?

– Forse dovrei prendere un appunto.

Jasper Gwyn scosse la testa. Troppo complicato, pensò. Riaprì il cellulare. Gli arrivò la voce di Tom. Come funzionassero esattamente quei cosi non lo avrebbe capito mai.

– Tom, stai zitto un attimo.

– Jasper?

– Voglio dirti una cosa.

– Spara.

Gliela disse. Con la faccenda del frigorifero e tutto il resto. Tom Bruce Shepperd diede un colpo di tosse e per qualche secondo tacque, una cosa che non faceva mai.

La ragazza, poi, se ne andò camminando in quel modo un po’ navale che hanno i grassi di andare, ma prima di questo sorrise a Jasper Gwyn, nel salutarlo, con una luce negli occhi radiosa, le labbra splendide e i denti bianchi.

8.

Tuttavia l’inverno gli sembrò inutilmente lungo, quell’anno, e il fatto di svegliarsi insonne al mattino presto, il buio ai vetri, prese a ferirlo.

Un giorno, che faceva freddo e pioveva, si trovò seduto nella sala d’aspetto di un ambulatorio, con un numeretto in mano – aveva convinto il medico a prescrivergli dei controlli, sosteneva di non sentirsi benissimo. Di fianco a lui andò a sedersi una signora con un trolley della spesa pieno e un ombrello marcio che le cadeva in continuazione. Una signora anziana, con un foulard impermeabile in testa. Se lo tolse, a un certo punto, e nel modo in cui diede un colpo ai capelli c’era qualcosa come il residuo di una seduzione interrotta tanti anni prima. L’ombrello però continuava a caderle da tutte le parti.

– Posso aiutarla?, le chiese Jasper Gwyn.

La donna lo guardò poi disse che negli ambulatori avrebbero dovuto esserci dei portaombrelli, nelle giornate di pioggia. Qualcuno, aggiunse, aveva solo da toglierli quando tornava il sole.

– E un ragionamento sensato, disse Jasper Gwyn.

– Certo che lo è, disse la donna.

Poi prese l’ombrello e lo appoggiò per terra, sdraiato. Sembrava una freccia, o il limite di qualcosa. Lentamente si formò una pozza d’acqua, intorno.

– Lei è Jasper Gwyn o è solo uno che gli assomiglia?, chiese la donna. Lo fece mentre cercava nella borsa qualcosa di piccolo. Con le mani che rovistavano là dentro alzò lo sguardo per essere sicura che lui avesse sentito la domanda.

Jasper Gwyn non se l’aspettava, così disse che sì, era Jasper Gwyn.

– Bravo, disse la donna, come se lui avesse risposto giusto a un quiz. Poi disse che la scena del molo, in Sorelle, era quanto di più bello avesse letto negli ultimi anni.

– Grazie, disse Jasper Gwyn.

– E anche l’incendio nella scuola, all’inizio dell’altro libro, quello lungo, l’incendio nella scuola è perfetto.

Alzò di nuovo lo sguardo su Jasper Gwyn.

– Io ho fatto l’insegnante, precisò.

Poi tirò fuori dalla borsa un paio di caramelle, erano rotonde, agli agrumi, e ne offrì una a Jasper Gwyn.

– Grazie, no, davvero, disse lui.

– Ma figuriamoci un po’!, disse lei. Lui sorrise e prese la caramella.

– Il fatto che siano sparse nella borsa non vuol dire che facciano schifo, disse lei.

– No, certo.

– Ma ho notato che la gente è propensa a crederlo. Jasper Gwyn pensò che era esattamente così, la gente non si fida di una caramella trovata sul fondo di una borsa.

– Credo sia lo stesso fenomeno per cui la gente diffida sempre un po’ degli orfani, disse.

La donna si voltò a guardarlo, stupita.

– O dell’ultima vettura della metropolitana, disse, con una strana felicità nella voce.

Sembravano due che da bambini erano stati insieme a scuola, e adesso snocciolavano i cognomi dei compagni di classe, riportandoli su da distanze enormi. Passò un istante di silenzio, tra loro, come un incanto.

Allora presero a chiacchierare e quando un’infermiera venne ad avvertire che era il turno del signor Gwyn, Jasper Gwyn disse che in quel momento proprio non poteva.

– Perderà il suo turno, disse l’infermiera.

– Non importa. Posso ripassare domani.

– Come crede, disse freddamente l’infermiera. Poi chiamò ad alta voce un certo Mr Flewer.

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