C. Cherryh - Stirpe di alieno

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Stirpe di alieno: краткое содержание, описание и аннотация

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Lo avevano chiamato Thorn, e ancora neonato lo avevano affidato al più grande giudice-guerriero di quel mondo, Duun, perché lo allevasse come un membro della loro razza. Ma ben presto Thorn si rende conto di essere diverso; la sua pelle è chiara e priva di morbida pelliccia argentea, le sue mani mancano di artigli, e in tutto quel mondo non esiste un’altra creatura simile a lui. Quando poi gli attentati alla sua vita si moltiplicano, fino a condurre l’intero pianeta a una strenua guerra civile, Thorn capisce che deve cercare nello spazio la risposta all’enigma della sua origine, ben sapendo che da lui può dipendere il futuro di due lontane civiltà.
Nominato per i premi Hugo e Locus in 1986.

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— Per infettarci con la tua impotenza?

Duun alzò lo sguardo. — Tangan-hatani, per molti versi è un ragazzo come tanti altri. Non dimenticarlo.

— È questa la tua saggezza?

— Tangan-hatani, se sono un fuoco, sono più sicuro con un focolare dentro cui bruciare.

— E di lui ne facciamo una lampada e la mettiamo su una mensola?

— Si potrebbe, sperando che sia molto stabile come lampada.

— Tenerlo qui?

— Mettilo dove vuoi. La Corporazione è una delle parti in causa in questa soluzione. Così pure io. Lascio che sia tu a giudicare.

— Abbiamo un’altra scelta.

— La Corporazione non se ne laverà le mani.

— Prevedi quello che farà la Corporazione?

— È ira questa, maestro Tangan?

— Naturalmente no. È smodato orgoglio. Il mio studente ci ha messo tutti in trappola. Angmen deve aver provato un orgoglio simile a questo, quando Chena aprì le porte della Corporazione.

Duun intrecciò le mani in grembo. — Troverai una soluzione.

— Ti fanno male le cicatrici, Duun-hatani? Eri uno studente così agile.

(Colpito.) — Ho le mie soddisfazioni, in cambio, Tangan-hatani. Sei stato tu a insegnarmi la pazienza.

Thorn ispezionò la stanza che gli avevano assegnato: era confortevole, tutta di legno e pietra antica. Un fuoco di vera legna bruciava nel caminetto; non ne aveva più visto uno da Sheon, e avrebbe potuto indurlo a godersi subito il caldo. Gli avevano portato dell’acqua, con l’assicurazione che era bevibile; oltre a carne, formaggio e una confezione di bacche conservate. Il letto davanti a sé era di pellicce, e la sabbia sul pavimento era bianca, fine e profonda, cotta da poco e rastrellata in meticolose spirali. Nella stanza accanto l’attendeva un bagno caldo, con l’acqua lattescente di essenze aromatiche e olii. Gli sorrisero; sorrisi hatani, né falsi né veri.

Lui si mise a frugare nella stanza, in cerca di pietre. Non ce n’erano. Aveva sete dopo il lungo viaggio e le corse fatte. Le sue membra erano irritate e sudate a causa della tuta di volo. Aveva appoggiato i bagagli sul rialzo di legno che serviva anche da cassettone. — È tuo questo mantello grigio? — aveva chiesto un hatani, osservandolo mentre disfaceva il fagotto. — No — aveva risposto Thorn, guardandolo apertamente, consapevole che loro sapevano di chi era. — Deve essere di Duun — aveva aggiunto l’hatani. — Infatti — aveva sottolineato Thorn. — Dammi le sue cose — aveva detto allora l’hatani. — Le metterò nella sua stanza.

Thorn aveva sorriso, con la maggior sicurezza che poteva. — Sarei uno sciocco a disobbedirgli; perdonami, hatani: quando ti rimprovererà, digli che è stata colpa mia. Nella mia inesperienza non ho saputo cosa fare, così ho eseguito i suoi ordini.

Un altro hatani gli era venuto vicino, e aveva allungato una mano. — Ti prego, visitatore: lascia almeno che metta via queste cose per te.

— No — aveva detto Thorn, respingendo la mano con un lento movimento della sua. — No, hatani. Perdonami.

L’hatani si era ritirato. — Nessuno ti disturberà fino a domattina, visitatore — aveva detto l’altro. Si erano richiusi la porta alle spalle.

(Non può essere così semplice. C’è un altro trucco.)

Thorn l’aveva cercato. Si era tolto la tuta, rimanendo soltanto con il piccolo kilt. Aveva esaminato il cibo, rompendo il formaggio e strappando a brandelli la carne. Aveva vuotato la vasca e rivoltato il letto. Aveva frugato nell’armadio e nel cassettone, negli spazi dietro i cassetti. Si era arrovellato il cervello. (Anche i mobili potrebbero nasconder qualcosa.) Perciò aveva provato a sollevare le assi dell’armadio, e aveva poi guardato nel water, nella vasca da bagno, nel lavandino.

Dai rubinetti non usciva una goccia. Quella era una cosa insolita. Li smontò e non trovò niente. (Maledizione. Qui c’è qualcosa che non va. Forse è per impedirmi di bere quest’acqua, invece di quella nella brocca.) Cercò di smuovere perfino la vasca, il letto, il grosso rialzo vicino. Esaminò anche le pareti.

Alla fine, s’inginocchiò nell’angolo vicino alla porta, e cominciò a rimuovere il profondo strato di sabbia.

Trovò un piccolo pannello, tra la roccia sotto la sabbia, dopo averne spazzata via una buona metà. Ansimava, ormai. Si fregò la faccia con un braccio grigio e polveroso. (No.) Si ricordò del pesce e dell’uccello di Sagot. Duun che posava la sua pietra sul tavolo, vicino alla teiera. (Non fidarti di nulla.)

Prese il kilt grande, e sollevò il pannello usando le dita attraverso il tessuto. Lo mise da parte. C’era una pietra, in un piccolo recesso. Andò all’armadio, prese il suo rasoio e un quadrato di tessuto. Usando il rasoio, tirò fuori la pietra e l’avvolse nel tessuto, rimise a posto il pannello, e contemplò il mucchio di sabbia che doveva essere spianato.

(“Sii sempre cortese.”) Forse questo implicava anche lasciare la stanza in ordine.

E un altro pensiero si insinuò nella sua mente. (“ Snap. Addio uccello. Vedi a cosa porta presumere?”)

(Pesce e uccello. Pietra e teiera.)

(Come faccio a sapere se c’è un’altra pietra?)

Rimaneva mezza stanza. (E quanto tempo? Potrebbe essere nella sabbia. E ho solo le mani.)

Si mise la pietra nella cintura, e cominciò a spazzare via il resto della sabbia.

L’altro ricettacolo segreto era nell’angolo opposto. Non ce n’era un terzo. Guardò un grande mucchio di sabbia vicino alla porta, poi andò a prendere il piatto del cibo, e lo usò per spargere la sabbia il più velocemente possibile. La schiena e le braccia gli facevano male; le ginocchia erano scorticate, malgrado avesse cercato di proteggersele con i vestiti, mentre strisciava di qua e di là. I calli, l’unica protezione che aveva sulle mani, si erano ormai consumati. Aveva sete, e ringraziò gli dei che almeno aveva fatto colazione, perché non osava toccare il cibo. (Potrebbe esserci una pietra nel recipiente da cui è stato preso, non in questa stanza. Come posso fidarmi? E il rubinetto. C’è qualcosa che non va. Se non uso le cose sicure, è un errore? Sono sudato. Puzzo terribilmente. Non posso andare di fronte a loro con questo odore addosso. Già ho l’aspetto che ho, e adesso dovrei offendere il loro odorato. E ho usato l’unico cambio di abiti che avevo.)

(Posso usare quelli di Duun? Dei, no.)

(Che ore sono?)

Thorn sparse la sabbia tutt’intorno e ci camminò dentro spianandola il meglio possibile. Cercò inoltre di pensare. Si fermò ansimando, tornò in bagno e armeggiò attorno al rubinetto, finché le mani non gli fecero male. Non riuscì a smuoverlo di un millimetro. Si sedette sulle piastrelle fredde, con le gambe intorpidite. (Non vuol cedere. Vogliono solo farmi usare la brocca, ecco tutto.) E aveva la gola secca, per la polvere e la fatica. (Ho vinto. C’erano due pietre. Le ho trovate tutte e due. Non berrò l’acqua, non mangerò il cibo, non dormirò nel letto.)

(Il materasso. C’è qualche regola che vieta di rompere le cose?)

(Nel gioco con Duun non lo facevamo mai.)

(Le sue regole. Mi avrebbe insegnato. Avrebbe fatto le cose nella maniera giusta.)

Si alzò a fatica, camminò stancamente fino alla sabbia calda, di fronte al fuoco, e si sedette, sporco, sudato, infreddolito. (Dei, almeno posso usare il rasoio e la lozione che ho portato. Ha un buon odore. Forse coprirà un po’ la puzza.)

(Non oso dormire. Hanno promesso che nessuno mi avrebbe disturbato; non oso crederci.)

Si tastò le pietre nella cintura e le tirò fuori, senza mai toccarle con le dita. Erano avvolte nel tessuto: una venata di bianco, l’altra di nero. (Qualcuno oserebbe barare?)

( Sciocco! )

Guardò il fuoco, le abbondanti braci sulla grata.

Andò al tavolo, prese la brocca e versò l’acqua sui carboni. Una nuvola di vapore si alzò sibilando, ma restava ancora un bagliore rosso fra i carboni.

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