George Martin - Tempesta di spade. I fiume della guerra. I portale delle tenebre.

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Tempesta di spade. I fiume della guerra. I portale delle tenebre.: краткое содержание, описание и аннотация

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Si scoprì ad ascoltare la notte. Il rumore causato dal vento sembrava davvero il lamento di un bambino. Di quando in quando, gli giungevano voci di uomini, il nitrito di un cavallo, il rumore di un ceppo che scricchiolava tra le fiamme. Ma nient’altro. “Così tanta quiete.”

Nella sua mente, venne a fluttuare il viso di Bessa. “Non era un coltello che volevo metterti dentro” voleva dirle. “Avevo colto dei fiori per te, rose di campo e gigli e campanule. Ci avevo messo tutta la mattina.” Sentiva il cuore che martellava come un tamburo, talmente forte da svegliare l’intero accampamento. Tutto attorno alla bocca, la barba gli si era incrostata di ghiaccio. “Cosa mi sta succedendo? Perché mi vengono questi pensieri?” Prima di quel momento, ogni volta che aveva pensato a Bessa non era riuscito a ricordare altro se non l’espressione di lei mentre moriva. Ma adesso che cosa gli stava prendendo? Riusciva a respirare a stento. Si era forse addormentato? Si mise in ginocchio. Qualcosa di umido, di freddo gli sfiorò il naso. Chett alzò lo sguardo.

Neve. Cadeva la neve.

Le lacrime gli si congelarono sulle guance. “Non è giusto” avrebbe voluto urlare. La neve avrebbe rovinato tutto, tutti i suoi elaborati piani. Era una nevicata fitta, spessi fiocchi bianchi tutto attorno a lui. Come avrebbero fatto a ritrovare le scorte di cibo sotto la neve? O quella pista lasciata dalla selvaggina che puntava verso est? “Non gli serviranno Dywen o Bannen per darci la caccia, non se ce ne andiamo in mezzo alla neve fresca.” Inoltre la neve celava le fattezze del terreno, specialmente di notte. Uno dei cavalli poteva inciampare in una radice sporgente, o spezzarsi una zampa contro una pietra. “È finita” si rese conto. “Finita ancora prima di cominciare. Siamo perduti.” Non ci sarebbe stata nessuna vita da lord per il figlio di un raccoglitore di sanguisughe. Non ci sarebbero stati nessun castello, nessuna moglie, nessuna corona. Solo la lama di un bruto nelle viscere, e poi una fossa senza nome. “La neve mi ha portato via tutto… Maledetta neve… “ Neve: Snow.

Jon Snow gli aveva portato via tutto una seconda volta. Jon Snow e il suo amichetto Porcello.

Chett si mise in piedi. Aveva le gambe rigide. I fiocchi vorticanti tramutavano i punti luminosi delle torce in vacui aloni rossastri. Aveva come l’impressione di trovarsi sotto l’assalto di uno sciame di pallidi insetti gelidi. Gli calavano sulle spalle, sulla testa. Gli entravano nel naso e negli occhi. Imprecando, Chett spazzò via i fiocchi. “Samwell Tarly” si ricordò. “Posso ancora chiudere i conti con Messer Porcello.” Si avvolse la sciarpa attorno alla faccia, sollevò il cappuccio della cappa e si avviò nell’accampamento, verso il punto in cui dormiva il grasso codardo.

La neve cadeva talmente fitta che per poco Chett non finì con il perdersi tra le tende. Finalmente, individuò il rifugio che il ragazzo si era allestito tra una roccia e le gabbie dei corvi. Tarly era sepolto sotto una collina di coperte di lana nera e di pellicce malridotte. La neve continuava ad accumularsi, ricoprendolo. Tarly sembrava una specie di soffice montagna tondeggiante. Chett estrasse la daga dal fodero, l’acciaio strisciò contro il cuoio con un sibilo esile quanto la speranza. Uno dei corvi gracchiò. «Snow» disse un altro, occhi neri che scrutavano tra le sbarre della gabbia. Anche il primo aggiunse a sua volta uno «Snow». Chett superò cautamente le gabbie dei volatili, prestando attenzione a ogni singolo passo. Avrebbe premuto la mano sinistra sulla bocca del ragazzo grasso, in modo da soffocarne le grida, e poi…»

Uuuuuuuuhoooooooo.

Chett si fermò a metà del passo successivo, inghiottendo una bestemmia. Il suono del corno continuò a dilagare sull’accampamento. Un suono debole, lontano, eppure del tutto riconoscibile. “Non adesso, maledetti siano gli dèi! Non adesso!” Il Vecchio orso aveva disseminato osservatori sugli alberi, collocando un ampio cerchio di occhi tutto attorno al Pugno dei Primi Uomini, in modo da essere messo in allarme qualsiasi cosa si stesse avvicinando. “Buckwell che torna dalla scalinata del Gigante” ipotizzò Chett. “O Qhorin il Monco dal passo Skirling.” Un solo suono di corno significava confratelli che rientravano. E se si trattava del Monco, forse con lui poteva esserci anche Jon Snow, vivo.

Sam Tarly si mise seduto, i suoi occhi gonfi fissarono la neve, pieni di confusione. I corvi si erano messi a gracchiare forte. Chett udì anche l’abbaiare dei suoi cani. “Metà del fottuto accampamento è sveglio.” Rimanendo in attesa che tutti quei rumori svanissero, contrasse le mani guantate attorno all’elsa dello stiletto. Ma pressoché nello stesso istante in cui tornò il silenzio, il richiamo del corno si ripeté, più alto, più prolungato.

Uuuuiiuuuuuuuhoooooooooooo.

«Per gli dèi…» Era il belato di Sam Tarly, Chett lo udì con chiarezza. Messer Porcello schizzò in ginocchio, i piedi impigliati nelle coperte e nelle pellicce. Se ne sbarazzò a calci, allungando una mano verso la maglia di ferro che aveva appeso a una delle rocce vicino a lui. Nell’infilare la testa nel varco di quell’immenso tendaggio metallico, notò Chett in piedi a breve distanza. «Erano due?» chiese. «Ho sognato di aver udito due richiami di corno…»

«Nessun sogno» rispose Chett. «Due suoni di corno sono la chiamata alle armi per la Confraternita. Due suoni di corno significano nemico in arrivo. E là fuori, sacco di lardo, c’è un’ascia nemica con su scritto “Porcello”. Due suoni di corno significano bruti. » La paura sul faccione di luna piena di Sam gli fece venir voglia di ridere. «Che si fottano nei sette inferi tutti quanti. Che si fotta Harma. Che si fotta Mance Rayder. Che si fotta anche Smallwood, che diceva non ci sarebbero stati addosso prima di…»

Uuuuuuuiiuuuuuuuuuuhoooooooooaooooooo.

L’urlo del corno continuò e continuò, come se non dovesse mai avere fine. I corvi si agitarono, sbattendo le ali, svolazzando dentro la gabbia e picchiando contro le sbarre. Dovunque nell’accampamento, i confratelli dei Guardiani della notte si stavano alzando, si infilavano le armature, si affibbiavano i cinturoni delle spade e afferravano archi e asce da combattimento.

Samwell Tarly rimase lì a tremare, la sua faccia era dello stesso colore della neve che vorticava tutto attorno a loro. «Tre» balbettò a Chett. «Sono tre, ne ho sentiti tre. Non ne suonano mai tre. Non sono stati lanciati tre richiami di corno da centinaia, da migliaia di anni. Tre richiami vogliono dire…»

«… Gli Estranei. »

Chett emise un suono a metà strada tra una risata e un singhiozzo. Di colpo, le sue mutande furono bagnate. Sentì il piscio colargli giù lungo la gamba. Vide il vapore che si levava livido dal davanti delle sue brache.

JAIME

Il vento da est soffiava tra i suoi capelli incrostati, morbido e delicato come le dita di Cersei. Udiva il canto degli uccelli, sentiva lo sciabordio del fiume che si muoveva sotto la barca e la spinta dei remi che li portava in direzione di un’alba rosa pallido. Dopo tutto il tempo che Jaime Lannister aveva trascorso nelle tenebre della cella sotterranea, il mondo era qualcosa di talmente dolce da dargli le vertigini. “Sono vivo e ubriaco di luce e di sole.” Una risata gli sfuggì dalle labbra, improvvisa come una quaglia strappata al proprio nascondiglio.

«Silenzio» intimò la donna, l’espressione accigliata: la fronte corrugata sembrava adattarsi alla sua ampia faccia da contadina meglio di un sorriso. Non che Jaime l’avesse mai vista sorridere. Si divertiva a immaginarsela con indosso uno degli abiti di seta di Cersei al posto di quel giubbetto di cuoio disseminato di borchie d’acciaio. “Tanto varrebbe vestire di seta una vacca.”

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