Fred Hoyle - A come Andromeda
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- Название:A come Andromeda
- Автор:
- Издательство:Giangiacomo Feltrinelli
- Жанр:
- Год:1965
- Город:Milano
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Indicò la televisione, come aveva fatto prima la Dawnay. Poi sembrò che fosse stanco di quella conversazione; si diresse al giradischi e l’accese.
«Avrebbe potuto tenerlo sotto controllo?» La Dawnay non voleva lasciar cadere l’argomento.
«No, negli ultimi tempi, no.»
«Cosa avrebbe potuto fare?»
«Avrei fatto dell’ostruzionismo, per quanto possibile.» Tirò fuori un disco da una pila di microsolco. «E lo sa, ora che ha la sua creatura a dargli informazioni sul mio conto. È riuscito a farmi cacciar via. ‘Lei non può vincere,’ mi ha detto Andromeda.»
«La ragazza le ha detto questo?»
Fleming annuì e la Dawnay aggrottò la fronte guardando nel suo bicchiere semivuoto. «Non so. Forse è inevitabile. Forse è l’evoluzione.»
«Senta…» Depose il disco e si volse verso di lei. «Posso prevedere un tempo nel quale creeremo una forma di intelligenza più alta alla quale, alla fine, noi cederemo. E probabilmente sarà una forma inorganica, come questa. Ma sarà qualcosa che noi stessi abbiamo creato, e possiamo progettarlo per il nostro bene, o per quello che noi definiamo il bene. Questa macchina non è stata progettata per il nostro bene, o, se lo è stata, qualcosa non ha funzionato.»
La donna finì di bere. Quello che lui diceva era molto probabile, anzi, più che probabile: c’era in quanto lui diceva una sana logica che negli ultimi tempi le era sfuggita. Da bravo scienziato empirista, la Dawnay sentiva che in qualche modo doveva venire provato.
«Chi può dirlo, se non lei?» gli chiese.
Fleming scosse il capo. «Nessuno di questa gente.»
«Potrei fare qualcosa io?»
«Lei?»
«Io ho accesso al calcolatore.»
Lui perse all’improvviso ogni interesse per il disco. Il suo viso si illuminò come se dentro di lui si fosse acceso un circuito elettrico. «Sì, perché no? Potremmo tentare un piccolo esperimento.» Sollevò dal tavolo il blocco sul quale aveva scritto la formula di André al negativo. «Ha qualcuno laggiù che possa introdurlo?»
«André?»
«No, non lei. Qualsiasi cosa lei faccia, Madeleine, non le dia la sua fiducia.»
La Dawnay si ricordò dell’operatore. Raccolse il blocco e Fleming le mostrò la sezione che avrebbe dovuto introdurre.
«Non capisco più nulla, devo ammetterlo,» disse. Poi depose il bicchiere e uscì.
Attraversando il recinto, sentì uscire dall’alloggio di Fleming le prime battute di un brano musicale di qualche postschönberghiano: poi si ritrovò nell’edificio del calcolatore dove si udiva solo il ronzio della macchina. Nella sala di controllo c’era André e un giovane operatore. André se ne stava ancora più per conto suo da quando era successo l’incidente delle mani. Si aggirava per l’edificio del calcolatore come un fantasma e se ne allontanava raramente. Non faceva alcun tentativo di comunicare con chicchessia, e sebbene non avesse mai un atteggiamento ostile, era completamente riservata. Quando la Dawnay entrò, la guardò con scarso interesse.
«Come va?» chiese la Dawnay.
«Abbiamo introdotto tutti i dati,» rispose André. «Credo che otterrete presto la formula.»
La Dawnay si allontanò e raggiunse l’operatore all’unità di entrata. Era un giovane da poco laureato che si stava perfezionando, e che non faceva domande, ma eseguiva quanto gli veniva detto.
«Introduca anche questo.» La Dawnay gli diede il blocco. Lui lo pose sulla tastiera e cominciò a battere.
«Cos’è?» chiese André sentendo il rumore.
«Una cosa che voglio mi venga calcolata.» La Dawnay la tenne lontana dal calcolatore fino a che il quadro di controllo, all’improvviso, prese a lampeggiare selvaggiamente.
«Cosa sta introducendo?» André allungò una mano verso il blocco e lesse. «Dove l’ha trovato?»
«È affar mio,» rispose la Dawnay.
«Perché si immischia in questa storia?»
«È meglio che ci lasci sole,» disse la Dawnay all’operatore. Quello, obbediente, si alzò e uscì dalla stanza. André attese che fosse uscito.
«Non le voglio male,» disse poi, e nella sua voce non c’era passione, ma solo una grande forza. «Perché se ne immischia?»
«Come osa parlarmi così?» La Dawnay sentiva che la sua voce suonava debole e ridicola, ma non riuscì a rispondere altrimenti. «Io ti ho creato. Io ti ho fatto.»
«Lei mi ha fatto?» André la guardò con disprezzo, poi si diresse al quadro di controllo e mise le mani sui terminali. Immediatamente le lampade si calmarono ma continuarono a lampeggiare per tutto il tempo che la ragazza rimase lì, forte e sicura come una giovane dea. Dopo un minuto si scostò, guardò la Dawnay.
«Ci stiamo stancando parecchio di questo… questo giochetto,» disse calma, come se stesse trasmettendo un messaggio. «Né lei, né il dottor Fleming, né alcun altro può mettersi tra noi.»
«Se cerchi di farmi paura…»
«Non so cosa abbia messo in macchina. Non posso assumermene la responsabilità.» Sembrava che Andromeda fissasse qualcosa al di là della Dawnay. Rumorosamente, la stampa-dati di uscita si mise in azione, e la Dawnay a quel suono si mosse. Seguì André fino al calcolatore, e quando arrivò il messaggio era finito. André esaminò il foglio, poi lo strappò dal rotolo e glielo passò.
«La formula del suo enzima.»
«Tutto qui?» La Dawnay provava una sensazione di sollievo.
«Non le basta?» chiese André e l’osservò andarsene con viso fermo e ostile.
La Dawnay aveva tre assistenti che lavoravano con lei in quel periodo: un chimico ricercatore e due aiutanti perfezionandi, un ragazzo e una ragazza. Tutti insieme lavorarono a una sintesi chimica basata sulla nuova formula. Questa sintesi comportava un certo lavoro di manipolazione, ma poiché non aveva un effetto irritante, nessuno di loro se ne preoccupava. Nel giro di un paio di giorni, tuttavia, cominciarono tutti a sentire segni di stanchezza e di deperimento. Sembrava che non ci fosse motivo alcuno, e continuarono a lavorare ma alla fine del terzo giorno, la ragazza ebbe un collasso e il mattino seguente la Dawnay e l’uomo erano altrettanto malandati.
Hunter li portò all’infermeria, dove furono presto raggiunti dal ragazzo. Di qualsiasi natura fosse la malattia, il suo corso si faceva sempre più veloce; non si avevano febbre o infiammazioni, ma le vittime deperivano, semplicemente. Le cellule morivano, i processi di base del metabolismo rallentavano o si fermavano, e uno dopo l’altro gli ammalati si indebolirono finendo in coma. Hunter era disperato e fece appello a Geers che mise a tacere tutta la faccenda.
Fleming non venne a conoscenza dei particolari fino al quarto giorno, quando Judy ruppe il silenzio per parlargliene. Telefonò subito a Reinhart e gli chiese di venire da Bouldershaw; e persuase Judy a trovargli una certa carta. Quando Judy gliela diede si rinchiuse con essa per tutta la notte nel suo alloggio e ne uscì il mattino seguente, sfinito ma soddisfatto. Ma ormai la ragazza era morta.
11
Antidoti
Quando Fleming arrivò all’infermeria, le stavano coprendo il viso. Gli altri tre giacevano silenziosi e immobili nei loro letti, i visi tesi, pallidi come il cuscino. La Dawnay, che occupava la cabina accanto a quella della ragazza, veniva tenuta in vita esclusivamente con trasfusioni di sangue. Stava immobile come il marmo: pareva la statua funeraria di qualche vecchio guerriero. Rimase a guardarla finché Hunter lo raggiunse.
«Che cosa vuole?» Hunter era ridotto a uno straccio. Rinunciò alla fatica di apparire educato con Fleming.
«È colpa mia,» disse Fleming, guardando il viso distrutto che riposava sul guanciale.
Hunter quasi rise. «L’umiltà per lei è cosa nuova.»
«Come vuole, allora, non era colpa mia.» Fleming si volse di scatto, gli occhi scintillanti: trasse di tasca i fogli: «Ma vengo per darle questi.»
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