Nello svegliarsi passò attraverso una strana zona della mente, giungendo a un punto di sensibilità in cui capiva chiaramente e freddamente che Laura era divisa da lui dalle barriere impenetrabili dello spazio e del tempo, ma in cui, contemporaneamente, sua madre sedeva ai piedi del suo letto. E mentre passava attraverso questa zona, divenne sempre più chiaro, per lui, che era a Ledom, così non avrebbe avuto nessun disorientamento al risveglio; eppure, il senso della presenza di sua madre diventò più forte, così quando aprì gli occhi e vide che lei non c'era, fu come se l'avesse vista — realmente lei non la sua immagine — scomparire con un pop. Furibondo e offeso, si svegliò urlando, chiamando sua madre…
Quando finalmente ebbe i piedi in basso e la testa in alto, si diresse verso la finestra, senza avvicinarsi troppo, e guardò fuori. Il tempo non era cambiato, e gli sembrò di aver dormito per tutto un giro dell'orologio, perché il cielo, sebbene fosse ancora coperto, era luminoso come lo era stato durante il tragitto dal Centro Scientifico. Era affamato; e ricordando le istruzioni andò al letto-scaffale su cui aveva dormito e tirò verso l'esterno la prima delle tre sbarre dorate.
Una sezione irregolare della parete (lì non c'era nulla di quadrato, di piatto, di verticale o di perfettamente liscio) scomparve sollevandosi e rientrando, come la saracinesca di certe vecchie scrivanie, e fu come se quella ridicola bocca cacciasse fuori una lingua molto ampia, perché dall'orifizio scivolò fuori una specie di tavola su cui erano posati una ciotola e un piatto. Nella ciotola c'era una specie di pappa di farina d'avena. Sul piatto c'era un mucchio di frutti dai colori esotici, disposti con un gusto squisito in modo da formare un quadro armonioso con le loro forme improbabili. C'erano banane e arance, e qualcosa che sembrava uva, ma gli altri frutti erano grandi e chiazzati di azzurro e di vermiglio e di verde iridescente, e di almeno sette varietà di rosso. Ciò che desiderava soprattutto al mondo, in questo mondo o in qualsiasi altro, era qualcosa di fresco da bere, ma non c'era nulla del genere. Sospirò e prese un globo color orchidea, lo fiutò — aveva un odore simile a quello del pane imburrato — e provò a morderlo. Poi emise un grugnito altissimo di sbalordimento e si girò attorno, cercando qualcosa con cui asciugarsi la faccia e il collo. Perché sebbene la buccia del frutto fosse, sotto le sue labbra, a temperatura ambiente, il succo, che usciva a pressione considerevole, era gelido.
Dovette servirsi della camicia bianca per asciugarsi; poi prese un altro frutto color orchidea e tentò di nuovo, con risultati soddisfacenti. Il succo limpido e freddo era privo di polpa e aveva un sapore di mela sfumato di cannella.
Poi guardò la pappa di farina. Non aveva mai amato molto i cereali cotti, ma l'aroma di quella pappa era appetitoso, sebbene non riuscisse a riconoscerlo. Accanto alla ciotola c'era un oggetto, una specie di posata. Assomigliava vagamente a un cucchiaio, ma in realtà consisteva di un manico che reggeva un cappio di filo sottile, azzurro vivo, simile a una minuscola racchetta da tennis, ma senza corde.
Perplesso, afferrò il manico e spinse il cappio nella pappa. Con sua grande sorpresa, la pappa si ammucchiò sopra il cappio, come se al di sotto ci fosse il solido incavo di un cucchiaio. Lo sollevò e vide che il cibo era ammucchiato allo stesso modo anche nella parete inferiore… neppure un po' di più: e non sgocciolava. Lo assaggiò, cautamente, e lo trovò così delizioso che non lo turbò neppure la consistenza gommosa dell'area invisibile nell'interno del cappio. La guardò, sì, e spinse un indice per provare (e quella zona invisibile resistette lievemente al dito), ma nonostante questo continuava a godersi, con tutte le ghiandole salivari, quel cibo saporito, dolce e carico di spezie, robusto e nutriente. Il sapore era assolutamente nuovo per lui, ma, mentre si ingozzava e raschiava il fondo vuoto della ciotola fino a storcere il filo azzurro si augurò ardentemente di poterne avere ancora, al più presto.
Soddisfatto, almeno fisicamente, sospirò e si alzò dal letto, mentre la tavola e il suo carico scivolavano silenziosamente nell'apertura che tornò ad essere, di colpo, parte della parete. «Servizio in camera» mormorò Charlie, scuotendo la testa con fare di approvazione.
Si accostò all'armadio che gli aveva mostrato Philos e sfiorò il ghirigoro nel disegno della parete. Lo sportello si dilatò. L'interno era illuminato dal solito chiarore argenteo opaco, privo di sorgente. Lanciando uno sguardo cauto agli orli dell'apertura ovale e irregolare, perché quella cosa poteva aprirsi e chiudersi con autentico entusiasmo, sbirciò nell'interno, sperando di rivedere i suoi bravi calzoni fabbricati negli Stati Uniti. Non c'erano.
C'era invece una fila di costruzioni — era l'unica parola adatta — di tessuti rigidi e flosci, inamidati, sottilissimi, opachi, in tutte le combinazioni di colore: rossi, azzurri, verdi, gialli, tessuti che sembravano contenere tutti i colori contemporaneamente, tessuti che potevano cogliere una sfumatura qui e una là dalle stoffe che erano lì intorno; e tessuti che non avevano colore, che smorzavano qualsiasi cosa su cui si posassero. Erano messi insieme in pannelli, tubi, pieghe, drappeggi, cuciture, ed erano tagli di sbieco, orlati di frange, ricamati, ricchi di applicazioni e di orlature.
Via via che i suoi occhi e le sue mani si abituavano a quel bagliore, riuscì a comprendere che esisteva una certa sistematicità: quel miscuglio poteva venire suddiviso, e certi pezzi singoli potevano essere esaminati isolatamente come indumenti. Alcuni erano semplici come camicie da notte, per quanto riguardava la forma, anche se chi li avesse indossati per dormire avrebbe senza dubbio sognato di venire affettato da una griglia a diffrazione. C'erano calzoni di vari tipi, mutandine aderenti, pantaloni flosci, pantaloni a coscia, perizomi, oltre a gonnellini lunghi e corti, fluenti e a crinolina, gonne ampie e strette. Ma che cos'era quel nastro scintillante, largo cinque centimetri e lungo due metri e mezzo, costruito come una serie di lettere U unite per le estremità superiori? E come si poteva usare una sfera perfetta di materiale elastico nero… sulla testa?
Se la posò sul capo e cercò di tenerla in equilibrio. Era facile. Inclinò il capo per farla rotolare via. Rimase dov'era. La tirò. Non era facile toglierla, era impossibile. Era attaccata a lui. Non gli tirava neppure i capelli, sembrava che fosse attaccato al suo scalpo.
Si avvicinò alle tre sbarre d'oro, per posarvi sopra le mani e chiamare Philos, poi si fermò. No, avrebbe dovuto vestirsi prima di chiamarlo in aiuto. Qualsiasi cosa fossero quegli strani, assurdi individui, non desiderava riprendere l'abitudine di farsi vestire da una donna. Era un'abitudine che aveva perduto da molti anni.
Tornò all'armadio. Imparò in fretta il sistema per appendervi gli abiti; non erano appesi ad attaccapanni, ma se prendevi un indumento e lo stendevi come volevi che rimanesse appeso, e lo facevi toccare contro la parete di destra, rimaneva come lo mettevi. Poi potevi spingerlo attraverso l'armadio, dove scivolava come se fosse appeso a un filo, solo che non c'erano fili. Quando lo tiravi fuori, cadeva e ritornava semplicemente un indumento vuoto.
Trovò un lungo pezzo di stoffa che aveva vagamente la forma di una clessidra, con un pezzo di nastro sottile a un'estremità. La stoffa era di un blu cupo abbastanza sobrio, il nastro era di un rosso vivo. Pensò che era possibile dargli la forma di un paio di calzoni decenti. Si tolse la camicia bianca che per fortuna era aperta sul dorso, altrimenti non sarebbe mai riuscita a sfilarla per colpa della sfera nera che gli ballonzolava sulla testa ad ogni movimento. Si piazzò sull'addome l'estremità della stoffa priva del nastro, si fece passare il resto fra le gambe, fin sulle reni, afferrò i capi del nastro, se li fece girare attorno ai fianchi, con l'intenzione di allacciarli sul davanti. Ma prima che potesse farlo, i due capi del nastro si fusero, senza segni di giunture o di cuciture. Tirò il nastro; si tese, poi tornò lentamente indietro fino a che gli aderì alla vita, e allora smise di contrarsi.
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