«Charlie, non appena mi fu possibile, io cominciai a scoprire tutto ciò che potevo su Ledom… cose che non avevo mai pensato di domandare. I ledom sono gente aperta e onesta, questo lo sai, ma sono umani, ed hanno bisogno di un po' di segretezza. Forse è questo il modo in cui l'ottengono… danno risposte alle domande, ma non ne offrono spontaneamente. Vi sono segreti nel Centro Medico e nel Centro Scientifico… non segreti nel vostro senso di “riservato”, “top-secret” e così via. Ma vi sono cose, molte cose, che di solito a nessuno verrebbe mai in mente di chiedere.
“Nessuno aveva mai pensato di chiedere spiegazioni per l'anestesia totale durante l'esame medico mensile, per esempio; nessuno si chiedeva perché i bambini venissero “tenuti in incubatrice” per un mese, prima che li vedessimo; chi avrebbe pensato di chiedere notizie sugli esperimenti sui viaggi nel tempo? È stato un caso puro che io abbia scoperto l'esistenza del Controllo Naturale… in realtà, non l'ho mai visto… e non ci avrei mai badato molto se non ci fosse stata la nascita di Soutin.»
«Chi è Soutin?»
«Un bambino nascosto nel Centro Medico. Un homo sapiens , la cui mente viene tenuta addormentata; è qualcosa che serve per controllare il lavoro. Così, vedi, i nostri tre bambini che erano morti e Soutin non erano i soli homo sapiens nati qui. Quando scoprii l'esistenza del Controllo Naturale decidemmo che Soutin dovesse assolutamente rimanere qui… e questo significava che avrebbe dovuto rimanere qui anche Froure. Quando Soutin nacque, era un cosino tanto buffo… perdonami, Charlie, per noi era davvero buffo… ma noi lo amavamo. Ciò che accadde ci indusse ad amarlo e a curarlo di più. Mielwis non avrà mai Soutin.»
«Ma… che cosa succederà? Cosa avete intenzione di fare?»
«Tocca a te, Charlie.»
«A me!»
«Lo porterai via con te, Charlie?»
Charlie Johns guardò, nella fioca luce argentea, la figura ammantata, il viso mobile e sensibile. Pensò all'ostinazione, alla sofferenza, alle cure, alla dolorosa solitudine di quei due esseri innamorati costretti a stare spesso lontani, e a tutto l'amore che avevano per il loro figlio. E pensò a quel figlio… che lì era un eremita, sepolto come una talpa: che a Ledom sarebbe stato una bizzarria o un animale da laboratorio; e che nel suo tempo… che cosa sarebbe stato? senza conoscere la lingua, le usanze… poteva esser anche peggio di qualsiasi cosa che potesse fargli Mielwis.
Fu sul punto di scuotere il capo, ma non vi riuscì, vedendo l'ansia lacerante sul viso di Philos. Inoltre… Seace non l'avrebbe permesso. Mielwis non l'avrebbe permesso. (Ma ricorda… ricordi? Lui conosceva la combinazione per azionare la macchina, ricordi?)
«Philos… potresti portarci all'insaputa di tutti alla macchina del tempo, se fosse necessario, nel Centro Scientifico?»
«Potrei farlo, se fosse necessario.»
«È necessario. Prenderò tuo figlio con me.»
Ciò che disse Philos non fu qualcosa di speciale. Ma il modo in cui lo disse fu una delle più belle ricompense che Charlie avesse mai ricevuto. Con uno scintillio negli occhi scuri, Philos sussurrò soltanto: «Andiamo a dirlo a Froure e a Soutin».
Philos si avvolse nella cappa, fece segno a Charlie di imitarlo, e poi posò le mani sulla parete. Le sue dita affondarono in cavità nascoste, tirarono verso l'esterno. Una sezione di roccia ruotò verso l'interno della camera. Era bassa, e aveva la forma d'una fetta di focaccia. Dal suo interno triangolare uscì un soffio d'aria gelida.
«È una specie di scompartimento stagno» disse Philos. «Il “cielo” finisce qui; in realtà ormai ne siamo fuori. Non posso tenere aperto questo passaggio o la costante perdita di aria potrebbe destare la curiosità alla stazione adibita al mantenimento della pressione.»
Per la prima volta Charlie si accorse che l'aria pura e tiepida di Ledom era non soltanto condizionata, ma anche pressurizzata.
«È inverno, adesso?»
«No, ma siamo ad una quota molto alta. Passerò per primo e ti guiderò.»
Entrò nella camera triangolare e premette contro la parete interna che ruotò, nascondendolo alla vista, poi tornò a scattare: vuota.
Charlie vi entrò e spinse. Davanti a lui, l'orlo della porta scattò contro la roccia solida; e gli sfiorò i calcagni nel richiudersi. E si trovò su una collina, sotto le stelle; boccheggiò per il freddo pungente, ma forse ciò che lo fece boccheggiare furono le stelle.
Nella luce delle stelle, che era molto intensa, scesero il pendio, si infilarono ansimando in una profonda fenditura della roccia e Philos vi trovò una porta. La spinse; un soffio tiepido li investì. Entrarono, e il vento richiuse la porta. Avanzarono ancora, e aprirono una seconda porta e lì, in una stanza lunga e bassa con un vero fuoco di legna che ardeva in un vero caminetto di pietra, c'era Froure, che correva verso di loro, contento, zoppicante ma contento, e, contento e a passo scioltissimo, Soutin.
Charlie Johns mormorò una sola parola e crollò, svenuto. E la parola che disse fu “Laura”.
«Qualche volta, quando ti guardi in giro, ti spaventi» dice Herb.
Jeannette sta tuffando del popcorn in un barattolo di colore, perché Davy possa farsi una collana. Davy ha solo cinque anni, ma è bravissimo con l'ago e il filo. «E allora non guardarti in giro. A cosa ti riferisci?»
«La radio, sentila.» Una voce sta lagnandosi in una canzone. Un orecchio esperto, se costretto ad ascoltare (se non è costretto, l'orecchio esercitato non ascolta) potrebbe riconoscere il tema come Vesti la giubba ; c'entra un po' la lirica, e tanto la lirica quanto il tempo sono occlusi da un piano che suona ottave a trioli: clinglinglingclingclingcling. «Chi è che canta?»
«Non lo so» dice Jeannette, un po' seccata. «Non posso star dietro a tutti i Fratelli Qualcheduno e ai Trio di Miltown. Sono tutti eguali.»
«Già, ma chi è?»
Lei mette i popcorn sulla porporina e si ferma per ascoltare. «È quel tale con i denti storti che era alla televisione l'altra sera» tira a indovinare lei.
«No!» dice lui, trionfante. «Quello era quel Fauntleroy da strapazzo che chiamano Debsie. Cioè un maschio. Questa è una donna, cioè una femmina.»
«Non si direbbe.» Ascolta, mentre la voce scivola su tutta la sua portata di quattro toni e mezzo e scompare dietro la musica del pianoforte, stile catena per pneumatici. «Sai che hai ragione?»
«Lo so che ho ragione, ed è questo che spaventa.» Herb batte la mano sulla rivista che stava leggendo. «Sto leggendo qui Al Capp, sai, i fumetti… parla delle illustrazioni delle riviste, e dice che per lo meno nelle illustrazioni delle riviste si riesce a distinguere chi è l'uomo e che è la donna. Il più aggraziato è l'uomo. Così, intanto che sto leggendo questo, sento la radio e c'è una cantante con quella specie di ringhio che la fa sembrare un cantante maschio che cerca di cantare come una cantante femmina.»
«E questo ti spaventa?»
«Be', ci si confonde le idee» dice lui, scherzosamente. «Se continua così, diventerà una mutazione, e non saprai più se hai davanti un maschio o una femmina.»
«Sciocco. Non si fanno le mutazioni in questo modo.»
«Lo so. Voglio dire, se le cose vanno avanti così, quando arriverà la mutazione sesso doppio, nessuno se ne accorgerà.»
«Oh, adesso esageri, Herb.»
«Sicuro. Ma, parlando sul serio, qualche volta non hai l'impressione che ci sia una grande forza all'opera per trasformare le donne in uomini e viceversa? Non solo per quella cantante. Guarda la Russia sovietica. Mai, sulla terra, un grande esperimento sociale ha trasformato tante donne in un'orda così immensa di cavalli pezzati. Guarda la Cina Rossa, dove le piccole bambole cinesi sono state liberate dalla schiavitù e indossano le tute e spalano carbone per quattordici ore al giorno insieme ai loro fratelli. È stato l'altro lato del disco che abbiamo appena sentito.»
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