Theodore Sturgeon - Venere più X

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Un mondo completamente diverso dal nostro; la civiltà dei ledom, enigmatiche creature ermafrodite, che hanno osato rivoluzionare sesso e religione per ottenere quello che l’homo sapiens non ha mai avuto. Charlie Johns, un uomo come tanti altri, uno di, noi, scaraventato d’improvviso in una situazione estranea, costretto ad osservare e giudicare questa civiltà alternativa. Da questi elementi Theodore Sturgeon, uno dei massimi autori americani di science-fiction, ha tratto una storia sublime e impegnativa; ha costruito un’opera che scava ’nelle nostre coscienze, indagando senza pietà sino al fondo della storia umana. Un romanzo che non è semplicemente un romanzo: una stupefacente lezione di libertà, un canto corale sul futuro del nostro pianeta. E i bambini diventano divinità, il tempo perde le dimensioni consuete, il cielo è una cupola d’energia. Attraverso una trama magicamente semplice, ricca di simbolismi e d’inventiva, Sturgeon tiene avvinto il lettore fino all’agghiacciante conclusione. Come ha scritto Frederik Pohl: “Forse questo non e il romanzo più strano di Sturgeon, ma e senz’altro il più bello.”
Nominate per il premio Hugo per il miglior romanzo in 1961.

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Jeannette fa sgocciolare la porporina. «Ma no» dice «sull'altro lato c'è Polvere di stelle. »

«Hai detto “Laura” e…»

Charlie levò lo sguardo verso il soffitto. «Mi dispiace», disse debolmente. «Forse sono stato troppo a lungo senza dormire. Mi dispiace.»

«Che cos'è una Laura?»

Charlie si levò a sedere, con l'aiuto di Philos. Guardò colui che aveva parlato, un ledom dai capelli bruni, dagli occhi grigi e dai lineamenti forti e fini, a quelle labbra ferme e scultoree che pure erano pronte al sorriso.

«Laura era quella che amavo» disse, semplicemente, come avrebbe potuto dirlo un ledom. «Tu devi essere Froure.» E poi tornò a guardare l'altro.

Stava timidamente accanto alla colonna che sorreggeva la trave su cui posava il soffitto di roccia. Indossava una cappa dal collo alto secondo lo stile ledom, una cappa di materiale biostatico chiusa sul petto… Ma era tagliata bassa, e lasciava nuda la parte inferiore del corpo, ad eccezione della sporran. Un viso… un viso grazioso , per nulla maschile o troppo bello; e, oh, non era Laura; solo, lei aveva i capelli di Laura.

Lei.

«Soutin» disse Philos.

«C-c-continuavi a dire “lui”!» gridò stupidamente Charlie.

«Di Soutin? Sì, naturalmente… che altro avrei dovuto dire?»

E Charlie pensò sì, certo… che altro avrebbe dovuto dire? Perché Philos gli aveva raccontato la sua storia in lingua ledom, e aveva usato il pronome ledom che non era né maschile né femminile ma che non era neppure neutro; era stato Charlie che aveva tradotto “lui”.

Disse alla ragazza: «Hai i capelli come quelli di Laura».

Lei disse, timidamente: «Sono contenta che tu sia venuto».

Non lo lasciarono dormire… non potevano, non ne avevano il tempo: ma lo fecero riposare e gli diedero da mangiare; Philos e Froure fecero il giro della casa, per metà sotterranea, per metà sull'orlo di una grande mesa , da cui soltanto una creatura alata avrebbe potuto fuggire, e che aveva alle spalle molti acri di bosco, e un grande pascolo dove, gli dissero, Soutin era andata a caccia di cervi, armata di arco e frecce. Philos e Froure girarono la casa, piansero, preparandosi a non rivederla mai più.

Soltanto allora Charlie pensò a ciò che sarebbe stato di loro, dopo che lui avesse portato via Soutin. Che cosa era ciò che avevano fatto… un tradimento? Qual era la punizione per il tradimento? Non poteva chiederlo. In quella lingua non c'erano parole per concetti come la punizione.

Lasciarono la casa, salirono la collina, entrarono nella camera stagna. Nell'interno, seppellirono il grumo di luce. Attraverso la galleria entrarono nel camino, e lì seppellirono l'altro grumo luminoso. Si tolsero le cappe e le nascosero, ed uscirono nella terra verde, sotto il cielo color acciaio di Ledom. Si incamminarono verso i Centri, a due a due come innamorati, perché Philos e Froure erano innamorati e Charlie e Soutin dovevano camminare in quel modo, perché lei era atterrita.

Quando si avvicinarono al Centro Medico, Froure rimase indietro con Soutin e Charlie, mentre Philos li precedeva. Difficilmente qualcuno avrebbe potuto ricordare Froure se lo avesse visto solo. Ma se Philos, il solitario, gli avesse camminato accanto come un innamorato…

E sempre sorreggendo Soutin, sussurrando avvertimenti e incoraggiamenti e qualche volta ordini diretti; e sempre, i pensieri si raggrinzivano e si bruciavano in fondo alla mente di Charlie.

«Non gridare» disse a Soutin, severamente, quando si avvicinarono alla sotterranea; avrebbe voluto che qualcuno glielo avesse detto quando l'aveva vista lui per la prima volta. Varcando la soglia buia, si volse e la strinse fra le braccia, le nascose il viso contro la sua spalla. Lei era agile come una leonessa, ma rimase rigida per il terrore, mentre precipitavano. Grida! No… lei non riusciva a respirare!

E sulla sotterranea, si limitò a tenersi stretta a lui; lo ferì quasi con le dita forti e sottili, mentre se ne stava con gli occhi e le labbra serrate. Ma all'altra estremità, quando l'ascensore invisibile li sollevò, e lei ebbe la prima esperienza del moto che a lui aveva strappato lo stomaco… lei rise!

…E lui ne fu contento, e si allontanò dai suoi pensieri…

…di amore reciproco.

…di un uomo con utero innestato chirurgicamente che si accoppiava a un uomo con un con utero innestato chirurgicamente.

…dell'orgoglio dei bambini che venivano adorati.

…delle mani di Grocid e di Nasive, di legno brunito.

…dei ferri e degli aghi chirurgici che apportavano una novità, inumana e fatta dall'uomo, nel corpo dei neonati.

…e oh la distanza e la fusione tra la deità e una sconcia barzelletta.

Volarono in alto, lungo il fianco della struttura inclinata, mentre Charlie spegneva contro la propria spalla la folle risata di Soutin, e si avviarono nel silenzio del laboratorio di Seace. “Lui non ci sarà”, si disse Charlie.

Ma c'era. Lasciò un apparecchio in fondo alla stanza e si diresse verso di loro, senza sorridere.

Charlie si scostò, tirando con sé Soutin, obbligando Seace a passargli davanti per poter parlare con Philos.

Seace disse: «Philos, non è adesso che dovevi venire».

Philos, pallido, aprì la bocca per parlare, quando Froure gridò: «Seace!»

Seace non aveva visto Froure, o non aveva fatto caso al ledom “morto” da tanto tempo. Si voltò per troncare quell'interruzione, e poi il suo sguardo scattò, si strinse, si aggrappò ai lineamenti fini di Froure. Froure sorrise e giunse le mani, e il campo-specchio scattò: era perfido e calcolato con perfetto tempismo perché lo scienziato, dopo una sola occhiata a quel viso inconfondibile, impossibilmente vivo e presente, lo vide sostituito dalla propria immagine. Nello stesso momento in cui dubitava dei propri occhi, quegli occhi gli venivano negati.

«Abbassalo» disse una voce rauca. «Froure; è Froure?» Si avvicinò al piano intangibile dello specchio. Philos scivolò accanto a Froure e prese l'anello; Froure si fece da parte e Philos attirò Seace qua e là nella stanza, come un uccellino ipnotizzato, poi cancellò il campo-specchio e si fermò sorridendo. «Seace!» chiamò Froure, alle sue spalle.

E intanto Charlie Johns stava lavorando, lavorando disperatamente sui comandi della macchina del tempo. Regolò i quadranti, uno, due, tre, quattro, premette la leva, si volse e lanciò Soutin attraverso la porta aperta della macchina, si tuffò dietro di lei, chiudendo la porta. L'ultima cosa che vide, mentre la porta sbatteva, fu Seace che finalmente aveva compreso e scostava Froure bruscamente e balzava verso i comandi.

Charlie e Soutin caddero insieme, in un groviglio. Per un attimo rimasero così, poi Charlie si rialzò, si inginocchiò accanto alla ragazza che tremava e l'abbracciò.

«Volevo dir loro addio» sussurrò lei.

«Andrà tutto bene» la calmò Charlie. Le accarezzò i capelli. E all'improvviso, forse per reazione, rise. «Guarda come siamo!»

Lei guardò; lui, se stessa, e poi alzò su di lui un paio d'occhi attenti e spaventati. Lui disse: «Stavo pensando a cosa succederà, sulle scale, quando arriveremo; io con questo costume da Superman, tu…»

Lei tirò l'indumento dal collo alto. «Non saprò che cosa fare. Sono così…» Agitò la seta della sua sporran. «Questa» disse, e la sua voce crepitava con il disperato coraggio del confessionale «non è vera: non sono mai riuscita a far… credi che lo sapranno, dove andremo?» Lui smise immediatamente di ridere «Non lo sapranno mai» le sussurrò, sobriamente.

«Sono così spaventata» disse lei.

«Non dovrai più avere paura» le disse. E neppure io, pensò. Philos non avrebbe mandato Soutin nel tempo in cui l'umanità aveva acceso la miccia. O forse… sì? Avrebbe pensato che valesse la pena di donarle un anno tra i suoi simili, o un mese, anche se lei avesse dovuto morire con loro?

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