Terry Pratchett - La luce fantastica

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Il seguito diretto di «I colori di magia». La continuazione d’avventure di Scuotivento e Duefiori dopo la caduta dal Bordo del Disco. 

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— Splendido — commentò Scuotivento.

Duefiori rimase un momento soprappensiero. Poi aprì il Bagaglio e ne estrasse una borsa d’oro.

— Hai visto Cohen e Bethan? — domandò.

— Credo che siano andati a sposarsi — rispose il mago. — Ho sentito Bethan dire che sarebbe stato ora o mai.

— Bene, quando li vedi dagli questa. — Duefiori gli tese la borsa. — So che mettere su casa per la prima volta costa parecchio.

L’ometto non aveva mai capito bene l’enorme differenza nel tasso di cambio. La borsa avrebbe facilmente procurato a Cohen un piccolo regno.

— Gliela darò alla prima occasione — lo assicurò Scuotivento e si accorse con sua sorpresa che intendeva farlo.

— Bene. Ho pensato di dare qualcosa anche a te.

— Oh, non c’è…

Duefiori frugò nel Bagaglio e ne estrasse un grosso sacco. Prese a riempirlo con indumenti e denaro e la scatola a immagini fino a vuotarlo del tutto. L’ultima cosa che ci mise fu il souvenir della scatola di sigarette musicale dal coperchio incrostato di conchiglie, accuratamente avvolta in carta velina.

— È tutto tuo — disse, richiudendo il coperchio del Bagaglio. — Io non ne avrò più bisogno e comunque non ci starebbe nel mio armadio.

— Cosa?

— Non lo vuoi?

— Be’, io… naturalmente, ma… è tuo. Segue te, non me.

— Bagaglio — disse Duefiori — questo è Scuotivento. Tu sei suo, va bene?

Il Bagaglio tirò fuori adagio le sue gambette e si voltò deciso a guardare il mago.

— In realtà, sono convinto che lui non appartenga ad altri che a se stesso — dichiarò Duefiori.

— Sì — approvò incerto Scuotivento.

— Be’, ecco fatto, allora. — L’ometto tese la mano.

— Addio, Scuotivento. Ti manderò una cartolina quando arrivo a casa. O qualche cosa.

— Sì. Ogni volta che passi di qua, c’è sempre qualcuno che sa dove mi trovo.

— Sì. Bene. Questo è quanto, allora.

— Questo è quanto, giusto.

— Giusto.

— Già.

Duefiori si avviò su per la passerella d’imbarco, che la ciurma della nave ritirò subito dopo.

Il tamburo cominciò a scandire il ritmo della voga e la nave venne spinta lentamente fuori nelle torbide acque dell’Ankh, ritornato al suo vecchio livello, s’immise nella marea e si diresse in mare aperto.

Scuotivento restò a fissarla finché non fu più che un puntino. Allora abbassò gli occhi sul Bagaglio, che gli ricambiò lo sguardo.

— Senti — gli disse — vattene. Ti restituisco a te stesso, mi capisci?

Gli girò le spalle e si allontanò. Pochi secondi dopo udì dei passetti che lo seguivano. Si voltò di scatto.

— Ho detto che non ti voglio. — E gli allungò un calcio.

Il Bagaglio si afflosciò. Scuotivento seguitò per la sua strada.

Dopo qualche metro si fermò, in ascolto. Non sentì nulla. Si girò a guardare. Il Bagaglio era dove lo aveva lasciato. Sembrava come ripiegato su se stesso. Il mago ci pensò un po’ su.

— Va bene, allora — disse. — Vieni.

Gli voltò le spalle e si diresse all’Università. Pochi minuti più tardi, giunto a una decisione, il Bagaglio allungò le gambe e lo seguì. Non gli pareva di avere una grande scelta.

Proseguirono lungo la banchina e poi in città. Due puntini in un paesaggio che si andava rimpiccolendo e che comprendeva, mano a mano che la prospettiva si allargava, una minuscola nave in mezzo a un vasto mare verde. A sua volta, solo una parte di un oceano che cingeva un Disco spazzato dalle nuvole, sostenuto da quattro giganteschi elefanti, poggiati essi stessi sul carapace di un’enorme tartaruga.

Che presto non fu più che un bagliore tra le stelle, e scomparve.

FINE
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