Theodore Sturgeon - Venere più X

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Venere più X: краткое содержание, описание и аннотация

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Un mondo completamente diverso dal nostro; la civiltà dei ledom, enigmatiche creature ermafrodite, che hanno osato rivoluzionare sesso e religione per ottenere quello che l’homo sapiens non ha mai avuto. Charlie Johns, un uomo come tanti altri, uno di, noi, scaraventato d’improvviso in una situazione estranea, costretto ad osservare e giudicare questa civiltà alternativa. Da questi elementi Theodore Sturgeon, uno dei massimi autori americani di science-fiction, ha tratto una storia sublime e impegnativa; ha costruito un’opera che scava ’nelle nostre coscienze, indagando senza pietà sino al fondo della storia umana. Un romanzo che non è semplicemente un romanzo: una stupefacente lezione di libertà, un canto corale sul futuro del nostro pianeta. E i bambini diventano divinità, il tempo perde le dimensioni consuete, il cielo è una cupola d’energia. Attraverso una trama magicamente semplice, ricca di simbolismi e d’inventiva, Sturgeon tiene avvinto il lettore fino all’agghiacciante conclusione. Come ha scritto Frederik Pohl: “Forse questo non e il romanzo più strano di Sturgeon, ma e senz’altro il più bello.”
Nominate per il premio Hugo per il miglior romanzo in 1961.

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Guardò di nuovo il Centro Scientifico, il cui equilibrio improbabile sembrava illustrare il suo pensiero. Dovrai protenderti in modi molto strani per stare in piedi su questa realtà, si disse… e questo lo riportò alla formulazione della Seconda Domanda.

Non doveva sprecare tempo e chiedersi in che modo era stato fatto. … in che modo lui era stato strappato dai logori scalini di legno tra il primo e il secondo piano della casa numero 61 della North 34th Street, nel suo ventisettesimo anno. Il modo era certamente qualcosa che riguardava la loro tecnologia, e lui non poteva certo comprenderlo. Poteva sperare di impararlo, in avvenire, ma non di dedurlo. E quello che doveva sapere era… perché ?

Questa domanda si spezzava in un paio di segmenti. Aveva il diritto di pensare che portarlo lì era stata un'impresa gigantesca e importantissima… era un'ipotesi corretta. Giocherellare con lo spazio e col tempo non era certo una cosa di poco conto. Così c'era questo da considerare: perché era stata compiuta questa immensa, importante impresa? Vale a dire, che cosa ne ricavavano i ledom?

Ecco, poteva essere semplicemente una prova della loro attrezzatura: hai una nuova esca, e la provi, tanto per vedere che cosa puoi prendere. Oppure: avevano bisogno di un esemplare di un qualsiasi esemplare antico, di quella precisa zona di tempo e di spazio, così l'avevano pescato, e per caso quell'esemplare era Charlie Johns. Oppure : volevano Charlie Johns e non un altro, così l'avevano preso. E questa ipotesi, sebbene fosse logicamente la meno probabile, gli sembrava la più facile da accettare. Così la Seconda Domanda diventava: Perché proprio io ?

E seguiva la Terza Domanda, come un corollario: Cosa faranno di me ? Charlie Johns aveva i suoi difetti ma aveva anche una equilibrata stima di se stesso. Non era stato rapito né per la sua bellezza, né per la sua forza, né per la sua intelligenza, ne era certo, perché i ledom avrebbero potuto trovare di meglio nel suo vicinato. E non l'avevano certo scelto per qualche sua particolare capacità; Charlie si diceva spesso che lui non era un barbone soltanto perché lavorava sempre, o forse era comunque un barbone.

Aveva lasciato le scuole dopo la decima classe, quando la Mamma si era ammalata, e fra una cosa e l'altra non aveva mai ripreso gli studi. Aveva venduto biancheria per signora, frigoriferi, aspirapolveri ed enciclopedie, bussando a una porta dopo l'altra; aveva fatto il cuoco, aveva manovrato ascensori, aveva rimescolato il ferro in una acciaieria, aveva fatto il marinaio, l'imbonitore da fiera, il guidatore di bulldozer, il tipografo e il galoppino per una stazione radio.

Fra un lavoro e l'altro aveva venduto giornali, aveva fatto l'attacchino, aveva verniciato automobili e una volta, in una fiera commerciale mondiale, si era guadagnato da vivere sporcando i piatti con un tuorlo d'uovo poco cotto, per dimostrare come li avrebbe puliti una lavapiatti automatica.

Aveva sempre letto tutto quello su cui riusciva a mettere le mani, qualche volta a casaccio e qualche volta perché glielo aveva consigliato, direttamente o no, qualcuno cui aveva parlato; perché, dovunque andasse, attaccava facilmente, furiosamente discorso e aggrediva i cervelli della gente. La sua erudizione era vasta e piena di lacune, e qualche volta il suo modo di parlare lo dimostrava: usava parole che aveva letto e mai sentite usare, e lui le storpiava.

Così… lui era quello che era, e per questa ragione, o per un'altra, era stato strappato dal suo mondo e portato in questo.

Quindi, lo scopo dei ledom doveva essere stato quello di condurlo lì… o di toglierlo dal suo mondo!

Rifletté. Che cosa stava facendo, o che cosa si accingeva a fare, che il futuro non voleva che facesse?

«Laura» gridò forte. Era solo proprio all'inizio, era reale, era eterno. Forse era quello? Perché, se era quello, lui avrebbe trovato una via d'uscita, a costo di sfasciare quel mondo, a costo di gonfiarlo come un palloncino e di bucarlo.

Perché, ecco: se lui era nel futuro, portato lì per impedire qualche cosa che lui stava per fare nel passato, e se tutto questo coinvolgeva Laura, allora ciò che volevano impedire era che lui stesse con Laura, probabilmente: e la sola cosa che potesse avere importanza, per loro, era il fatto che lui e Laura avessero un figlio o più figli. Il che significava (aveva letto abbastanza fantascienza per riuscire a seguire facilmente questa congettura) che in qualche esistenza, in qualche flusso temporale o in qualche cosa del genere, lui aveva veramente sposato Laura e aveva avuto dei figli; e i ledom avevano deciso di interferire a questo proposito.

«Oh, Dio, Laura!» gridò… lei aveva i capelli che non erano né fulvi né biondi, avresti potuto definirli color albicocca, se non fosse stato un nome troppo vivace per quel colore; aveva occhi castani, ma così chiari che era proprio il castano che adoperavi al posto dell'oro, quando non avevi una vernice color oro. Lei si difendeva bene, senza timidezza, e quando si arrendeva, lo faceva con tutto il cuore. Aveva desiderato molte ragazze, lui, da quando aveva scoperto che erano qualcosa in più che strilli e risatine. Ne aveva amata qualcuna. Ne aveva avute parecchie — più di quante gli spettassero, aveva pensato talvolta — tra quelle che desiderava. Ma, prima di Laura, non aveva mai avuto una ragazza che lui amasse.

Era come con Ruth, quando lui aveva solo quattordici anni. Succedeva sempre qualcosa. In questi casi — era capitato spesso — lui aveva desiderato la ragazza che amava più di qualsiasi altra cosa, ma aveva anche desiderato di non rovinare tutto… Aveva fantasticato, ogni tanto; aveva pensato a un incontro delle quattro o cinque ragazze con cui questo era capitato, aveva immaginato che si consultassero per cercare di capire per quale ragione, pur amandole — e loro lo sapevano, tutte — lui si era tirato indietro. È non sarebbero mai riuscite a capirlo. Ebbene, ragazze, questa è le risposta, prendere o lasciare, la semplice risposta: non volevo sciupare tutto.

Fino ad ora.

«Ora!» urlò, forte, sbalordendo se stesso. Cosa diavolo significava “ora”??

…fino a Laura, fino a quella specie di resa totale. Solo, non potevi definirla una resa, perché anche lui si era arreso; si erano arresi tutti e due, insieme, nello stesso istante. Quella volta soltanto… e poi, mentre tornava, le scale…

La Seconda Domanda era: Perché proprio io ? «Dovrai avere una buona giustificazione» mormorò rivolto al lontano, inclinato Centro Scientifico. E questo lo portava alla Terza Domanda: Che cosa faranno di me ?, e al trauma provocato da quella domanda; lui doveva tirare avanti, in un modo o nell'altro, in quel luogo — e sentiva che sarebbe stato quasi sicuramente così — oppure doveva riuscire a tornare indietro. Doveva capirci qualcosa.

Doveva capirci qualcosa adesso. Posò la mano su tutte e tre le sbarre che controllavano la luce e la porta si dilatò. «Ti senti meglio?» chiese Philos.

Fuoricampo un gruppo di folletti urla “Goozle Goozle” all'unisono, e poi, con un rumore simile a quello provocato da un coperchio d'un bidone della spazzatura, arriva Wham Wham. Sullo schermo c'è una faccia; liscia, dalle labbra piene e lucenti, le sopracciglia sottili e arcigne, e arcigne è la parola adatta, e un collo robusto e muscoloso che spunta dal colletto aperto d'una giacca di pelle nera.

Goozle Goozle,
(Wham Wham)
Goozle Goozle,
(Wham Wham)
Goozle Goozle,
(Wham)

Ma invece del Wham che si ci aspetta (il televisore di Smitty ha un audio di autorità immensa, e quel wham ha una potenza subsonica che ti spaventa) la pensanti ciglia attorno agli occhi chiari si sollevano e interviene la voce, una voce calma e asessuata che canta un motivetto. Le parole dicono qualcosa a proposito di Teeee: io stringo teee, io bacio teee, io amo teee, eeee, eeee.

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