Greg Bear - L'ultima fase

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L'ultima fase: краткое содержание, описание и аннотация

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Vergil Ulam, brillante ricercatore dei Genetron Labs, sta lavorando segretamente ad un esperimento che promette risultati sensazionali, e cioè la produzione di nuclei intelligenti di materia cellulare, capaci di evolversi e di apprendere con straordinaria rapidità. Ma quando Ulam infrange le norme di sicurezza del laboratorio e viene licenziato, si rifiuta di distruggere il frutto delle sue ricerche, come gli è stato ordinato, e decide invece di iniettarsi nel sangue le colonie cellulari, e diventare così egli stesso la cavia di un nuovo straordinario esperimento. Ma sarà il primo di un incredibile processo di mutazione e trasformazione, i cui limiti non sono facilmente immaginabili, perché infatti è subito chiaro che questa forma di intelligenza virale può assorbire e riplasmare qualsiasi materia vivente. Un’epidemia assolutamente inattaccabile, un vero e proprio universo di miliardi di cellule senzienti in frenetica espansione, che lentamente inghiottono l’America del Nord, trasformandola in uno scenario “alieno” che suscita al tempo stesso orrore e meraviglia. Ma si può parlare di catastrofe? O non è piuttosto un nuovo gradino nella scala dell’evoluzione? E che ne sarà dell’umanità, letteralmente trasfigurata da questi microscopici organismi che rappresentano una nuova dimensione di ciò che si può concepire come “vita”?
Nominato per il premio Nebula in 1985.
Nominato per i premi Hugo, Campbell e BSFA in 1976.

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— E così sei disoccupato — disse April, studiando il figlio con l’espressione che dedicava alle seccature di media entità.Vergil non aveva detto una parola del suo licenziamento, e non le chiese neppure come ne fosse a conoscenza. April Ulam aveva sempre avuto una mente acuta e un intuito che le consentiva di leggere molte cose sulla faccia di suo figlio, specialmente il particolare genere di guaio in cui riusciva a cacciarsi dopo il precedente.

Annuì. — Da cinque settimane.

— Qualche prospettiva?

— Nessuna che io possa vedere.

— Una volta non eri così pessimista sul tuo valore.

— Una volta non davo tanto valore al mio pessimismo.

Lei sorrise; ora le schermaglie verbali potevano cominciare. Suo figlio era sempre sveglio e spiritoso, quali che fossero gli altri suoi difetti. Non la rattristava saperlo disoccupato: quello era semplicemente il modo in cui andavano le cose, e lui avrebbe bevuto o sarebbe affogato. Nel passato, a dispetto di ogni difficoltà, aveva visto suo figlio restare sempre a galla, magari sputacchiando acqua e con goffe bracciate, ma non era andato mai sotto.

Non gli era mai capitato di doverle chiedere un po’ di soldi da quando era andato via di casa, dieci anni prima.

— Dunque sei venuto a vedere come se la cava la tua vecchia mamma.

— Come se la cava l’anulare della mia vecchia mamma?

— Libero, come al solito — disse lei. — Sei proposte di arricchirlo con un cerchietto nell’ultimo mese. È terribile diventare vecchi e non riuscire ad accorgersene, Verge.

Vergil ridacchiò e scosse il capo, sapendo che lei si aspettava proprio questo. — Qualche prospettiva?

Lei assunse un’aria ironica. — Neppure vaga. Nessuno può sostituire Frank… grazie al cielo.

— Mi hanno dato il benservito perché facevo esperimenti miei personali — le disse. Lei annuì e chiese se voleva il tè, vino o una birra. — Una birra, grazie — rispose.

Lei indicò la cucina. — Il frigorifero è al solito posto.

Vergil trovò una lattina di Dos Equis, asciugò il velo d’umidità con una manica e tornò in soggiorno. Sedette in una poltrona dallo schienale largo e bevve una lunga sorsata.

— Non apprezzavano le tue brillanti capacità? Scosse il capo. — Nessuno mi capisce, mamma.

Lei si volse alla finestra e fece un sospiro. — Neppure io. Ti aspetti di trovare un lavoro entro breve tempo?

— Questo me l’hai già domandato.

— Pensavo che chiedendotelo in modo diverso forse avresti trovato una risposta diversa.

— La risposta sarebbe la stessa anche se me lo chiedessi in Swahili. Non ne posso più di lavorare per qualcun altro.

— Il mio triste e incompreso figliolo.

— Mamma! — sospirò lui, vagamente irritato.

— Di cosa ti stavi occupando?

Le fece un breve resoconto dell’accaduto, del quale lei comprese poco salvo i punti essenziali. — Volevi imbastire un affare alle loro spalle, allora.

Lui annuì. — Se avessi potuto disporre di un altro mese, e se Bernard avesse visto… tutto sarebbe andato liscio come l’olio. — Spesso era evasivo con sua madre. Era imperturbabile, difficile da trattare e ancor più difficile da prendere in giro.

— E ora non saresti qui a far visita alla tua vecchia e stanca madre.

— Probabilmente no. — Vergil scrollò le spalle. — Inoltre c’è una ragazza. Voglio dire una donna.

— Se lascia che tu la chiami ragazza, non è una donna.

— È piuttosto indipendente. — Per un po’ le parlò di Candice, del suo iniziale anticonformismo e del suo graduale aderire a schemi più domestici. — Ormai mi sto abituando ad averla attorno. Cioè, non stiamo convivendo. Siamo in uno stadio in cui cerchiamo di scoprire se la cosa potrebbe funzionare. E io ho un’esperienza insuperabile come animale domestico. — April annuì e gli chiese di portarle una birra. Lui trovò una bottiglia ancora chiusa di Anchor Steam.

— Le mie unghie non sono abbastanza dure — disse lei.

— Oh! — Vergil tornò in cucina e la stappò.

— Dunque. Cosa ti aspetti che faccia per te un barone della chirurgia cerebrale come Bernard?

— Non si occupa di chirurgia cerebrale. Da anni s’interessa alla IA.

— IA?

— Intelligenza artificiale.

— Ah! — Lei ebbe un radioso sorriso di comprensione. — Sei disoccupato — riassunse, — forse innamorato, senza prospettive economiche. Riscalda fino in fondo il cuore della tua genitrice: c’è qualcos’altro che non mi hai detto?

— Sto sperimentando su me stesso, credo.

April spalancò gli occhi. — E come?

— Be’, quelle cellule che ho mutato. Per portarmele via ho dovuto iniettarle nel mio corpo. E da allora non ho potuto mettere piede in nessun laboratorio adatto. Così non le ho ancora recuperate.

— Recuperate?

— Separate dalle altre. Ce ne sono miliardi, mamma.

— Se queste cellule sono tue, perché te ne preoccupi?

— Non noti nulla di cambiato?

Lo scrutò un poco. — Non sei più così pallido, e ho visto che ora porti le lenti a contatto.

— Non ho nessuna lente a contatto.

— Allora è segno che hai smesso con quella tua insana abitudine di leggere al buio. — Scosse la testa. — Non ho mai capito la passione che ti spinge a maneggiare provette pieni di microbi e sostanze disgustose.

Vergil ebbe un sorriso incredulo. — Mi sbalordisci — disse. — E se non riesci a vedere quanto sia importante, allora…

— Non fare commenti screanzati sulla mia cecità mentale. Può darsi che io abbia dei pregiudizi, ma non intendo barattarli con altri ancora peggiori. Non quando vedo il mondo andare dove sta andando oggi a causa di gente con le tue stesse inclinazioni intellettuali. Gente che nelle loro fabbriche e nei laboratori ogni giorno fa un passo avanti verso il Giorno del Giudizio…

— Non condannare tutti gli scienziati basandoti su di me, mamma. Io non sono un tipico esponente della categoria. Sono un po’ più… — Lasciò a metà la frase e sogghignò. Lei di rimando inarcò un sopracciglio, nell’espressione che Vergil non era mai riuscito a decifrare.

— Un po’ più matto — gli disse.

— Non ortodosso — la corresse Vergil.

— Non capisco dove vuoi arrivare, Vergil. Che razza di cellule sono quelle? È roba che hai estratto dal tuo sangue per lavorarci sopra, hai detto. E allora?

— Possono pensare, mamma.

Sempre imperturbabile, lei non mostrò alcuna reazione. — Insieme… voglio dire tutte loro, o ciascuna per conto suo?

— Ciascuna per conto suo. Anche se negli ultimi esperimenti tendevano a raggrupparsi insieme.

— E sono amichevoli?

Vergil alzò al soffitto uno sguardo esasperato. — Sono dei linfociti, mamma. Non vivono certo nel nostro stesso mondo. Non possono essere ostili o amichevoli nel senso che diamo a queste parole. Per loro tutto è una reazione chimica.

— Se possono pensare vuol dire che sentono qualcosa, a meno che la mia esperienza di vita non sia balorda. O a meno che non siano come Frank. Naturalmente lui non era considerato granché, perciò il paragone non è esatto.

— Non ho mai avuto il tempo di scoprire a chi o cosa somiglino, né se riescano a ragionare secondo… quello che è il loro potenziale.

— Qual è il loro potenziale?

— Sei certa che capiresti una cosa simile?

— Ho l’aria di una che questi argomenti non li capisce affatto?

— Sì. O almeno ho i miei dubbi. Comunque non so quale sia il loro potenziale. È enorme, direi.

— Verge, c’è sempre un metodo nella tua follia. Cosa conti di guadagnare da questa faccenda?

La domanda lo bloccò. Non era mai riuscito a comunicare a quel livello — il livello delle ambizioni e degli scopi — con sua madre. Lei non capiva la sua necessità di portare a termine qualcosa di valido. Per lei ambizioni e scopi significavano non far ringhiare i vicini di casa troppo spesso. — Non lo so. Forse niente. Lasciamo perdere.

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