— Ciao — lo salutò Cat, con affetto.
Lui continuava a fissare Wexler. Wexler sosteneva lo sguardo, senza parlare. Aveva gli occhi calmi, azzurri. Era pur sempre una figura carismatica. La gente non credeva che potesse mentire, con quegli occhi così limpidi.
Respirava a fatica.
Cat si alzò, con un sospiro. — Noi parleremo più tardi — disse. Toccò la spalla di Byron e si chinò su di lui. — Trattalo bene, d’accordo? L’ho sistemato a casa mia. Non sa dove andare e ha i polmoni ridotti molto male.
Byron aprì bocca solo quando lei fu abbastanza lontana da non sentire. — Ho tutte le ragioni per credere che tu ci abbia fottuto — dichiarò.
Wexler annuì. — Immaginavo che l’avresti presa così.
— Una passeggiata, avevi detto. Una vacanza.
— Ci sono state delle circostanze impreviste — replicò Wexler. — Teresa sta bene?
— Abbastanza. — La domanda lo urtò.
— Avete la pietra?
No, pensò Byron. Non aveva il diritto di saperlo. Non ancora. Sorrise. — Preferisco lasciarti nel dubbio — rispose.
Wexler si appoggiò all’indietro e sorseggiò il caffè. — Non sono qui per mia scelta — disse infine. Si riferiva sicuramente alla Città-Galleggiante. — Forse l’avrai già capito.
— Cat mi ha detto che ti hanno silurato.
— Hanno fatto un’irruzione. Non me l’aspettavo.
— Non eri in casa? Una bella coincidenza.
— Non mi aspettavo niente del genere, altrimenti non vi avrei mandato in Brasile. Mi lasci spiegare, o preferisci rompermi il naso?
Byron si accorse di avere i pugni chiusi. Altre panzane, pensò tristemente. Tanto valeva ascoltarle. Di colpo si accorse che non era andato lì né per denaro né per vendetta, ma solo per il bene di Teresa. La sua infelicità era palese e preoccupante, e soprattutto intimamente collegata alla natura delle pietre. Se c’era qualcuno in grado di capire, si trattava sicuramente di Wexler.
Un gabbiano descrisse un cerchio sopra la loro testa, stridendo. Byron prese un pezzo di pane dal tavolo e lo buttò nelle acque scure del canale, osservando l’uccello che si lanciava in picchiata per prenderlo. — Ti ascolto — disse.
Wexler raccontò che l’Organizzazione aveva chiuso l’istituto. Era stata una mossa a sorpresa. Prima di allora lo avevano sempre ignorato. I privati in possesso di pietre dei sogni potevano essere tecnicamente accusati di contrabbando, ma le leggi non erano troppo severe. Il reato era considerato minore e una persecuzione rigorosa sarebbe stata troppo dispendiosa.
— I nuovi oneiroliti, quelli di profondità, hanno fatto loro cambiare idea — spiegò Wexler.
— Tu lo sapevi — accusò Byron.
— Mi avevano messo in guardia — ammise lui. — Anch’io ho i miei informatori, si capisce.
— C’erano dei bravi ragazzi, all’istituto.
— Non ho fatto in tempo ad avvertirli. Li hanno presi, ma sono sicuro che li rilasceranno presto. — Wexler sorseggiò di nuovo il caffè, riprendendo fiato. — Lasciami parlare delle pietre.
Raccontò di avere un amico all’istituto di ricerca della Virginia, membro di un gruppo di studio sugli oneiroliti di profondità, che l’aveva tenuto informato. — Informazioni di prima mano, capisci? Non potevamo desiderare di più. Tutto ciò che si era saputo prima, per quanto impressionante, non era nulla in confronto a quello che si stava scoprendo. Nelle pietre su cui avevamo lavorato per anni, un dato su tre era stato cancellato dal tempo. Non si poteva far altro che cercare di ricostruirlo, e pur con questo handicap eravamo riusciti a imparare molto dagli Esotici. Ma non eravamo mai arrivati a svelare i misteri più pronfodi della loro natura. Sembrava quasi che lo facessero apposta, a mantenersi fuori dalla nostra portata.
— Ma a un certo punto — continuò Wexler — i dati arrivarono a fiumi. Non solo, in Virginia avevano cominciato a compiere studi intensivi su ciò che veniva chiamato "l’interfaccia umana", utilizzando in massima parte gli ergastolani di Vacaville. Non era una notizia ufficiale, la provenienza era dubbia e talvolta contraddittoria. Tuttavia era plausibile. In pratica, cominciava a emergere una nuova e più approfondita comprensione degli Esotici.
— La domanda è sempre la stessa. Perché gli oneiroliti sono giunti in nostro possesso? Perché gli Esotici li hanno seppelliti nel Mato Grosso? È stato un dono, o un incidente? Ecco il grande mistero.
— C’è una risposta? — chiese Byron.
— Solo qualche accenno — rispose Wexler. Si chinò in avanti. Il suo antico fascino era evidente e immutato. — Abbiamo decifrato un po’ della loro storia. Specialmente la parte che riguarda la tecnologia dell’informazione.
— Non capisco.
— Be’… — Wexler fu costretto a fermarsi per riprendere fiato. — La nascita dell’informazione è rappresentata dalle storie attorno al fuoco. Una specie di immagazzinamento dati dell’età neolitica. Il passato viene ricordato e tramandato per via orale, ma la trasmissione non è molto efficiente. E nemmeno fedele. Poi subentra la parola scritta, con l’inizio di una vera tradizione storica, e il passato comincia a essere meglio conservato. In confronto alla trasmissione orale è un gran passo avanti. Poi arriva la stampa, e con essa i libri: meglio ancora. La fotografia, i nastri audio e i nastri video… e all’improvviso, il passato è lì a portata di mano. Ora abbiamo le tecnologie digitali e la memoria molecolare. Abbiamo gente come te. — Guardò per un attimo il tatuaggio sbiadito sul braccio di Byron, il simbolo dell’Angelo. — Un magazzino di memoria che cammina. Gli Esotici erano come noi, a questo riguardo, solo più attenti. Potremmo dire addirittura ossessionati. L’idea di perdere il passato, in qualche modo, li terrorizzava. Avevano una paura profonda e irriducibile dell’oblio. Per loro, senza memoria non esisteva il significato. E senza il significato, c’era il caos. — Si riappoggiò all’indietro. — Gli oneiroliti sono il prodotto logico di quell’ossessione, ripiegati in modo complesso nello spazio temporale, connessi direttamente alla sfera della conoscenza. Si potrebbe dire che contengono una specie di registrazione dell’esperienza, un archivio della vita umana dal momento del loro sbarco sul loro pianeta. O forse è meglio considerarli come un accesso all’esperienza del passato, l’unica macchina del tempo che ci sarà mai consentito di avere.
Bene, pensò Byron. Aveva visto Teresa compiere proprio quell’operazione per i vecchi che andavano a visitarla nello studio. Estraeva dalla pietra il loro passato. Strano, ma non sconvolgente. Lo disse.
— È questo il nocciolo della questione — ribadì lui. — Secondo i nostri calcoli, gli Esotici incontrarono il nostro pianeta qualcosa come mille anni prima della nascita di Cristo. La Terra li affascinò. È comprensibile. Probabilmente si posero le stesse domande che noi ci poniamo su di loro. In che cosa queste creature sono simili a noi? In che cosa sono diverse?
Sorseggiò ancora una volta il caffè, faticando a normalizzare il respiro. Byron attese.
— La mia ipotesi è che ci considerassero difettosi — riprese Wexler. — Supponiamo di raggiungere un altro mondo e di scoprire che è abitato da una razza di miopi… Capisci? È così che devono averci visti. Un’umanità intelligente, composta di individui abili e attivi, con caratteristiche fisiche non troppo diverse dalle loro. Anche noi abbiamo pollici opponibili. La caratteristica che costituiva la differenza… — si batté un dito sulla fronte — era la memoria. — Abbozzò un sorriso. — Le migliori testimonianze suggeriscono che gli Esotici possedevano ciò che noi chiamiamo "memoria eidetica". La mente dell’uomo non è in grado di contenerla. I pochi casi di mnemonismo umano si sono riscontrati in individui fortemente disturbati. Dipende dalla nostra costituzione. Quanto agli Esotici, dobbiamo supporre che potessero dimenticare, nel senso che il passato non era sempre vivido nella loro mente, altrimenti nemmeno loro sarebbero sopravvissuti. Tuttavia ogni momento vissuto poteva essere ripescato nella memoria a loro piacimento. Oppure, al contrario, poteva essere eliminato per un certo periodo di tempo, o per sempre. Forse è questo che alimentò le loro ossessive ricerche nel campo della tecnologia dell’informazione. Per gli Esotici, l’idea dell’oblio era inseparabile dall’idea della morte. Uscire dalla memoria voleva dire uscire dal mondo. Preservare i ricordi serviva ad assicurarsi l’immortalità.
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