Charlie rifletté, corrucciato. «Bene» disse alla fine, «forse hai ragione. Ma io sarò diverso, non ti pare?»
«Perché ci hai conosciuti?» Philos rise, gentilmente. «E credi davvero che l'averci conosciuti possa veramente renderti diverso da quello che eri?»
Nonostante i suoi desideri, un lieve sogghigno comparve all'angolo della bocca di Charlie. Philos aveva una risata simpatica. «Credo che non sarà possibile. D'accordo.» Poi chiese più garbatamente: «Allora ti dispiacerebbe dirmi che ho di tanto speciale per voi?».
«Non mi dispiace affatto» (fu una delle volte in cui l'idioma di Charlie trasparì bizzarramente: Philos lo stavo imitando, ma con simpatia). «È l'obiettività.»
«Sono irritato, sbalordito e sperduto. Che diavolo di obiettività può mai essere questa?»
Philos sorrise. «Oh, non ti preoccupare, sei all'altezza delle nostre necessità. Ascolta: hai mai avuto l'esperienza di sentire un estraneo, non necessariamente uno specialista, che abbia detto qualcosa sul tuo conto, qualcosa che ti ha insegnato qualcosa di te stesso… qualcosa che non avresti mai potuto sapere, senza quell'osservazione?»
«Credo che sia capitato a tutti.» Ricordò quella volta che aveva sentito la voce d'una delle sue amiche giungere, inconfondibilmente, attraverso il sottile divisorio di uno stabilimento balneare a South Beach… e stava parlando di lui! Diceva: «…e la prima cosa che ti dice è che non ha mai frequentato l'università, e che si è abituato da tanto tempo a fare concorrenza ai laureati che non gliene importa più nulla». Non era una cosa di gran conto e neppure dolorosamente imbarazzante, ma non parlò mai più a nessuno della faccenda dell'università; perché non aveva mai supposto di dirlo sempre , e non aveva saputo quanto era sciocco dirlo.
«Bene, allora» disse Philos. «Come ti ho spiegato, noi siamo una razza nuova e consideriamo nostro dovere sapere tutto ciò che possiamo sul conto di noi stessi. A questo scopo noi abbiamo strumenti che non saprei neppure descriverti. Ma l'unica cosa, come specie, che non possiamo avere, è l'obiettività.»
«Può essere verissimo, ma io non sono molto abile ad osservare le razze o le specie o le civiltà o cose del genere.»
«E invece lo sei. Perché sei diverso. Basta questo per fare di te un esperto.»
«E se quello che osserverò non mi piacerà?»
«Non capisci» disse premuroso Philos «che non ha importanza? Che noi ti andiamo a genio o no, sarà soltanto un fatto fra tanti altri. Noi vogliamo sapere cosa accade di ciò che vedi, quando è stato filtrato attraverso il tuo pensiero.»
«E quando lo saprete…»
«Conosceremo meglio noi stessi.»
Ironicamente, Charlie disse: «Tutto quello che saprete sarà ciò che penso io».
Altrettanto ironicamente, Philos disse: «Possiamo sempre non essere d'accordo…».
Risero insieme, finalmente. Poi: «Va bene» disse Charlie Johns. «L'hai spuntata.» Sbadigliò poderosamente e si scusò. «Quando cominciamo? Qual è la prima cosa in programma per domattina?»
«Pensavo che…»
«Senti» supplicò Charlie «è stata una giornata pesante, e io sono sfinito.»
«Sei stanco? Oh, bene, non mi dispiace aspettare mentre tu riposi ancora un po'.» Philos si sistemò più comodamente sul sedile.
Dopo un istante di silenzio perplesso, Charlie disse: «Voglio dire, debbo dormire un po'».
Philos scattò in piedi. «Dormire!» Si portò la mano alla fronte, la colpì. «Oh, ti chiedo scusa; me ne ero dimenticato. Naturalmente! E come fai?»
«Eh?»
«Noi non dormiamo.»
«Non dormite?»
«Tu come fai a dormire? Gli uccelli mettono la testa sotto l'ala.»
«Io mi sdraio, chiudo gli occhi. Poi… resto lì disteso, ecco tutto.»
«Oh, sta bene. Aspetterò. Quanto tempo?»
Charlie lo guardò di sbieco; forse scherzava.
«Di solito otto ore.»
«Otto ore !» E immediatamente, cerimoniosamente, come se si vergognasse di aver dimostrato ignoranza e curiosità, Philos si avviò verso la porta. «Farò meglio a lasciarti solo, allora. Ti va bene?»
«Benissimo.»
«Se vuoi qualcosa da mangiare…»
«Grazie, me l'hanno spiegato quando mi hanno detto come far funzionare le luci, ricordi?»
«Benissimo. Troverai i vestiti nell'armadio, qui.» Toccò o sfiorò un ghirigoro nella parete di fronte. Una porta si dilatò e si richiuse di scatto. Charlie intravide tessuti clamorosamente vivaci. «Scegli quelli che preferisci. Ah…» esitò. «Ti accorgerai che tutti… nascondono, ma noi abbiamo cercato di farli comodi, nonostante tutto. Ma vedi… nessuno dei nostri aveva mai visto un maschio, prima d'ora.»
«Voi siete femmine!»
«Oh, no!» disse Philos, fece un cenno di saluto e se ne andò.
Smith va matto per il Vecchio Bucaniere, osserva Herb Railes, in piedi nel bagno degli Smith, a piano terreno, mentre guarda nell'armadietto dei medicinali. L'armadietto dei medicinali è sulla parete sopra la toeletta, e c'è un altro armadietto sopra lo scaffale dei cosmetici, vicino al lavabo. Queste case hanno tutte due armadietti. Nel prospetto vengono definiti Per lui e Per lei. Jeannette li ha chiamati Per lui e Per Noi, e a quanto pare Tillie Smith si sta veramente associando, come ha detto poco prima Herb, perché dei quattro ripiani, uno e mezzo è pieno di ninnoli e aggeggi femminili.
Per il resto, c'è la Lozione Prebarba Vecchio Bucaniere, che raddrizza i peli della barba prima della rasatura e il Fissatore Vecchio Bucaniere, che tiene giù i capelli dopo che sono stati pettinati. C'è anche la Delizia del Vecchio Bucaniere, un balsamo per bagno con aggiunta di vitamina C. (Una volta, Herb si è preso la briga di guardare sul dizionario la definizione di bucaniere: una specie di scorridore dei mari, e non c'è da meravigliarsi che dovessero mettersi tutto quel profumo, ma comunque non era il genere di scherzo che faceva ridere Smitty).
Personalmente, a Herb dispiace un po' che Smitty sia così attaccato alla serie Vecchio Bucaniere, perché sul mercato c'è roba migliore. Guancia Liscia, per esempio. Herb deve quasi tutta la sua posizione nell'agenzia pubblicitaria all'aver creato lo slogan per il Guancia Liscia: l'immagine di un amatore latino-americano (accuratamente continentale, perfetto per chi aveva gusti transatlantici, che strofinava la guancia contro quella di una femmina estatica e molto mammifera, con sotto la scritta: Vuoi una guancia liscia?
Bene! dice Herb, quasi a voce alta. Un tubetto di unguento per le emorroidi. Tranquillanti, naturalmente, aspirine e una boccetta di capsule mostruose, metà gialle metà azzurre. Prenderne una tre volte al giorno. Acromicina. Herb sarebbe disposto a scommetterci. Senza toccare niente, si sporge curioso in avanti per guardare l'etichetta. La data gli dice che è stata acquistata tre mesi fa. Herb medita, era all'incirca il mese in cui Smitty aveva smesso di bere per un po'.
Prostata, eh?
Burro di cacao, per le labbra screpolate. Smalto incolore per le unghie. Un bastoncino per ritocco. Che diavolo è un bastoncino per ritocco, n. 203 Bruno? Si piega più vicino. La dicitura afferma: Per ritocchi temporanei tra le applicazioni della tintura. Il tempo cammina, Smitty. O, meglio ancora: il tempo ti piomba addosso, Smitty.
Charlie ricordava (ricordava, ricordava) una cantilena che aveva sentito all'asilo. L'aveva sentita cantare dai bambini più grandi, i bambini di seconda, dalle bambine che saltavano la corda:
Il Gattino sta saltando
un piccino sta arrivando
non un bimbo
né una bimba
ma soltanto un bel piccino
Cantilenando in silenzio, si addormentò. Sognò Laura… si erano conosciuti da così poco tempo, ma sembrava da sempre; avevano già un linguaggio da innamorati, piccole definizioni e frasi che avevano significato soltanto per loro: È una cosa da uomini, Charlie. Lui poteva dire “È una cosa da donne, Laura” anche del suo acuto gridolino, quando la coccinella le si era impigliata nei capelli d'albicocca, e l'aveva fatta ridere e ridere.
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