E così lei dormiva, e lui stava lì a ruminare, tornando cento volte sui fatti accaduti alla Genetron, tormentandosi sulle conseguenze, sull’impulso chiaramente irragionevole che lo aveva spinto a iniettarsi i linfociti nel sangue, sulla sua incapacità di mettere a fuoco una qualsiasi futura linea di condotta. Vergil sollevò lo guardo al soffitto, poi si sfregò gli occhi per osservare i disegni luminosi eccitati nella rètina. Tolse la mano sinistra dal sedere di Candice e usò entrambi gli indici per premere l’esterno dei bulbi oculari e incrementare l’effetto. Ma quella notte sembrava che i suoi occhi non volessero intrattenerlo con giochi di luce psichedelici. La pressione non ottenne altro che una maggiore tenebra, punteggiata da lucori vaghi e lontani come l’alba su un altro continente.
Lasciato da parte quel giochetto infantile, dimentico delle sue elucubrazioni e tuttavia più che mai sveglio, Vergil si lasciò andare in uno stato d’inconsapevolezza, senza guardare niente, senza pensare a niente di concreto…
desideroso solo di evitare
nell’attesa del mattino
cercando di evitare
il ricordo di tutto ciò che aveva perduto
e di ciò che aveva appena guadagnato ma che poteva
essere perduto
mentre non era pronto
e continuava a essere irrequieto e scontento
inevitabilmente.
Era una domenica mattina, la terza settimana.
Candice gli porse una tazza di caffè bollente. Lui la fissò per alcuni istanti. C’era qualcosa che non andava nella tazza e nella mano di lei. Cercò a tentoni gli occhiali e se li mise, ma le lenti ferirono ancor di più i suoi occhi. — Grazie — borbottò, prendendo la tazza. Si appoggiò all’indietro sui cuscini, contro la spalliera del letto, e rovesciò alcune gocce di liquido marrone sulle lenzuola.
— Cosa pensi di fare, oggi? — chiese lei (Era implicito: cercherai lavoro? Ma Candice non metteva mai alla prova il suo senso di responsabilità, e non lo seccava con domande sulle sue intenzioni).
— Suppongo che cercherò lavoro — le rispose. Strizzò ancora gli occhi attraverso le lenti e mosse gli occhiali avanti e indietro tenendoli per una stanghetta.
— Io invece — disse lei — vado al Light per buttar giù un po’ di lavoro, poi farò la spesa in quel negozietto di verdure qui in fondo alla strada. Poi andrò a prepararmi il pranzo e mangerò da sola.
Vergil la fissò sorpreso, senza capire.
— Cosa c’è che non va? — domandò lei.
Mise gli occhiali da parte. — Perché vuoi pranzare da sola?
— Perché credo che tu stia cominciando a prendere troppo cose per scontate. Questo non mi va. Sento che tu mi accetti.
— Che c’è di sbagliato in questo?
— Niente — disse lei, paziente. S’era vestita e aveva sciolto i capelli, che le scendevano lunghi e luminosi sulle spalle. — Solo che non voglio far svanire il profumo.
— Profumo?
— Vedi, ogni relazione ha bisogno che la gatta tiri fuori le unghie di quando in quando. Io sto cominciando a credere che tu sia troppo buono per tirarle fuori, e questo non è bene.
— No — annuì Vergil, distratto.
— Non hai dormito questa notte? — volle sapere lei.
— No — disse Vergil. — Non molto. — Si accigliò, perplesso.
— Allora perché mi guardi così?
— Ti sto vedendo perfettamente.
— Mi vedi? Nel senso che prendi per scontata la mia presenza?
— No, voglio dire… senza gli occhiali. Posso vederti alla perfezione anche senza gli occhiali.
— Bene. Ne sono contenta — disse Candice, con insensibilità felina nei riguardi delle cose umane. — Domani ti telefono. Non preoccuparti.
— Oh, no — borbottò Vergil, sfregandosi le tempie con la punta delle dita.
Lei uscì, chiudendo la porta senza rumore.
Vergil girò lo sguardo per la camera.
Ogni cosa era meravigliosamente a fuoco. Non aveva mai visto con tale chiarezza da quando, a sette anni, il morbillo gli aveva causato l’insorgere di una miopia progressiva.
Quello era il primo miglioramento fisico che senza ombra di dubbio non poteva attribuire all’influenza positiva di Candice.
— Profumo… — mormorò, sbattendo le palpebre verso la finestra.
A Vergil sembrava di aver trascorso settimane in uffici identici a quello: pareti dal lindo colore pastello, tavolo da lavoro in acciaio grigio, cestelli paralleli di documenti «evasi-da-evadere», un uomo o una donna che con pacata efficienza facevano domande dai risvolti psicologici e vagliavano le risposte. Stavolta si trattava di una donna, nitida e ben vestita, con un volto amichevole e paziente. Sulla scrivania davanti a lei c’erano i risultati di un test attitudinale e i suoi documenti di lavoro. Vergil sapeva da tempo come rispondere a quei test: quando l’esaminatore chiedeva di disegnare una scenetta evitare di eccedere nelle linee curve, evitare in modo assoluto gli oggetti acuminati o spigolosi, non disegnare gli occhi, mettere in risalto il cibo o la bellezza femminile. Indicare i propri obiettivi in termini brevi e pratici, ma con un filo di ambizione. Esibire immaginazione, ma non una fantasia sfrenata. La donna annuì fissando le carte e alzò gli occhi su di lui.
— I suoi documenti sono impeccabili, Mr. Ulam.
— Vergil, prego.
— Il suo curriculum universitario non è eccezionale, ma la sua esperienza di lavoro può senz’altro ovviare a questo. Suppongo che immagini ciò che adesso devo chiederle.
Lui allargò gli occhi con aria innocente.
— È stato un tantino vago circa quello che potrebbe fare per noi, Vergil. Mi piacerebbe saperne un po’ di più su come vorrebbe inserirsi nella Codon Research.
Lui gettò di nascosto un’occhiata all’orologio, non all’ora bensì alla data. Da lì a una settimana non ci sarebbe stata nessuna speranza o quasi di recuperare i suoi linfociti potenziati. Quella poteva davvero essere la sua ultima possibilità.
— Sono pienamente qualificato per qualunque lavoro di laboratorio, sia in fase di ricerca sia in fase industriale. La Codon Research ha ottenuto buoni risultati coi prodotti farmaceutici, e questo m’interessa, ma credo di potervi aiutare in ogni programma circa i biochip che intendiate sviluppare.
Gli occhi della direttrice del personale si strinsero di una frazione di millimetro. Non me la fai , pensò, la Codon Research sta già saltando sui biochip.
— Noi non abbiamo in programma di dedicarci ai biochip, Vergil. Tuttavia vedo qui che ha fatto un notevole lavoro coi prodotti collegati ai farmaceutici. Si è occupato di colture di tutti i generi. È il caso di dire che sarebbe prezioso per noi ma anche per una fabbrica di birra. — Era una versione annacquata di una vecchia battuta sulle fabbriche di vino. Vergil sorrise.
— C’è un problema, però. La valutazione che le hanno dato altre ditte in materia di sicurezza è di grado assai alto, ma quella che le ha affibbiato la Genetron, l’ultima presso cui ha lavorato, è disastrosa.
— Le ho spiegato che c’è alla base un conflitto di personalità…
— Sì, e di norma noi non siamo pignoli su questi particolari. La nostra compagnia è diversa dalle altre; infine, e se tutti i documenti di un potenziale dipendente sono soddisfacenti (e i suoi lo sono) non diamo peso a certe valutazioni altrui. Ma qualche volta io devo affidarmi all’istinto, Vergil. E qui c’è qualcosa che non mi torna. Lei ha lavorato ai programmi della Genetron per i biochip.
— In ricerche collaterali.
— Sì. Ci sta offrendo l’esperienza che ha acquisito alla Genetron? E questo è come dire: intende spiattellare i segreti del suo precedente datore di lavoro?
— Sì, e no — disse lui. — Prima di tutto, io non ero al centro del programma per i biochip. Non ero a conoscenza delle informazioni più riservate. Posso però offrirvi i risultati delle mie ricerche personali. Dal punto di vista legale, circa il lavoro privato che il contratto con la Genetron mi concedeva di fare, sono libero di mettere questi risultati a disposizione altrui. Ma c’è la complicazione che essi sono anche parte del lavoro di routine che ho fatto alla Genetron. — Sperò che quel seme cadesse su un terreno fertile. In esso c’era una menzogna — virtualmente sapeva tutto ciò che c’era da sapere sui biochip della Genetron — ma anche una verità, dal momento che sentiva che adesso lo stesso concetto dei biochip era sorpassato, nato morto.
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