Leigh Brackett - La città proibita

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La città proibita: краткое содержание, описание и аннотация

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La storia di Len Colter e di suo cugino Esaù, può essere la storia dei nostri nipoti. Len Colter viveva in un piccolo paese rurale degli Stati Uniti, dove per legge, dopo la distruzione, era stata proibita la costruzione di città e la diffusione del sapere nelle sue forme piú avanzate. Due generazíoní prima era caduta sulle loro città la grande Distruzione, provocata dalla conoscenza scientifica dei segreti della natura. Lo spaventoso flagello era stato interpretato dalle coscienze terrorizzate come il castigo di Dio per l’orgoglio e i peccati dell’uomo. I due giovani, spinti dal desiderio delle «cose vecchie», delle quali sentivano parlare con nostalgia dai nonni: le automobili, gli aeroplani, le case con ogni comfort, le città in una fantasmagoria di luci, e ossessionati dai discorsi sentiti di nascosto sulla esistenza di una città sopravvissuta, si mettono su di un sentiero aspro e difficile. Incontreranno l’amicizia, e la delusione, l’amore e la morte, la fame e la sete, la lotta contro le intemperie e contro la propria coscienza: ma andranno alla ricerca della città del loro sogno. Len, dal carattere piú complesso, sostiene la lotta píú aspra ed è salvato piú volte, non solo materialmente dall’amicizia di Hostetter, il mercante, che rappresenta il legame ideale tra il mondo lasciato da Len e il mondo nuovo. E sarà Hostetter che ricondurrà Len di fronte alla realtà e lo costringerà a una decisione.

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«Prega che vengano gli Ismaeliti,» disse Joan. «Vengono sempre, non appena il passo è riaperto, a mendicare. Prega che vengano subito».

«Verranno,» disse Len. C’era una grande calma in lui, ora, la convinzione che lui sarebbe stato liberato, come i figli di Israele erano stati liberati dall’Egitto.

E gli Ismaeliti arrivarono. Non poté capire se si trattasse degli stessi che erano venuti prima delle nevi d’autunno, o di una nuova banda, ma essi vennero, ed erano spettrali e affamati, più cenciosi e sofferenti di quanto si potesse immaginare: fantasmi che vivevano, e il fatto che fossero vivi era motivo di incredulità e meraviglia. Chiesero polvere e pallottole, implorando, e Sherman fece gettare loro anche un barile di manzo salato, per amore dei bambini. Gli Ismaeliti lo presero. Joan li osservò mentre iniziavano il lento, curvo cammino del ritorno, per giungere al passo prima di sera, e stringendo forte la mano di Len bisbigliò:

«Prega che la notte sia oscura».

«La preghiera è già esaudita,» le disse, guardando il cielo. «Pioverà, prima di sera. Forse ci sarà la neve, se il freddo aumenta ancora».

«Qualsiasi cosa, purché faccia buio».

E ora la casa serviva al suo scopo, restituendo le cose che aveva tenuto nascoste per loro, al sicuro, il cibo, le borse per l’acqua, il sacco delle coperte, le due lenzuola rozze, artisticamente macchiate di cenere e abilmente lacerate. Len scrisse poche parole dolorose a Hostetter: «Non dirò mai a nessuno di Bartorstown. Vi devo questo. Mi dispiace. Perdonatemi, ma devo ritornare». Lasciò il foglio sul tavolo del soggiorno. Spensero molto presto le candele, sapendo che nessuno sarebbe venuto a disturbarli.

Ma ora il coraggio di Joan l’abbandonava, e lei sedette, tremando, sull’orlo del letto, pensando a quello che sarebbe accaduto se fossero stati visti e presi.

«Nessuno ci vedrà,» disse Len. «Nessuno».

Credeva fermamente a quanto diceva. Non aveva paura. Era come se qualche parola segreta gli fosse stata data, l’assicurazione di non correre alcun pericolo fino a quando non fosse ritornato a Piper’s Run.

«Sarà meglio andare adesso, Len».

«Aspetta. Sono deboli, e devono trasportare i bambini. Potremo raggiungerli facilmente. Aspetta, fino a quando non saremo sicuri».

Buio, notte profonda, e pioggia battente. I muscoli di Len si tesero, il suo cuore cominciò ad accelerare i battiti. Questo è il momento, pensò. Ora le prenderò la mano, e andremo insieme.

La strada che conduce al passo è aspra e tortuosa. Non c’è nessuno dietro di noi. La pioggia cade battente, e ora è ghiacciata. Ora il ghiaccio si è tramutato in neve. Il Signore ha steso il suo mantello per coprirci. Presto. Presto, verso il passo, sopra la strada ripida e il fango che diventa ghiaccio.

«Len, devo riposare».

«Non ancora, dammi la mano, ora…»

Nel budello nero del passo, con la neve che cade e i cumuli bianchi dell’inverno ancora alti e immacolati, dove il sole non può giungere. Ora possiamo riposare un momento, un momento soltanto.

«Len, questa sembra una tormenta, una bufera di primavera. Potrebbe richiudere il passo, prima di domattina».

«Bene. Allora non potranno seguirci».

«Ma noi moriremo di freddo. Non sarebbe meglio tornare indietro?»

«Ma proprio non hai fede? Non vedi che tutto questo viene fatto per noi? Vieni!»

Avanti, in alto, attraverso la sella, e giù, dall’altra parte, con passo veloce, molto più veloce dei muli per il carico dei carri. Oltre il luogo dell’accampamento, e ancora avanti, per il roccioso, sassoso pendio. C’è un suono, un canto portato dal vento.

«Ecco, senti? Dove sono quelle lenzuola?»

Metterò l’abito del pentimento. Gli Ismaeliti non hanno carri, non hanno bestiame, che si possa spezzare le gambe tra le rocce. Essi marciano per tutta la notte, lontano dalle dimore dell’iniquità, per ritornare al deserto pulito, dove tutta la loro vita è una penitenza per i peccati dell’uomo. Anch’io devo fare penitenza. La riconoscerò, quando mi verrà mandata, e l’accetterò con animo umile e lieto.

Avviciniamoci, ora, ma non troppo, nella notte e nel cadere della neve. Essi cantano e gemono mentre camminano, spingendosi nel passo inferiore, sparsi su di una linea irregolare. Se si guardano alle spalle vedranno solo due Ismaeliti, due della loro banda.

Non si guardano alle spalle, i loro sguardi sono fissi a Dio.

Giù, ora, lungo il sentiero scolpito nella roccia, e là, a Bartorstown, nella stanza di controllo, qualcuno veglia. Non Jones, non è il suo turno, ma qualcuno c’è. Qualcuno che osserva le piccole luci che palpitano sul pannello. Qualcuno che pensa, Ecco, i pazzi Ismaeliti ritornano al loro deserto. Qualcuno che sbadiglia, e si accende la pipa, in attesa dell’arrivo di Jones, per poter ritornare a casa.

Qualcuno con un pulsante vicino al proprio dito, pronto a usarlo.

Non lo ha usato.

È l’alba. Gli Ismaeliti sono scomparsi nel vento e nella neve turbinante.

Joan. Joan, alzati. Joan guarda, siamo usciti dal passo.

Siamo liberi.

Lode al Signore, che ci ha liberato da Bartorstown.

29.

Era una bufera di primavera. Riuscirono a sopravvivere, rannicchiati in un buco nella roccia, come due creature selvagge che si tenevano vicine per avere un po’ di tepore. La neve bloccò il passo superiore, e coprì le loro tracce, e quando la bufera fu passata essi fuggirono a sud, seguendo la linea spezzata delle montagne, vigili, furtivi, pronti a nascondersi al minimo segno di vita umana.

«Ci inseguiranno».

«Ho lasciato una lettera. Ho giurato…»

«Ci daranno la caccia. Lo sai».

«Credo che non abbiano scelta. Sì».

Ricordava le radio, ricordava come gli uomini di Bartorstown erano riusciti a seguire le tracce di due adolescenti fuggiaschi, tanto, tanto tempo prima.

«Dovremo essere prudenti, Len. Molto prudenti».

«Non aver paura.» Sporse il mento, deciso, ostinato, già ispido della barba che cominciava a crescere. «Non ci riporteranno là. Te l’ho già detto, la mano del Signore è su di noi. Egli ci terrà al sicuro».

Piper’s Run e la mano di Dio. Quelli erano i fardelli dei primi giorni. C’era come una nebbia sul mondo, che oscurava ogni cosa, salvo una visione della vecchia casa, e del sentiero diritto e sicuro che portava a essa. Vedeva i campi verdi illuminati dal sole, i meli nodosi con i vecchi tronchi scuri sommersi di boccioli profumati, il fienile e l’aia quieta, in attesa, l’aia immersa in una tiepida pace dorata. E c’era un sentiero, e i suoi piedi lo percorrevano, e niente avrebbe potuto fermarlo.

Ma c’erano degli ostacoli. C’erano montagne, crepacci, rocce, c’era il freddo, c’erano la stanchezza e la sete e il dolore. Ed egli comprese che prima di raggiungere quel paradiso di pace doveva fare penitenza. Doveva pagare per il male che aveva fatto lasciando quel luogo. Ed era giusto. Se lo era aspettato. Soffriva in letizia, senza mai notare lo sguardo di dubbio e di sorpresa che entrava negli occhi di Joan, e lentamente sfumava in disprezzo.

L’estasi dell’umiliazione e della penitenza e dell’espiazione rimase con lui fino al giorno in cui cadde, e batté il ginocchio contro una roccia, e il dolore fu solo dolore, senza avere nulla di santo. Il mondo ondeggiò e vortice intorno a lui, e assunse d’un tratto le vere proporzioni, e tutta la nebbia si dissolse. Aveva fame, aveva freddo, era stanco. Le montagne erano alte e le praterie immense. Piper’s Run era distante mille miglia. Il ginocchio gli faceva un male del diavolo, e un brontolare sordo dell’antica ribellione si fece udire in lui, per dire, Va bene, ho fatto la mia penitenza. Ora basta.

Fu questa la fine della prima fase. Joan ricominciò a guardarlo con gli occhi di un tempo, e gli disse:

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