Il vecchio si sedette nell’ombra. Alzò il bavero, come per ripararsi da un freddo che era il solo a sentire. — Dicono che sia completamente pazzo — aggiunse.
Byron guidò la barca a noleggio verso casa, attraverso i canali rischiarati dalle luci al neon delle baracche e da miriadi di lanterne di carta.
Era consapevole del tatuaggio da Angelo sul braccio; Wexler ne aveva parlato. Eppure, per tanto tempo si era sforzato di cancellarlo. Non il simbolo in sé, ma il suo significato, e l’uomo che lui era diventato in guerra.
Ciò che aveva detto a Keller laggiù a Belem era vero. Non voleva essere una macchina. Capiva di esserlo diventato in parte, e capiva anche che il cammino per tornare nel mondo era irto di trabocchetti e di dolori. Teresa rappresentava la sua salvezza. Tutto ciò che voleva era una vita con lei. Gli sarebbe bastato. In mancanza di questo, si sarebbe accontentato delle cicatrici dell’umanità: del dolore di un impegno non revocato.
Per la prima volta, la questione era: quando sarebbe bastato? Fino a che punto il dolore rappresentava una prova? Dov’era il limite massimo?
Potrei scomparire , pensò. Potrei pagarmi dei nuovi documenti e rifugiarmi in continente. Lasciare la Città Galleggiante, lasciare il commercio delle pietre, bruciare tutte le tracce che quel tale Oberg avrebbe potuto seguire. Crearsi una nuova vita e nascondersi. Magari, trovare anche una donna disposta ad amarlo, e a dargli dei figli. Il vecchio tatuaggio era quasi completamente sbiadito. Una manica bastava a coprirlo.
Era un pensiero esaltante, ma pericoloso. Lo scacciò mentre attraccava la barca al molo. Il suo compito non era ancora concluso. Teresa aveva bisogno di lui. C’era ancora la possibilità che potesse fare qualcosa per aiutarla.
L’interno della balsa era buio. Mentre spingeva la porta, Byron udì un gemito provenire dalla camera sul retro.
Premette un interruttore sulla parete e una vecchia lampadina a incandescenza irradiò una luce debole e giallastra. — Teresa? — Gli rispose un altro gemito. Avrebbe potuto significare piacere come dolore.
Byron scostò un lembo della tenda. Lei era sola sul letto, e sbatteva le palpebre per abituarsi alla luce. Le sue pupille erano fortemente dilatate.
Byron raccolse il flaconcino caduto sul pavimento accanto al letto. Era pieno per tre quarti di minuscole pastiglie nere. Encefaline, pensò. Concentrate, potenti. — Cristo — bisbigliò.
Erano gemiti di piacere astratto. Forse, in fondo alla mente, Teresa si vergognava di essersi fatta trovare così. Infatti volse il viso. Tuttavia la vergogna non poteva annullare il flusso di benessere chimico. La sua fronte era imperlata di sudore.
Quasi senza accorgersene, Byron si sedette sul letto e le prese la testa tra le braccia.
Lei si scostò. — Mi dispiace — disse. La sua voce era fievole, vacua, distante interi oceani. — Mi dispiace, mi dispiace.
Non c’era niente da dire. Niente che ne valesse la pena.
Lui la tenne stretta, mentre la balsa si alzava e si abbassava.
Keller contattò Vasquez, il produttore della Rete, e ottenne un congnio versamento su uno dei suoi conti fantasma. Vasquez gli fornì anche dei documenti temporanei e il lasciapassare per gli studi di decodificazione, nel settore tecnico della Rete. — Fate in fretta — lo esortò il produttore. — Il tempo stringe. È un buon reportage?
Keller ripensò a Pau Seco, alla miniera e alla città vecchia, ai bar e ai bordelli. Annuì.
— Bene — approvò Vasquez. — Vi ho già fissato l’appuntamento con Leiberman.
Leiberman, il neurochirurgo della Rete, estrasse il microcircuito e chiuse il foro con del materiale adesivo. Nel giro di un mese non sarebbe rimasta nemmeno la cicatrice. — Ecco fatto — commentò poi in tono altezzoso.
— Tornate a essere soltanto un uomo, anche questa volta. — Porse a Keller la memoria, racchiusa in minuscolo contenitore trasparente. Sembrava un oggettino da niente, quasi come un dente appena estratto.
Keller andò direttamente negli studi della Rete, presentò il nuovo documento di identificazione alla macchina nell’ingresso e richiese una cabina di montaggio. Gli studi tecnici erano disseminati su un’ampia area di deserto a ovest di Barstow, con edifici prefabbricati in muratura e una schiera di antenne paraboliche puntate verso i cieli del sud. Vi lavorava un gruppo di tecnici fissi della Rete, ma la maggior parte delle persone che andavano e venivano erano giornalisti indipendenti. Secondo il nuovo documento di identificazione, Keller era uno di loro.
La cabina che gli venne assegnata era una stanzetta angusta, traboccante di monitor e di apparecchi per il missaggio. Keller infilò la memoria nella presa di una macchina, le diede un nome e la fornì di un codice d’accesso. Si mise in grembo la tastiera e appoggiò i piedi su un mixer.
Premette il tasto con la scritta tempo.
Il monitor rispose subito. Quarantun giorni, ventotto minuti e quindici secondi da quando la memoria era stata attivata. Lui si sentì vagamente sorpreso, credeva che fosse passato più tempo.
Istruì il programma affinché inserisse un segnale ogni ventiquattro ore esatte di registrazione, e poi dividesse le giornate in ore. La chiamò "procedura di riordino". Inserì segnali speciali al Settimo Giorno (ARRIVO A RIO), al Quindicesimo Giorno (ARRIVO A PAU SECO) e al Venticinquesimo Giorno (ARRIVO A BELEM). Nel caso si fosse rivelato necessario, ne avrebbe inseriti altri; intanto bastavano quelli fondamentali, una specie di indice schematico. Ora poteva scegliere un’ora o un giorno in particolare e rintracciarli all’istante per inserirli nella struttura di memoria destinata a costituire il servizio completo, da consegnare nelle mani di Vasquez.
Prima, comunque, era meglio prendere qualche precauzione. Keller richiamò il programma di Protezione dell’Identità, poi fece scorrere rapidamente il Secondo Giorno fino a trovare un’immagine completa di Byron Ostler.
Il monitor centrale da trenta pollici mostrava Byron in piedi di fronte alla sua grossa balsa scalcinata nel cuore della Città Galleggiante. Keller fissò l’immagine, ne avvicinò il viso con lo zoom e schiacciò il tasto di CORREZIONE. Il volto di Byron fu immediatamente sostituito dal suo spettro in linee topografiche contro uno sfondo luminoso, color ambra.
Keller si servì della matita apposita per alterare i lineamenti. Alzò gli zigomi, strinse il mento. Fece ruotare l’immagine e modificò anche il profilo. Richiamò l’immagine normale e si vide di nuovo Byron di fronte alla balsa. Solo che non era più Byron. La sua faccia non aveva niente di familiare. Era un uomo più vecchio, tarchiato, simile a uno sparviero. Aveva un viso anonimo, né buono né cattivo. Keller premette il tasto con la scritta TRATTENERE. L’immagine originale non sarebbe mai apparsa nel prodotto finito.
Poi richiamò la figura di Teresa.
Questa seconda operazione fu più dolorosa. Rivederla risvegliò in lui vecchie sensazioni, un desiderio che faticava ancora a reprimere. Lei attraversò il monitor, guardandolo.
Non sopporto l’idea di fare questo viaggio con qualcuno di cui non mi fido… L’unica arma che ho a disposizione è l’intuito, capite?
La sua voce riempì la cabina. Una reincarnazione a sedici bit della traccia che lui aveva registrato nel microcircuito. Sembrò quasi che Teresa uscisse dallo schermo per fissarlo negli occhi. Keller schiacciò in modo convulso il tasto di CORREZIONE.
Lei divenne una rete di linee, una geografia confusa.
Meglio così.
Sudando, alterò le linee con la matita. Appiattì la bocca, arrotondò il naso, accorciò i capelli. Lavorò quasi senza pensare, con gli occhi socchiusi. Wu-nien. Bastava imporsi di restare indifferente.
Читать дальше