Mikhail Bulgakov - Il Maestro e Margherita

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Né Caio Cesare Caligola, né Messalina interessarono piú Margherita, cosí come non l’interessò nessuno dei re, duchi, cavalieri, suicidi, avvelenatrici, impiccati, ruffiane, aguzzini e truffatori, carnefici, delatori, traditori, pazzi, spie, corruttori. Tutti i loro nomi le si confondevano nella testa, le loro facce si spiaccicavano insieme in un’unica enorme schiacciata, e di un solo viso rimase il ricordo tormentoso, il viso di Maljuta Skuratov, [20] Soprannome di G. L. Bel’skij (? 1572) uno dei piú fedeli e feroci aiutanti di Ivan il Terribile nella lotta contro l’opposizione dei boiari. incorniciato da una barba veramente di fuoco. Le gambe di Margherita si piegavano, essa temeva di scoppiare a piangere da un momento all’altro. Quel che piú la faceva soffrire, era il ginocchio destro, che continuavano a baciarle. Era gonfio, la sua pelle s’era illividita, sebbene la mano di Nataša fosse apparsa piú volte accanto a quel ginocchio, con una spugna e l’avesse frizionato con qualcosa di profumato. Verso la fine della terza ora Margherita guardò giú con occhi del tutto privi di speranza e trasalí di gioia: il flusso degli invitati diradava.

— L’arrivo degli invitati a un ballo si svolge sempre secondo le stesse leggi, regina, — sussurrò Korov’ev. — Adesso l’ondata comincerà a decrescere. Le giuro che siamo alla fine delle nostre sofferenze. Laggiú c’è un gruppo di buontemponi del Brochen, che sono sempre gli ultimi ad arrivare. Sí, sí, eccoli. Due vampiri ubriachi… è finita? Macché, eccone un altro… anzi, due!

Gli ultimi due invitati salivano lo scalone.

— Ma questo qui è uno nuovo, — disse Korov’ev, aguzzando l’occhio attraverso il monocolo. — Ah, so chi è. Una volta Azazello andò a trovarlo, e fra un bicchierino di cognac e l’altro gli sussurrò come doveva fare per sbarazzarsi d’una persona delle cui rivelazioni egli aveva una paura matta. E cosí costui ordinò a un conoscente che si trovava alle sue dipendenze di spruzzare veleno sulle pareti del suo ufficio…

— Come si chiama? — chiese Margherita.

— Be’, a dire il vero, non lo so ancora neppur io, — rispose Korov’ev, — bisogna domandare ad Azazello.

— E chi è con lui?

— Be’, quello stesso suo scrupoloso subordinato. Felicissimo! — gridò Korov’ev agli ultimi due.

Lo scalone era deserto. Per prudenza aspettarono ancora un poco. Ma dal camino non usciva piú nessuno.

Un attimo dopo, senza capire come fosse successo, Margherita si ritrovò nella stanza della vasca, e qui, piangendo per il dolore al braccio e alla gamba, cadde in terra di schianto. Ma Hella e Nataša, confortandola, la trassero di nuovo sotto la doccia di sangue, di nuovo le massaggiarono il corpo, e Margherita si sentí rivivere.

— Ancora, ancora, regina Margot, — sussurrò Korov’ev, apparso accanto a lei, — deve fare a volo il giro della sala affinché gli spettabili ospiti non si sentano abbandonati.

E Margherita volò di nuovo fuori della stanza con la vasca. Sul palco dietro i tulipani, dove prima suonava l’orchestra del re dei valzer, adesso infuriava un jazz di scimmie. Un gigantesco gorilla dalle fedine irsute dirigeva, con una tromba in mano, ballonzolando pesantemente. In una sola fila sedevano degli orangutàn che soffiavano nelle trombe luccicanti. Allegri scimpanzé con le fisarmoniche sedevano a cavalcioni sulle loro spalle. Due amadriadi dalle criniere simili a quelle dei leoni, suonavano ai pianoforti, e questi pianoforti non si sentivano in mezzo al rombo allo strimpellio e ai tonfi dei sassofoni, dei violini e dei tamburi fra le zampe dei gibboni, dei mandrilli e delle bertucce. Sul pavimento di specchi una moltitudine innumerevole di coppie, come fuse insieme, sorprendenti per l’agilità e la precisione dei movimenti, girando in un solo senso, avanzavano come un muro, minacciando di spazzar via tutto sul loro cammino. Farfalle di raso vive si tuffavano sopra le schiere danzanti, dal soffitto piovevano fiori. Nei capitelli delle colonne, quando si spegneva la luce elettrica, s’accendevano miriadi di lucciole e nell’aria vagavano fuochi fatui.

Poi Margherita si trovò in una piscina di spropositate dimensioni, incorniciata da un colonnato. Un gigantesco Nettuno nero eruttava dalle fauci un largo flutto roseo. Un odore inebriante di champagne saliva dalla vasca. Qui regnava un’allegria sfrenata. Le signore, ridendo, consegnavano le borsette ai loro cavalieri o ai negri che correvano con lenzuola fra le mani, poi con un grido si slanciavano come rondini nella piscina. Colonne di spuma schizzavano in alto. Il fondo cristallino della piscina brillava di una luce proveniente da sotto che trapelava dalla massa del vino e rischiarava i corpi argentei delle nuotatrici. Le donne saltavano fuori dalla vasca completamente ubriache. Le risate squillavano sotto le colonne e rimbombavano come jazz.

In mezzo a tutta questa baraonda rimase impresso nella memoria un volto di donna ubriaca fradicia, dagli occhi inebetiti, ma imploranti anche nell’ebetudine, e rimase il ricordo di una parola: «Frida».

L’odore di vino cominciava già a far girar la testa a Margherita, ed essa voleva andarsene, ma il gatto allestí nella piscina un numero di varietà che la trattenne. Behemoth eseguí non si sa quali manipolazioni magiche attorno alle fauci del Nettuno e di colpo l’ondeggiante massa di champagne si ritirò frizzando e rumoreggiando dalla piscina e il Nettuno cominciò a eruttare un’onda di color giallo scuro che non spumeggiava. Le signore strillarono e urlarono:

— È cognac!! — e dall’orlo della piscina si ritrassero precipitosamente dietro le colonne. Dopo pochi secondi la piscina fu piena e il gatto, rotando in aria tre volte su se stesso, piombò nel cognac ondeggiante. Tornò a galla sbuffando con la cravatta ammosciata, avendo perso la doratura dei baffi e il binocolo. Una sola coppia si decise a seguire l’esempio di Behemoth: quella tale sarta ingegnosa e il suo cavaliere, uno sconosciuto giovane mulatto. Entrambi si gettarono nel cognac, ma a quel punto Korov’ev prese Margherita per il braccio ed essi abbandonarono i bagnanti.

Sembrò a Margherita d’aver sorvolato un sito dove aveva visto montagne di ostriche in enormi stagni pietrosi.

Poi era volata sopra un pavimento di vetro sotto al quale ardevano fornelli infernali, e in mezzo ad essi si agitavano diabolici cuochi bianchi. Poi, chi sa dove, avendo ormai cessato di capirci qualcosa, aveva visto certe cantine buie in cui alcune ragazze avevano servito carne sfrigolante sui carboni ardenti e s’era bevuto alla sua salute, vuotando grandi bicchieri. Poi aveva visto degli orsi bianchi che suonavano la fisarmonica e ballavano la danza dei moscerini su un palcoscenico. È un giocoliere-salamandra che non bruciava nel camino… E per la seconda volta essa era allo stremo delle sue forze.

— Un ultimo giro, — le bisbigliò Korov’ev, preoccupato, — e saremo liberi.

Scortata da Korov’ev, essa apparve di nuovo nella sala da ballo, ma adesso non ballavano piú, e la folla innumerevole degli ospiti si assiepava fra le colonne, lasciando libero il centro della sala. Margherita non ricordava chi l’aiutasse a salire su un podio apparso in mezzo allo spazio libero della sala. Quando vi fu salita, sentí con sua meraviglia che da qualche parte scoccava la mezzanotte mentre, secondo i suoi calcoli, doveva essere passata da un pezzo.

Con l’ultimo rintocco dell’orologio che non si sapeva dove fosse, il silenzio cadde sulla folla degl’invitati.

Fu allora che Margherita rivide Woland. Egli veniva avanti, attorniato da Abadonna, Azazello e da alcuni altri, bruni e giovani, somiglianti ad Abadonna. Margherita s’accorse allora che di fronte al suo podio ne era stato preparato un altro, per Woland. Ma egli non ne fece uso. Margherita fu colpita dal fatto che per quest’ultimo grande giro del ballo Woland si presentasse esattamente nello stesso stato in cui era in camera da letto. La medesima camicia sudicia e rattoppata gli pendeva dalle spalle ai piedi aveva delle ciabatte scalcagnate. Woland portava la spada, ma di questa spada sguainata si serviva come d’un bastone, appoggiandosi ad essa.

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