Theodore Sturgeon - Venere più X

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Venere più X: краткое содержание, описание и аннотация

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Un mondo completamente diverso dal nostro; la civiltà dei ledom, enigmatiche creature ermafrodite, che hanno osato rivoluzionare sesso e religione per ottenere quello che l’homo sapiens non ha mai avuto. Charlie Johns, un uomo come tanti altri, uno di, noi, scaraventato d’improvviso in una situazione estranea, costretto ad osservare e giudicare questa civiltà alternativa. Da questi elementi Theodore Sturgeon, uno dei massimi autori americani di science-fiction, ha tratto una storia sublime e impegnativa; ha costruito un’opera che scava ’nelle nostre coscienze, indagando senza pietà sino al fondo della storia umana. Un romanzo che non è semplicemente un romanzo: una stupefacente lezione di libertà, un canto corale sul futuro del nostro pianeta. E i bambini diventano divinità, il tempo perde le dimensioni consuete, il cielo è una cupola d’energia. Attraverso una trama magicamente semplice, ricca di simbolismi e d’inventiva, Sturgeon tiene avvinto il lettore fino all’agghiacciante conclusione. Come ha scritto Frederik Pohl: “Forse questo non e il romanzo più strano di Sturgeon, ma e senz’altro il più bello.”
Nominate per il premio Hugo per il miglior romanzo in 1961.

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Meravigliato, tirò il lembo libero della stoffa fino a che aderì a sufficienza, poi lo lasciò ricadere liberamente in una specie di grembiule, sul davanti. Si girò e si torse, guardandolo stupefatto. Gli aderiva come una pelle e sebbene avesse le gambe nude di lato, fino alla cintura stretta da una sottile striscia rossa, per il resto era nascosto, come aveva detto Philos.

Poteva fare a meno di altri indumenti perché, come aveva imparato nella sua breve esperienza all'aperto, lì c'era un clima tropicale. D'altra parte molti di quegli individui portavano qualcosa anche nella parte superiore del corpo, magari soltanto un bracciale o qualcosa sulle scapole. Osservò meditabondo il mucchio di accessori nell'armadio e vide un pezzo di stoffa dello stesso colore dell'indumento che aveva indossato. Lo prese. Doveva essere una specie di giacca o di cappa. Sembrava pesante; in realtà era leggera come una piuma, e non soltanto era identica, ma aveva una sottile orlatura dello stesso nastro rosso che costituiva la cintura delle brache.

Indossarla fu un rompicapo, fino a che non comprese che non saliva sulle spalle, ma passava sotto le braccia, come l'indumento che aveva visto addosso a Seace. Aveva lo stesso collo rigido dietro, e davanti si univa esattamente sullo sterno. Non c'erano allacciature, ma non erano necessarie; aderì dolcemente ai suoi muscoli pettorali e vi rimase attaccata. Alla cintura calzava alla perfezione, ma i due lembi non si toccavano; tuttavia, gli aderiva addosso splendidamente. La camicia non scendeva a coda di rondine come quella di Seace, ma era tagliata piatta, a lunghezza uniforme.

In fondo all'armadio c'erano anche le scarpe; su uno scaffale vide quello che rappresentava il minimo indispensabile in fatto di calzature: forme modellate, costruite per aderire alle dita, e altre fatte per aderire al calcagno, senza nulla in mezzo. Ve ne erano molti altri tipi; sandali con cinghie e fibbie, e sandali con lacci e nastri che si fondevano gli uni negli altri, altri senza allacciature; morbidi stivali multicolori che arrivavano al ginocchio, scarpe con la punta rialzata alla turca, scarpe ortopediche e molte altre calzature, con la sola eccezione dei tipi che potevano stringere il piede e provocare fastidio.

Si lasciò guidare dal colore e trovò un paio di stivali che parevano di camoscio e che non avevano quasi peso: si appaiavano perfettamente all'indumento blu cupo ornato di rosso. Si augurò che fossero della sua misura… e lo erano; gli calzavano perfettamente, meravigliosamente; e poi si rese conto che senza dubbio tutte quelle scarpe si sarebbero adattate naturalmente alla sua misura e a quella di chiunque altro.

Soddisfatto di sé, provò ancora una volta, inutilmente, a tirare la ridicola bolla nera che gli ballonzolava sulla testa, poi si avvicinò alle sbarre e le toccò. La porta si dilatò con uno scatto, e Philos entrò. (Era rimasto lì, davanti alla porta, per quelle otto ore?) Indossava un gonnellino ampio di un giallo amarillide, scarpe eguali e un bolero nero, che sembrava infilato a rovescio: ma addosso a lui non stava male. Il suo eloquente viso bruno si accese quando vide Charlie.

«Già vestito? Oh, benissimo!» E poi corrugò la fronte, indescrivibilmente. Era un'espressione che Charlie non riuscì a comprendere.

«Ti pare che vada bene?» chiese. «Vorrei avere uno specchio.»

«Certo» disse Philos. «Se posso…» Attese. Charlie sentì che stava rispondendo alla richiesta in modo distratto, rituale. Ma diceva: «Posso?».

«Certo» disse Charlie, e boccheggiò. Perché Philos giunse le mani… e scomparve! e invece lì c'era qualcun altro, risplendente in un indumento blu cupo, con un colletto altissimo che incorniciava benissimo il suo viso allungato, con i calzoni aderenti ornati da un grembiule drappeggiato con eleganza, con scarpe splendide; e persino con le spalle nude che sormontavano la giacca e la stupida bolla nera che gli danzava sulla testa, faceva una figura eccellente. Ad eccezione della faccia che, inspiegabilmente, non lo riguardava.

«Va bene?» La figura scomparve e riapparve Philos. Charlie rimase a bocca aperta. «Come hai fatto?»

«Oh… avevo dimenticato, non puoi averlo visto.» Tese la mano, che aveva un anello di lucente metallo azzurro, lo stesso azzurro scintillante del filo con cui Charlie aveva mangiato la crema di cereali. «Quando lo tocco con l'altra mano, forma un ottimo specchio.» Eseguì, e la bella figura con la sciocca sfera sulla testa riapparve e poi scomparve di nuovo.

«Che ordigno!» disse Charlie, che aveva sempre amato gli ordigni di ogni genere. «Ma perché mai ti porti dietro uno specchio? Tu puoi vedertici?»

«Oh, no.» Philos, sebbene avesse ancora quell'espressione contratta, riuscì ad insinuarvi un sorriso. «È soltanto un congegno difensivo. Noi ledom litighiamo di rado, e questa è una delle ragioni. Puoi immaginarti, quando sei accalorato e contorto e illogico (la parola conteneva in concetti di “stupido” e “imperdonabile”), messo faccia a faccia con te stesso, obbligato a guardarti esattamente come ti vedono tutti gli altri?»

«Be', questo ti raffredderebbe un po'» ammise Charlie.

«Ed è per questo che chiediamo il permesso di usarlo su qualcuno, prima di farlo. Semplice educazione. È qualcosa di antico quanto il nostro popolo, e probabilmente è vero anche per il tono: una persona si offende se la si mette davanti a se stessa, a meno che non lo desideri specificamente.»

«Avete una bella fabbrica di giocattoli, qui» disse Charlie, con ammirazione. «Ho passato l'esame?»

Philos lo squadrò, e l'espressione contratta si intensificò.

«Stai benissimo» disse con voce tesa. «Benissimo, veramente. Hai scelto molto bene. Andiamo?»

«Senti» disse Charlie «c'è qualcosa che non va, vero? Se sei inquieto per il mio aspetto, è ora che tu me lo dica.»

«Oh, bene, poiché me lo chiedi… ecco» (Charlie vide che sceglieva le parole con molta cura) «…ci tieni tanto a quel… ehm… cappello?»

«Quello, per l'amore del cielo! È così leggero che quasi lo dimenticavo, e poi tu e il tuo specchio… diavolo, no! Me lo sono messo sulla testa così, e non sono più riuscito a toglierlo.»

«Non è un gran guaio.» Philos si avvicinò all'armadio, lo dilatò, si chinò all'interno e ne uscì stringendo qualcosa che aveva la forma e la grandezza di un calzascarpe. «Ecco, toccalo con questo.»

Charlie eseguì, e l'oggetto nero cadde sul pavimento, dove rimbalzò fiaccamente. Charlie lo spedì nell'armadio con un calcio e rimise a posto l'oggetto simile a un calzascarpe. «Che cos'è?»

«Il de-stator? Disattiva le forze biostatiche della stoffa.»

«È la forza biostatica che mi fa aderire addosso questi vestiti?»

«Be', sì, perché non si tratta esattamente di materia non-viva. Chiedilo a Seace; io non lo capisco.»

Charlie lo sbirciò. «Sei ancora preoccupato. Faresti meglio a dirmi di che si tratta, Philos.»

L'espressione contratta si approfondì e Charlie non aveva creduto che fosse possibile.

«Preferirei di no. L'ultima volta che qualcuno ha scherzato con te l'hai fatto volare con una pedata attraverso la camera centrale di Mielwis.»

«Mi dispiace. Allora ero molto più sconvolto di adesso… su, dimmi di che si tratta.»

«Sai che cosa ti eri messo in testa?»

«No.»

«Un'imbottitura da portare sotto la gonna.»

Uscirono dalla stanza ridendo rumorosamente.

Andarono a fare visita a Mielwis.

«Ce ne mettono a giocare a bowling» dice Smitty.

«Stanno scioperando.»

«Oh, che buffo pubblicitario!» Ma Smith non sta prendendo in giro Herb. Ride fra sé.

Cade il silenzio. Non sanno più di cosa parlare. Herb sa che Smith sa che ognuno di loro sa che l'altro sta cercando qualcosa da dire. Herb pensa che è un fatto strano, che la gente non possa stare insieme senza ruttare parole, qualsiasi vecchia parola; ma non lo dice a voce alta, perché Smith potrebbe pensare che lui sta tornando a parlare sul serio.

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