— Speriamo di sì. — La mano di Duun strinse la sua, dolorosamente.
— Ascoltami. Da ora in poi non ci devono essere errori, Haras-hatani.
Un edificio massiccio si stendeva oltre l’aeroporto. L’avevano visto fin dal momento in cui si erano avvicinati: largo e basso, diverso da tutti gli altri edifici che Thorn aveva visto. Pietra grigia. Grigio hatani. Il quartier generale della Corporazione.
Avenen.
L’aereo si fermò e arrivò subito un veicolo che alzò una scaletta verso l’alto. La calotta scivolò indietro, facendo entrare un vento freddo.
Duun tirò fuori i bagagli e li diede a un attendente, poi, in fretta e furia, scese a terra seguito da Thorn. (Pensa, pensa, osserva questi attendenti, osserva ogni cosa.)
(È una specie di test? Duun ha mentito? Ci sono davvero dei ghotanin sulle nostre tracce, e potrebbero venire fin qui?)
Duun riprese il fagotto dei loro averi e corse verso l’elicottero. Thorn corse dietro di lui, con la maschera che gli sbatteva sul petto, e la tuta che gli impediva i movimenti. (Osserva questa gente. Osservali tutti, osserva le loro mani.)
Un paio di scalini e furono dentro l’elicottero, con il pilota già al suo posto. (Il naso di Duun è migliore del mio. Sentirebbe odore di paura, se quello avesse in mente qualcosa contro di noi, anche in mezzo alla puzza di carburante.) Thorn si sedette a fianco di Duun, e si allacciò la cintura mentre l’elicottero decollava, girava e si sollevava inclinandosi; il terreno scorreva veloce sotto di loro, in una surreale intimità dopo l’altezza abbagliante dell’aereo corriere. C’era solo l’illusione della velocità. Ci vollero parecchi minuti per arrivare alle mura grigie, su edifici che sembravano costruiti da una decina di architetti litigiosi che si erano cambiati a vicenda i progetti.
Uno spazio circolare per l’atterraggio, su un tetto, venne verso di loro. C’erano degli uomini ad attenderli; indossavano dei mantelli grigi e guardavano, immobili, l’elicottero che atterrava.
— Possiamo fidarci di loro — disse Duun. — Una cosa è certa: nessun ghota oserebbe portare quel colore lì. — I motori rallentarono. Duun porse a Thorn il bagaglio, e scese.
Thorn saltò a terra e seguì Duun oltre il cerchio dell’elica. L’elicottero si alzò rombando, sferzandoli di polvere e facendo sbattere i mantelli grigi.
Duun si tolse il casco e se lo mise sotto il braccio. Nonostante l’impiccio del fagotto, anche Thorn riuscì a togliersi il suo, e il vento gli sferzò i capelli, freddo e spietato. Thorn guardò i cinque che li stavano aspettando: uomini aitanti, e uno che gli pareva una donna, tutti coi mantelli grigi e kilt neri. Lui e Duun invece, erano in completo disordine con le maschere e i tubi penzoloni, come due macchine animate che hanno appena smesso di funzionare. Guardarono Duun e lui… per primo lui, che non aveva eguali, i capelli al vento e la faccia liscia, in tutta la sua estraneità. Thorn non riuscì a intuire cosa pensassero e questo, più di qualsiasi altra cosa, lo convinse di dov’era. Nessuno oltre a Duun erariuscito ad apparirgli così impenetrabile, fino a quel momento.
Ma loro sì. Quel vasto edificio era pieno di gente che poteva farlo.
— È più imponente di quanto facciano capire le fotografie — disse Tangan, un uomo esile, così vecchio che le sue guance erano scavate e perfino la sua cresta era diventata bianca. Le mani, intrecciate in grembo, erano scheletriche, percorse da cicatrici di coltellate ricevute in una giovinezza così lontana che fra i novizi della Corporazione si perdeva nel mito. Duun sedeva sulla sabbia bianca, rastrellata dai novizi in artistiche figure che si perdevano fra le cinque grandi rocce da cui era adornata l’antica stanza. Le luci erano elettriche, ma questo era l’unico cambiamento dal quinto secolo. Generazioni di mani hatani avevano annerito quei massi, lisciandoli come aveva fatto il fiume da dove erano stati presi. Generazioni di novizi irriverenti si erano seduti su di essi e c’erano saliti in piedi per rastrellare la sabbia, balzando da uno all’altro; facendone talvolta (i novizi sono uguali in ogni generazione) anche un gioco: quello di saltare combattendosi con i manici dei rastrelli.
Tangan aveva colto un certo novizio ribelle e impenitente a quel gioco. E Duun aveva dovuto pentirsene: quaranta giorni di pulizia a mano della sabbia. Rimase stupefatto, vedendo quanto era invecchiato Tangan.
— Mi sono abituato a vederlo — disse Duun.
— Davvero?
Duun incontrò lo sguardo vigile di Tangan. — Ho avuto quasi vent’anni.
— Vent’anni di potere mai visto.
— Sedici nascosto su una montagna, fra i boschi. Cinque impegnato in attività innominabili che insegnano a chiunque l’umiltà. Come pure avere a che fare con quelli di Dsonan.
— Ah. Com’è la capitale?
— Portare notizie a te è come portare acqua a un pozzo.
— Com’è la capitale?
— Ci sono più maniere di venire meno ai patti, di quante se ne insegnino qui, Tangan-hatani.
— Tempi paradossalmente prosperi. Denaro. È questo che vedi?
— Un sacco di denaro recente… pagato nelle province meno progredite per eleggere sciocchi disposti a prendere ordini, capaci solo di rafforzare il proprio potere e di fare arrivare i contratti alle compagnie giuste. Alcuni di questi sono palesemente sciocchi, e i contadini, che sono furbi, li votano perché i potenti dei loro distretti potrebbero comprarne di dieci volte peggiori, e molto più astuti. Ti dico che dovremmo mandare uno dei novizi a Elsnuunan e a Yoth. Qualche pastore, una volta o l’altra, potrebbe essere abbastanza arrabbiato da porci una domanda. Ma alcuni di questi sciocchi passano per astuti consiglieri, e si proteggono così bene da fare e disfare giovani politicanti per loro conto.
— Shbit no Lgoth?
— Vorrà lanciare una sfida.
— L’ha già fatto. Un suo agente è per via.
Duun sorrise. — Ho il sospetto che si tratti di un ghota.
— Conosci questa persona?
— Probabilmente ci siamo incontrati.
— Stai tenendo a bada Shbit, allora. Fino a che punto?
— Potrei far meglio. Ho poco tempo a disposizione. Quell’uomo è un pericolo. L’avrei rimosso arbitrariamente, ma ero ostacolato dal potere eccessivo. Avrei potuto fare troppo. Perciò non ho potuto fare niente.
— Lo prevedevo.
— Io prevedevo Shbit, ma non sapevo quale sarebbe stato il suo nome. Troppo denaro circolava. E io ero a Sheon a pulire nasi. Maestro, tu conosci una risposta, forse; c’era un altro modo?
Un lungo silenzio. Tangan si guardò le mani intrecciate, poi alzò gli occhi. — Ho visto dove ci avresti portato. Ho ripensato a tutti i miei anni e agli anni della Corporazione, e mi sono chiesto dov’era il punto cruciale. Ho pensato che fosse quando le mura vennero tolte. Ogni cosa ha condotto a questo. Ci hai messo in una posizione difficile: se gli neghiamo protezione, accenderemo il fuoco che ci distruggerà. Se lo prendiamo con noi scateniamo una tempesta di fuoco. Non voglio prendere in considerazione questa scelta. Sarò franco con te: di notte mi chiedo cosa ho insegnato ai miei studenti, se sei stato capace di una cosa del genere. Un hatani dovrebbe avere un difetto. Un hatani dovrebbe dubitare di sé abbastanza da sentire un po’ di colpa. Tu non ne hai alcuna. Bruci di troppa luce, Duun-hatani. Mi accechi. Non so se hai ragione o torto. Forse non avrà più importanza. Forse verrà il buio. Ti confesso di avere fiducia in te, per una cosa: non credevo che saresti venuto qui, anche quando ho saputo che lo stavi addestrando. Un libero hatani sarebbe stata la mia soluzione.
Duun meditò a lungo. — Maestro, hai detto che avevi previsto la mia impotenza, e subito dopo hai detto di non avere previsto che alla fine sarei venuto qui.
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