Margaret Weis - La guerra dei gemelli
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Crysania cominciò a risplendere di una luce pura e santa. I suoi capelli neri brillarono, le sue vesti bianche rifulsero come nubi illuminate dal sole, i suoi occhi sfolgorarono come la luna d’argento. La sua bellezza, in quel momento, era sublime.
«Grazie per aver esaudito le mie preghiere, Dio della Luce,» mormorò Crysania, chinando la testa.
Le lacrime scintillavano come stelle sul suo pallido volto. «Sarò degna di te!»
Guardandola, incantato dalla sua bellezza, Raistlin dimenticò la sua grande meta. Potè soltanto fissarla, ammaliato. Perfino i pensieri della sua magia, per un battito di cuore, gli sfuggirono.
Poi esultò. Niente... adesso, niente avrebbe potuto fermarlo!
«Oh, Caramon!» bisbigliò Tas sgomento. «Siamo arrivati troppo tardi,» disse Caramon.
I due, dopo aver trovato la strada attraverso le segrete fino nel più profondo della fortezza magica, si fermarono di colpo con gli occhi fissi su Crysania. Avvolta in un alone di luce d’argento, era immobile al centro del Portale, le braccia protese, il volto levato al cielo. La sua bellezza ultraterrena trafisse il cuore di Caramon.
«Troppo tardi? No!» gridò Tas in preda all’angoscia. «Non è possibile!» «Guarda, Tas,» disse Caramon con tristezza. «Guarda i suoi occhi. È cieca. Cieca! Cieca proprio come lo ero io nella Torre della Grande Stregoneria. Non può vedere attraverso la luce...»
«Dobbiamo cercare di parlarle, Caramon!» Tas lo strinse freneticamente. «Non possiamo lasciarla andare. È... è colpa mia! Sono stato io a dirle di Bupu! Forse non sarebbe venuta se non fosse stato per me! Le parlerò!»
Il kender balzò in avanti, agitando le braccia. Ma venne all’improvviso trascinato indietro da Caramon, il quale lo afferrò per il ciuffo dei capelli. Tas lanciò uno strillo di dolore e di protesta, e a quel suono Raistlin si voltò.
L’arcimago fissò il suo gemello e il kender per un istante, senza dare l’impressione di riconoscerli.
Poi il riconoscimento albeggiò nei suoi occhi. Non era piacevole.
«Zitto, Tas,» bisbigliò Caramon. «Non è colpa tua. Adesso stai fermo!» Caramon spinse il kender dietro a un massiccio pilastro di granito. «Rimani qua,» gli ordinò l’omone. «Tieni al sicuro il ciondolo, e anche te.»
Tas aprì la bocca per ribattere. Poi vide la faccia di Caramon e, sbirciando in fondo al corridoio, vide Raistlin. Qualcosa s’impadronì del kender. Riconobbe la stessa sensazione che aveva provato nell’Abisso: infelicità e spavento. «Sì, Caramon,» disse con un filo di voce. «Rimarrò qui. Lo... lo prometto...»
Appoggiandosi al pilastro, tutto tremante, Tas poteva vedere nella sua mente il povero Gnimsh accartocciato sul pavimento della cella.
Rivolgendo al kender un’ultima occhiata di avvertimento, Caramon si girò e, zoppicando, avanzò lungo il corridoio verso suo fratello.
Stringendo in mano il Bastone di Magius, Raistlin continuò a tenergli gli occhi addosso, circospetto. «Così, sei sopravvissuto,» commentò.
«Grazie agli dei, non a te,» replicò Caramon.
«Grazie a un dio, mio caro fratello,» ribadì Raistlin, con un lieve sorriso contorto. «La Regina delle Tenebre. È stata lei a rimandare qui il kender, ed è stato lui, presumo, ad alterare il tempo permettendo che la tua vita venisse risparmiata. Ti irrita, Caramon, sapere che devi la vita alla Regina Tenebrosa?»
«Ti irrita sapere che devi a lei la tua anima?»
Gli occhi di Raistlin lampeggiarono, la loro superficie simile a uno specchio si crepò giusto per un istante. Poi, con un sorriso sardonico, girò loro le spalle. Rivolto verso il Portale, sollevò la mano destra con il palmo verso l’esterno, lo sguardo sulla testa di drago all’estremità inferiore destra dell’ingresso a forma di ovale.
«Drago nero,» la sua voce era morbida, carezzevole, «dall’oscurità all’oscurità la mia voce echeggia nel vuoto.»
Mentre Raistlin pronunciava quelle parole, un’aura di tenebra cominciò a formarsi intorno a Crysania, un’aura di luce nera come il gioiello della notte, nera come la luce della luna scura...
Raistlin sentì la mano di Caramon chiudersi sopra il suo braccio. Rabbiosamente cercò di scuotersi di dosso la stretta di suo fratello, ma la morsa di Caramon era troppo forte.
«Portaci a casa, Raistlin...»
Raistlin si girò di scatto e lo fissò. Il suo stupore era tale che dimenticò la propria collera. «Cosa?» chiese con voce rotta.
«Portaci a casa,» ripetè Caramon con fermezza.
Raistlin dette in una risata sprezzante.
«Sei uno sciocco... uno sciocco debole e piagnucoloso, Caramon!»
Caramon si protese verso il fratello e lo afferrò per il polso proteso e l’arcimago trasecolò per la meraviglia.
Ma lo stupore lasciò, presto, spazio alla collera e Raistlin cercò di liberarsi dalla presa dell’omone che, però, resistette. A questo punto il mago latrò. Irritato, cercò di nuovo di scuotersi di dosso la stretta del suo gemello. Sarebbe stato lo stesso se avesse cercato di scuotersi di dosso la morte. «Di certo, ormai saprai quello che ho fatto! Il kender deve averti detto dello gnomo. Sai che ti ho tradito. Ti avrei lasciato morire in questo luogo sciagurato. Eppure ti aggrappi ancora a me!»
«Mi aggrappo a te perché le acque si stanno chiudendo sopra la tua testa, Raistlin,» disse Caramon.
Abbassò lo sguardo sulla propria mano robusta, arsa dal sole, che serrava il polso sottile del fratello, con le ossa fragili come quelle di un uccello, la pelle bianca, quasi trasparente. Caramon immaginò di poter vedere il sangue che pulsava in quelle vene azzurrognole.
«La mia mano sul tuo braccio. È tutto quello che abbiamo.» Caramon ristette ed emise un profondo sospiro.
Poi, con la voce resa profonda dal dolore, continuò: «Niente potrà cancellare ciò che hai fatto, Raist. Fra noi non potrà mai più esserci la stessa cosa. Mi sono stati aperti gli occhi. Adesso ti vedo per quello che sei.»
«Eppure mi preghi di venire con te!» lo beffeggiò Raistlin.
«Potrei imparare a vivere con la consapevolezza di ciò che sei e di ciò che hai fatto.» Guardando intensamente dentro gli occhi di suo fratello, Caramon continuò con voce sommessa: «Ma devi vivere con te stesso, Raistlin. E ci sono momenti nella notte quando ciò deve riuscirti quasi dannatamente insopportabile.»
Raistlin non rispose. Il suo volto era una maschera impenetrabile.
Caramon deglutì: la gola gli doleva. La sua stretta sul braccio del gemello si serrò ancora di più.
«Pensa a questo, comunque. Hai fatto del bene nella tua vita, Raistlin, forse meglio della maggior parte di noi. Oh, io ho aiutato della gente. È facile aiutare qualcuno, quando quell’aiuto è apprezzato. Ma tu hai aiutato coloro che, poi, ti sputavano in faccia. Hai aiutato coloro che non lo meritavano. Hai prestato aiuto perfino quando sapevi che non ci poteva essere speranza, gratitudine.» La mano di Caramon tremava. «C’è ancora del bene che potresti fare... per compensare il male. Lascia perdere. Torna a casa.»
Torna a casa... torna a casa.
Raistlin chiuse gli occhi, il dolore nel suo cuore era quasi insopportabile. La sua mano sinistra si agitò, si sollevò. Le sue dita delicate si librarono sopra la mano di suo fratello, sfiorandola per un istante con un tocco morbido come le zampe di un ragno. Ai limiti della realtà poteva udire la voce sommessa di Crysania che pregava Paladine. Quell’adorabile luce bianca tremolò sulle sue palpebre.
Torna a casa...
Quando Raistlin parlò di nuovo, la sua voce era morbida come il suo tocco.
«Non puoi neppure cominciare a immaginare i crimini tenebrosi che macchiano la mia anima, fratello. Se lo sapessi, mi volteresti le spalle per l’orrore e la ripugnanza.» Sospirò, con un leggero brivido. «E, hai ragione, talvolta, di notte, perfino io volto le spalle a me stesso.»
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