«Qualcuno è contro di me, Frank. Qualcuno è contro noi tutti».
Le lacrime gli scendevano copiose lungo le guance. Stava inerte in mezzo a Len e a Erdmann, che lo sorreggevano, e piangeva, e Len guardava Clementina, che ammiccava con gli occhi di sangue, chiedendo aiuto.
Trova il tuo limite, aveva detto il giudice Taylor. Trova il tuo limite, prima che sia troppo tardi.
Io ho trovato il mio limite, pensò Len. Ed è già troppo tardi.
Arrivarono degli uomini e lo sollevarono del suo fardello. Scese con Esaù nelle viscere della roccia, e lavorò per tutto il giorno, con un volto vuoto e impassibile come il muro di cemento, e altrettanto ingannevole, perché dietro di esso c’erano violenza e terrore, e sgomento del cuore.
Nel pomeriggio il bisbiglio percorse la fila delle grandi macchine. Lo hanno portato a casa, avete sentito, e il dottore dice che non ha più speranza. È spacciato. Dicono che dovrà restare rinchiuso, dovrà essere continuamente sorvegliato da qualcuno.
Come tutti noi, rinchiusi dalle pareti della gola, pensò Len, per servire questo Moloch con la testa di bronzo e le viscere di fuoco. Questo Moloch che oggi ha distrutto un uomo.
Ma lui conosceva la verità, infine, e la rivelava a se stesso.
Non ci sarà risposta.
E, Signore, liberami dal giogo dei miei nemici, perché io mi pento, con il capo cosparso di cenere. Ho seguito le vie di falsi dèi, ed essi mi hanno tradito. Ho mangiato il frutto, e la mia anima è malata.
Il cuore di fuoco continua a battere dietro il muro, e lassù il cervello viene già curato e guarito.
Quella notte, Len arrancò sopra la soffice coltre di neve verso la casa degli Wepplo. Disse a Joan, piano, in modo che nessuno potesse sentire:
«Voglio quello che tu vuoi. Mostrami la strada».
Gli occhi di lei brillavano. Lo baciò sulle labbra, e bisbigliò:
«Sì! Ma puoi mantenere un segreto, Len? C’è ancora molto, prima della primavera».
«Posso farlo».
«Non dirai niente, neppure a Hostetter?»
«Neppure a lui».
Neppure a lui. Perché una lampada è posta a guidare i passi del pentimento.
Febbraio, marzo, aprile.
Tempo. Una lunga passività, un’attesa.
Lavorava. Ogni giorno faceva quello che si aspettavano da lui, sotto l’ombra di quella parete di cemento. Svolgeva bene il suo lavoro. Era questo il lato ironico della cosa: ora lui poteva interessarsi all’intera catena delle grandi macchine che imbrigliavano e trasmettevano l’Energia, e ne poteva ammettere il fascino, poteva accettare il senso d’importanza che quelle macchine davano a un essere umano… sapere di tenere a bada, e di guidare, quelle forze brute e immani, con la stessa sicurezza con cui si potevano dominare dei cavalli ombrosi. E lui poteva fare questo perché ora riconosceva il fascino per ciò che era, e aveva già estratto i denti del serpente. Poteva pensare a quello che una simile energia avrebbe potuto fare a Piper’s Run, e a Refuge, riportando nel mondo le comodità liete dell’infanzia della nonna, ma ora sapeva per quale motivo gli uomini erano ferocemente determinati a procedere senza di essa. Perché una volta posato il piede sul sentiero, era inevitabile procedere, e non si poteva tornare indietro, e d’un tratto lungo il cammino il cielo si apriva, e da esso scendeva una pioggia di fuoco. Così era necessario ritornare in un luogo sicuro, e rimanere là.
Ritornare a Piper’s Run, ai boschi e ai campi, alla fine dei dubbi, alla fine della paura. Ritornare al tempo spensierato prima della predica, prima di Soames, prima di avere udito il nome di Bartorstown. Ritornare alla pace. Aveva preso a pregare, di notte, a pregare ferventemente affinché non capitasse nulla a papà prima del suo ritorno, perché una parte della salvezza sarebbe stata proprio nella confessione dei propri errori davanti a lui, nel dirgli che aveva avuto ragione.
Accaddero diverse cose, in quel periodo. Nacque il figlio di Esaù, un maschio, e venne battezzato David Taylor Colter, in segno di sfida e affetto insieme ai due nonni. Joan fece dei piani accurati per preparare una casa separata, e fissò una data per il matrimonio. E queste cose erano importanti. Ma erano messe in ombra dalla grande cosa che li spingeva, dall’idea della fuga.
Niente altro contava, ormai, per lui e per Joan, neppure il matrimonio. Erano già uniti da un legame profondo e indissolubile, il loro avido desiderio di fuggire dalla gola.
«Sono anni che ho preparato il mio piano,» bisbigliava lei. «Notte dopo notte, sveglia nel mio letto, sentivo il peso delle montagne intorno a me, sognavo le pareti che mi tenevano chiusa, e faticavo e dissimulavo, affinché i miei genitori non si accorgessero di niente. E ora ho paura. Ho paura di non avere fatto abbastanza bene i mei piani, ho paura che qualcuno mi legga nel pensiero e mi costringa a rinunciare».
Si aggrappava a lui, in quei momenti, e lui diceva:
«Non aver paura. Sono soltanto degli esseri umani, non sono in grado di leggere nel pensiero. Non possono tenerci prigionieri».
«No,» rispondeva lei, cento e cento volte, «Il mio piano è buono. C’era solo bisogno di te».
La neve cominciò a sciogliersi e a precipitare tonante in grandi valanghe, giù dagli alti pendii delle montagne. Tra un’altra settimana, il passo sarebbe stato riaperto. E Joan disse che era venuto il momento.
Si sposarono tre giorni più tardi, davanti allo stesso ministro che aveva sposato Esaù e Amity, ma la cerimonia si svolse nella chiesa di Fall Creek, con il primo sole di primavera che illuminava la polvere sulle pietre dell’altare, e Hostetter in piedi, dietro a Len, accanto al padre di Joan, come testimone. Ci fu una festa, dopo la cerimonia; Esaù strinse la mano a Len, e Amity diede a Joan un bacio e uno sguardo sprezzante, e il vecchio prese fuori le tazze e fece circolare il liquore, e disse a Len:
«Ragazzo, ti sei preso la migliore ragazza del mondo. Trattala bene, o dovrò riprendermela». Rise allegramente e diede una vigorosa pacca sulla schiena a Len, facendolo barcollare, e poi, qualche tempo dopo, Hostetter lo raggiunse sul gradino di casa, dove Len si era seduto un momento per prendere una boccata d’aria, accalorato dalla festa.
Non disse niente, per qualche tempo, se non qualche casuale osservazione sulla primavera precoce di quell’anno. Poi disse:
«Sentirò la tua mancanza, Len. Ma sono felice. Davvero. Hai fatto la cosa giusta, la cosa che dovevi fare».
«Lo so».
«Be’, certo. Ma non intendevo questo, esattamente. Volevo dire che adesso ti sei veramente sistemato, ora fai veramente parte di questo posto. Sono contento. Sherman è contento. Lo siamo tutti».
Allora Len capì che Joan aveva avuto ragione, che il matrimonio era stato una cosa giusta, un preparativo necessario; ma non riuscì a guardare negli occhi Hostetter.
«Sherman aveva dei dubbi su di te,» disse Hostetter. «Anch’io ne ho avuti, per qualche tempo. Sono contento che tu sia riuscito a metterti in pace con la coscienza. Io so meglio di chiunque altro come deve essere stato duro». Tese la mano. «Buona fortuna, Len».
Len strinse la mano che gli veniva offerta, e disse:
«Grazie».
Sorrise. Ma pensò, Lo sto ingannando, proprio come ho ingannato papà, e non voglio farlo, come non volevo farlo allora. Ma quella volta sbagliavo, e questa volta sono nel giusto, questa volta è necessario…
Era contento di non dover più affrontare Hostetter da solo. Non sarebbe riuscito a guardarlo negli occhi.
La nuova casa era strana. Era piccola e vecchia, ai margini di Fall Creek, era stata pulita e lucidata e messa a nuovo, e riempita di cose femminili fornite dalla madre di Joan e dalle sue amiche, tendine e tovaglie e centrini e coperte ricamate e tappeti. Tanto lavoro e tanta buona volontà, e tutto per pochi giorni. Gli erano stati concessi quindici giorni, per la luna di miele. E ormai erano pronti. Ora potevano restare vicini, aggrappati l’uno all’altra, e aspettare insieme, senza nessuno a osservarli, con tutti i sospetti quietati e il sentiero libero davanti a loro.
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