«Nessuno desidererebbe farlo, non ti pare?»
«Però potrebbe?»
«Penso di sì» disse Philos, in tono vagamente irritato. Charlie si chiese se era un condizionamento. Sarebbe stato logico. «Da quanto tempo sono qui i ledom?»
«Risponderò a questa domanda» disse Philos. «Ma non ora.»
Colto un po' alla sprovvista, Charlie proseguì in silenzio per un poco. Poi chiese: «Vi sono altre comunità ledom come questa?».
«No.» Philos sembrava sempre più laconico.
«E fuori non c'è nessuno?»
«Presumiamo di no.»
«Lo presumete? Non lo sapete con certezza?» Poiché Philos non rispose, Charlie domandò, di punto in bianco: «L' homo sapiens è veramente estinto?».
«Inevitabilmente» disse Philos. E Charlie dovette accontentarsi di questo.
Avevano raggiunto l'orlo della valle, e stavano salendo sui primi contrafforti delle colline. La salita era più difficile, ma Philos sembrava desideroso di procedere più rapido, sembrava spinto da qualcosa. Charlie notò che continuava ad esaminare le rocce attorno a loro, e continuava a voltarsi per guardare i due grandi Centri.
«Stai cercando qualcosa?»
«Soltanto un posto per sederci» disse Philos. Avanzarono tra i grandi macigni e alla fine giunsero a un ripido pendio, in parte di solida roccia, in parte di pietrisco. Philos tornò a guardare in direzione dei Centri che da lì erano invisibili, e disse, con una bizzarra voce tesa: «Siediti».
Charlie si rese conto che da qualche minuto stava costruendo qualcosa di immenso, qualcosa di inatteso; trovò una roccia piatta e vi si sedette.
«È qui che ho… perduto… il mio compagno… il mio Froure» disse Philos.
Ricordando di aver promesso a Nasive che non avrebbe ammesso di saperne qualcosa, Charlie senza fatica assunse un'aria di profonda comprensione: e tacque.
«È accaduto molto tempo fa» disse Philos. «Ero stato appena incaricato di occuparmi della storia. L'idea generale era cercare di vedere cosa sarebbe successo se uno di noi se ne fosse imbevuto; se era velenosa come molti credevano. E per “molti” intendo molti di coloro che avevano lavorato con noi nella Prima Caverna.
«Erano fermamente convinti che noi avremmo dovuto troncare tutti i legami con l' homo sapiens , che pareva essersi comportato molto male, e cercare di non emularlo in alcun modo, neppure inconsciamente. Questo ci sarebbe costato la sua arte, la sua letteratura e molti dei suoi valori migliori; ma nello stesso tempo non volevamo negarci la sua scienza pura… tu per esempio hai nominato l'astronomia… e qualche dato sulla sua evoluzione. Qualche volta, sai bene, è importante conoscere quali sono gli errori da evitare. Questo non soltanto risparmia guai: in un senso morale da un valore agli errori spaventosi. Così… prima bisogna fare gli esperimenti in corpore vili » disse con un piccolo sorriso amaro.
«Ero arrivato all'incirca al punto in cui sei arrivato tu, nello studio dei ledom e dell' homo sapiens , avevo solo un maggior numero di dettagli. Froure ed io eravamo sposati da poco tempo e io dovevo trascorrere molto tempo da solo. Pensavo che sarebbe stato bello se io e Froure avessimo fatto una lunga passeggiata insieme, per parlare e per stare vicini. Eravamo tutte e due in stato interessante… Sedemmo qui e il… il…» Philos deglutì e ricominciò. «Il suolo si spalancò. È l'unico modo di descriverlo. Froure precipitò. Io caddi…»
«Mi spiace» disse inutilmente Charlie.
«Quattro giorni dopo mi dissotterrarono. Non trovarono mai Froure. Io perdetti entrambi i miei bambini. I soli che avrò mai, credo.»
«Ma tu potresti sicuramente…»
Philos interruppe quel caloroso suggerimento. «Ma sicuramente io non vorrei…» disse, con gentile ironia. E poi, seriamente. «Tu mi sei simpatico, Charlie Johns, e mi fido di te. Vorrei mostrarti perché non posso sposarmi, ma tu dovrai promettermi la tua assoluta discrezione.»
«Certamente!»
Philos l'osservò con solennità per un lungo attimo, poi giunse le mani. Il campo-specchio comparve di colpo. Philos posò l'anello al suolo, mentre il campo era ancora operante, indietreggiò di un metro, tirò bruscamente l'orlo di un sasso piatto. Il sasso si inclinò scoprendo l'imboccatura buia di una galleria. Lo specchio perfetto e privo di cornice, riflettendo il grande macigno, avrebbe offerto una mascheratura perfetta al foro, nel caso che dai Centri fosse arrivato qualcuno. Philos si lanciò nell'apertura, fece un cenno di richiamo a Charlie, e scomparve.
Sbalordito, Charlie lo seguì.
Trenta persone in soggiorno stanno strette, ma si è tra amici, niente formalità e alla gente non secca sedersi sul pavimento. Il ministro è un brav'uomo. È un brav'uomo, pensa Herb, in qualsiasi senso tu voglia usare quelle parole. Perché questo reverendo Bill Flester era stato cappellano nell'esercito, lui avrebbe scommesso che dicevano lo stesso fa chiesa e i pezzi grossi dell'esercito e anche i soldati. Flester ha gli occhi chiari e denti bellissimi, capelli corti grigio-ferro e una faccia giovanile e rubizza. I suoi abiti sono sobri ma non funerei, e la sua cravatta e i risvolti stretti della giacca parlano il linguaggio appropriato, come le sue parole. Ha cominciato formulando una tesi, come testo per un sermone, ma non è un testo biblico; è uno slogan efficace come quelli in cui puoi imbatterti a Madison Avenue o in qualunque altro posto: «C'è sempre un modo, se riesci a trovarlo».
I vicini ascoltano rapiti, Jeannette guarda i denti, Tillie Smith guarda le spalle del ministro, che sono ampie, e i capelli grigio-ferro. Smitty, rannicchiato all'estremità di un tavolino, si piega in avanti e si tira il labbro inferiore con il pollice e l'indice, in modo che puoi vedere benissimo le gengive, davanti ai denti, e questo è il modo con cui Smith vuol dire “Quel tipo ha qualcosa, dentro”.
«Ora, i nostri amici ebrei» sta dicendo Flester, con tono di filtrata approvazione «si sono costruiti un bel tempio su Forsythia Drive, e dall'altra parte del quartiere i nostri fratelli cattolici hanno una simpatica cappella di pietra. Cosi, ho fatto qualche lettura e ho camminato molto, e ho scoperto che ci sono ventidue diverse chiese protestanti in un raggio di dieci miglia; la gente di questo quartiere ne frequenta diciotto, e per lo mento quindici di esse sono rappresentate qui, in questa stanza. Ora, nessuno ha intenzione di costruire qui quindici o venti o ventidue specie diverse di chiese protestanti. I commercianti e gli insegnanti sanno benissimo cosa si fa con le piccole comunità sparse qua e là: bisogna centralizzare.
“Così, mi pare che noi dovremmo prendere esempio da loro. Una chiesa deve pensare all'efficienza, e all'interesse del prodotto, e all'aumento dei costi, come qualsiasi altra organizzazione. In una situazione nuova, bisogna trovare un modo nuovo di fare i propri interessi, come l'idea di andare in banca con la macchina, come questo nuovo sistema di fare gli acquisti per televisione di cui parlano i giornali domenicali. Noi siamo tutti protestanti e vogliamo tutti andare in chiesa qui, in questa zona. L'unico ostacolo è un problema di dottrina. C'è molta gente che prende molto sul serio la propria dottrina e, siamo franchi, ci sono state molte discussioni, per questo.
“È stato fatto molto per unire le chiese. Tu cedi qualcosa, io cedo qualcosa, e ci troviamo vicini. Ma molta gente pensa che ci si possa unire solo se si accetta di perdere qualcosa. È così che molta gente pensa: un compromesso significa che tutti perdono qualcosa. E noi non lo vogliamo.
“Io credo, con tutto il rispetto, che questa gente sbagli. Deve esserci un modo di riunirsi, in cui nessuno perde nulla e tutti guadagnano. C'è sempre una soluzione: basta pensarci.
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