Fred Hoyle - A come Andromeda

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A come Andromeda: краткое содержание, описание и аннотация

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«D’accordo.» Fleming tolse il braccio.

«Puoi fidarti di me, John.»

Lui la guardò dritto in viso e Judy cercò con gli occhi di costringerlo a crederle.

«Sì, bene.» Sembrava quasi convinto. «Ti dirò cosa devi fare. Per prima cosa, domattina, telefona a Londra, in privato. Cerca di metterti in contatto con Osborne quando il professore è con lui, e digli che deve portare un terzo visitatore.»

«Chi?»

«Non importa chi. Il sindaco di Londra, il presidente dell’Accademia Reale, qualche pezzo grosso del Ministero. Non ha bisogno di portarmi il tizio in carne e ossa, mi bastano i vestiti.»

«Solo l’involucro di un pezzo grosso?»

Fleming sogghignò. «Un cappello, una borsa e un ombrello saranno sufficienti. Oh, e anche un soprabito. Nel frattempo tu procurerai per lui un altro lasciapassare. D’accordo?»

«Proverò.»

«Brava.» Le mise di nuovo un braccio attorno alle spalle e la baciò. Lei rispose al bacio, poi si piegò all’indietro e gli chiese: «Che cosa intendi fare?»

«Non so ancora.» La baciò di nuovo poi si allontanò da lei. «Vado a nanna, è stata una giornata infernale. Faresti bene ad andartene, ho bisogno di dormire un poco.»

Abbozzò ancora un sorriso; lei gli strinse forte la mano e uscì con passo leggero, il cuore che le batteva forte.

Fleming si spogliò sognante, costruendo progetti e fantasticherie. Si lasciò cadere sul letto e un attimo dopo, spenta la luce, si addormentò.

Dopo la partenza di Reinhart e di Judy, la base era silenziosa. Era una notte molto buia: dei nuvoloni si stavano addensando da nord-est, portando con sé una corrente d’aria fredda, gravidi di neve, e nascondevano la luna piena. Ma a un certo punto la luna risplendette per pochi istanti attraverso le nuvole, e alla sua luce una figura pallida e sottile si lasciò scivolare fuori da una finestra sul retro dell’edificio del calcolatore, e cominciò a muoversi spettrale, per la base. Nessuna delle sentinelle la vide, per non parlare di riconoscerla per André, che, il viso sconvolto, si fece strada furtivamente tra le baracche fino all’alloggio di Fleming, tenendo in mano un rotolo di filo doppio.

Un po’ di luce pioveva dalla finestra della stanza di Fleming, perché lui aveva scostato un poco la tenda prima di andare a letto. Fleming non si mosse, quando, molto silenziosamente, la porta si aprì e André mise piede nella stanza. La ragazza era a piedi nudi e camminava con circospezione: le mani erano protette da un paio di guanti di spessa gomma. Dopo essersi assicurata che Fleming dormisse, si inginocchiò vicino al suo letto, accanto al muro, e inserì i due fili di un capo del suo rotolo a una presa nello zoccolo, li fissò stretti e inserì la corrente. Tenne lontano da sé l’altro capo del rotolo, afferrando separatamente i due fili tra il pollice e l’indice, qualche centimetro sotto la parte isolante, e tenendo i capi nudi protesi in avanti, si alzò e si diresse lentamente verso Fleming. C’erano ben poche possibilità che sopravvivesse a una scarica alta; era addormentato e André era sicura che sarebbe riuscita a mantenere il contatto su di lui per un tempo abbastanza lungo da fermare il suo cuore.

Non fece alcun rumore nel muovere i capi del filo verso gli occhi di lui. Non c’era quindi alcun motivo per cui dovesse svegliarsi: ma d’improvviso, per qualche ragione misteriosa, aprì gli occhi. Vide solo una figura che si levava sopra di lui, e più per istinto che per ragionamento, piegò le ginocchia sotto le coperte e tirò un calcio attraverso il lenzuolo e il copriletto con tutta la sua forza.

La colpì allo stomaco, e lei cadde riversa in mezzo alla stanza, con una specie di rantolo doloroso. Fleming cercò l’interruttore e accese la luce. Per un attimo ne fu abbagliato: si rizzò a sedere, confuso e ansimante, mentre la ragazza si tirava su in ginocchio, si dibatteva, continuando a stringere i capi del filo: poi, non appena comprese quel che stava accadendo, balzò fuori dal letto, strappò dalla presa i capi del filo e si volse a lei. Ma ormai André era in piedi e quasi fuori dalla stanza. «No.» Si gettò verso la porta. Lei si fece di lato tenendo le mani dietro la schiena e indietreggiò fino al tavolo sul quale lui aveva cenato. Per un attimo parve che stesse per arrendersi: poi, senza preavviso, la sua destra scattò in avanti; stringeva un coltello.

«Disgraziata.» Le afferrò il polso torcendoglielo fino a farle lasciare il coltello e la gettò a terra. Lei si contorceva, ansimante, sul pavimento, tenendosi con una mano il polso dolorante, e lo fissava, non tanto con rabbia quanto con disperazione. Fleming si chinò a raccogliere il coltello continuando a tenerla d’occhio.

«E va bene… Uccidimi.» Nella voce di lei adesso c’era paura, e anche sul viso. «Non ti servirà a nulla.»

«No?» Anche la voce di Fleming tremava: ansimava.

«Rimanderà di poco le cose, e basta.» L’osservò, intenta, aprire un cassetto e far scivolare dentro il coltello. Questo parve ridarle coraggio e si alzò a sedere.

«Perché mi vuoi eliminare?» chiese lui.

«Era la prima cosa che dovevamo fare. Ti avevo messo in guardia.»

«Grazie.» Fece qualche passo per la stanza, abbottonandosi il pigiama, infilando i piedi in un paio di pantofole, e andava calmandosi.

«Tutto quel che fai è prevedibile.» Sembrava che la ragazza avesse ripreso il controllo di sé. «Nulla di quel che pensi manca di una risposta.»

«Qual è il primo passo, ora?»

«Se te ne vai immediatamente e non ti metti di mezzo…»

La interruppe. «Alzati.» Lei lo guardò sorpresa. «Alzati.» Aspettò finché non si fu levata in piedi, poi le indicò una sedia. «Siedi là.»

Andromeda gli diede un’occhiata, senza capire, poi sedette. Lui le si piantò davanti. «Perché fai solo quel che vuole la macchina?»

«Siete talmente infantili, voi,» gli rispose. «Pensate che siamo schiava e padrone, io e la macchina, ma siamo ambedue schiavi. Siamo dei recipienti che voi avete fatto per qualcosa che non capite.»

«E tu lo capisci?» chiese Fleming.

«Io riesco a vedere la differenza fra la vostra e la nostra intelligenza. Posso vedere che la nostra avrà il sopravvento e la vostra morirà. Voi pensate di essere il non plus ultra di tutte le cose, l’ultima parola…» Si interruppe massaggiandosi il polso dolorante.

«Io non la penso così,» disse Fleming. «Ti ho fatto male?»

«Non molto. Sei più intelligente della maggior parte della gente, tu, ma non abbastanza… farete la fine dei dinosauri. Erano loro ad avere la Terra sotto il loro comando, una volta.»

«E tu?»

Sorrise ed era la prima volta che Fleming la vedeva sorridere.

«Io sono l’anello mancante.»

«E se noi ti spezziamo?»

«Ne faranno un altro.»

«E se rompiamo la macchina?»

«Lo stesso.»

«E se distruggiamo tutti e due voi, il messaggio e tutto il lavoro che abbiamo fatto, così che non ne rimanga nulla? Il messaggio è finito… lo sapevi?»

Lei scosse il capo. Il fatto che Andromeda gli confermasse tutte le sue paure gli piombava addosso come una valanga, ma all’istante stesso comprese come dovesse agire per eliminarle. «I tuoi amici di lassù si sono stancati di parlarci. Dovete cavarvela per conto vostro, ora, tu e il calcolatore. E se vi eliminassimo tutti e due?»

«Terrete lontana dalla Terra un’intelligenza superiore per un po’ di tempo.»

«È questo che dobbiamo fare, allora.»

André sollevò lo sguardo su di lui, con fermezza. «Non potete.»

«Possiamo provare.»

Lei scosse ancora il capo, lentamente, come se le dispiacesse. «Vattene, vivi come vuoi, finché puoi, non ti è possibile fare altro.»

«A meno che tu non mi aiuti.» Ricambiò lo sguardo continuando a fissarla come aveva fatto prima nella sala del calcolatore. «Non sei solo una macchina pensante, sei fatta a nostra somiglianza.»

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