— Trentadue — le rispose.
— Lo fai come un ragazzino… a letto, dico. Sei instancabile.
Anche per lui quell’energia era stata un’esperienza nuova.
— Ti sono piaciuta?
Lui depose la forchetta e la osservò, assorto. Gli era piaciuta fin troppo. Quando sarebbe stata la prossima volta? — Sì, molto.
— Sai perché ho scelto te fra tutta quella gente? — Lei aveva appena toccato il suo solitario uovo in camicia, e ora masticava piccoli bocconi di carne ai ferri. Le sue unghie erano uscite intatte dalla nottata. Se non altro non era di quelle che graffiavano. Gli sarebbe piaciuto farsi graffiare?
— No — rispose.
— Perché sapevo che eri uno scienziato. Non avevo mai fatto l’amore con uno scienziato. Vergil. Dico bene, no? Vergil Ian Yullam.
— Ulam — la corresse.
— Ma mi sarei data da fare prima se l’avessi saputo — affermò Candice, e sorrise. I suoi denti erano candidi e affilati, anche se un po’ troppo larghi. Quella sua lieve imperfezione lo intenerì.
— Ti ringrazio. Non posso parlare a nome di tutti gli scienziati, ma apprezzo un complimento generoso.
— Be’, penso che tu sia molto dolce — disse lei. Il sorriso sfumò, sostituito da un’espressione seria e riflessiva. — Più che dolce. Lo giuro su Dio, Vergil. Sei il miglior amante che io abbia mai avuto. Oggi devi andare al lavoro?
— No — rispose. — Lavoro nell’orario che preferisco.
— Splendido. Allora, se hai finito con la colazione…
Altre tre volte prima di mezzogiorno. Vergil non riusciva a crederci.
Candice s’intristì al momento di lasciarlo. — Mi sento come se mi fossi allenata un anno di fila per il pentatlon — disse, ferma sulla porta e con la blusa in mano. — Non ti andrebbe se tornassi stasera? Voglio dire, a farti visita. — Nei suoi occhi ci fu una luce ansiosa. — Non credo che potrò fare all’amore di nuovo. Penso che tu abbia già esaurito tutto il mio programma mensile.
— Anzi, ti prego — annuì lui. Sorpreso vide che gli porgeva la mano. — Sarà bello. — Si strinsero la mano piuttosto formalmente, e Candice si allontanò nel tepore dell’aria primaverile. Vergil la seguì con lo sguardo per un poco, a tratti sorridendo e scuotendo la testa, ancora stupito.
Dopo una settimana dall’inizio della sua relazione con Candice le preferenze di Vergil in fatto di cibo cominciarono a cambiare. Fino allora aveva ecceduto coi grassi e gli amidi, divorando gran quantità di carne, pane e burro. La sua cena favorita era la pizza ai funghi, e aveva scoperto un locale dove a richiesta gliela caricavano con prosciutto, acciughe, olive o cos’altro volesse.
Candice suggerì che desse un taglio ai cibi troppo grassi — li chiamava «porcherie untuose» — e mangiasse più verdure, solo carne magra e niente dolci. Il corpo di lui parve trovarsi d’accordo.
Diminuì anche la quantità del cibo, e scoprì di sentirsi satollo dopo quello che prima avrebbe considerato un mezzo pasto. Il grasso che aveva attorno alla cintura calò a vista d’occhio. Stare in casa senza far niente lo rendeva sempre più inquieto.
Insieme al mutare dei suoi gusti in fatto di cibo notò un cambiamento nelle sue attitudini amorose. Questo non lo sorprese. Vergil ne sapeva abbastanza di psicologia per capire che quel che gli occorreva era una relazione soddisfacente, a correggere una sua tendenza alla misantropia. Candice serviva a espandere la sua personalità.
La sera si dedicava spesso a lunghi esercizi ginnici. I piedi non gli facevano più male, e si sentiva leggero. Il mondo gli sembrava un posto un tantino migliore. Anche i dolori artrosici alla schiena scomparvero, tanto che se ne dimenticò. Non ne sentiva certo la mancanza.
Vergil attribuì la maggior parte di quel suo benessere a Candice, un po’ come le chiacchiere degli adolescenti attribuiscono la scomparsa dei furuncoli alla perdita della verginità.
Di tanto in tanto la loro relazione aveva dei momenti neri. Candice lo trovava noiosissimo quando cercava di spiegarle il suo lavoro. A sua volta lui detestava la necessità di spiegarsi usando termini semplificati. Un pomeriggio fu sul punto di confessarle d’essersi iniettato i linfociti mutageni, e non lo fece soltanto perché lei esibiva già un’espressione di noia mortale. — Senti, fammi solo sapere quando avrai trovato una cura economica per l’aids — gli disse, — e allora tapperemo finalmente la bocca a tutti quei bigotti della Christian Action League.
Benché non si preoccupasse più delle malattie veneree — Candice aveva affrontato l’argomento, una sera, per convincerlo che era pulita — la notte successiva fu spaventato da uno strano disturbo: una singolare e irritante serie di forti contrazioni dei muscoli addominali. Quel sintomo scomparve però prima dell’alba, e in seguito non si ripresentò più.
Vergil intrecciò le mani dietro la nuca. Accanto a lui Candice era una flessuosa forma bianca che respirava lievemente, e il lenzuolo drappeggiava il suo corpo con la sensualità di un abito da sera studiato per scoprirla ad arte. Avevano finito di fare all’amore già da tre ore e lui era sempre lì, sveglio, a riflettere pigramente che nelle due settimane da cui s’era messo con Candice aveva avuto più rapporti sessuali che in tutto il resto della sua vita.
Questo stimolava la sua fantasia. Le statistiche lo avevano sempre interessato. In una serie di esperimenti scientifici il successo o il fallimento erano determinati dalle percentuali, come negli affari. Stava ora cominciando a pensare che il suo «esperimento» (applicata a lei la parola gli suonava strana) con Candice stava rivelandosi statisticamente un successo. La possibilità di ripetere gli stessi risultati nelle stesse condizioni era la caratteristica empirica di un buon esperimento, e dunque questo poteva definirsi…
I suoi pensieri andavano a ruota libera. Sempre più spesso trascorreva la notte a ruminare, ogni tanto dicendosi che avrebbe impiegato meglio il tempo dormendo.
Candice lo stupiva. Le donne avevano sempre stupito Vergil, che aveva avuto così scarse opportunità di conoscerle; ma sospettava che in Candice ci fosse qualcosa che lo stupiva ancora di più. Non riusciva ad avere un quadro preciso delle sue attitudini. La ragazza aveva smesso di prendere l’iniziativa in amore, tuttavia partecipava con notevole trasporto. Gli accadeva di pensare a lei come a una gatta in cerca di una nuova casa, che una volta trovato quel che voleva si accovacciava a fare le fusa senza più preoccuparsi di quel che le sarebbe accaduto l’indomani.
Né la sua capacità virile, né i suoi progetti di vita, pensava Vergil, potevano giustificare quella specie di soddisfatta indifferenza della ragazza.
Era riluttante a concludere che Candice gli fosse intellettualmente inferiore. Spesso era molto intuitiva, perspicace, e divertente da avere attorno. Ma le loro preoccupazioni esistenziali erano diverse. Candice credeva nei valori superficiali della vita: le apparenze, le consuetudini della società, ciò che l’altra gente faceva e pensava. A Vergil non importava niente di quel che pensavano gli altri, a meno che non venissero a interferire coi suoi progetti.
Candice accettava le cose e faceva esperienze. Vergil detestava tutto ciò che non poteva analizzare.
Sentiva d’invidiarla per questo. Gli sarebbe piaciuto prendersi una pausa dal suo continuo aggrovigliarsi nei pensieri, nei progetti, nelle preoccupazioni, in tutti quei processi in cui accumulava dati per agguantare nuovi punti di vista. Essere come Candice sarebbe stato come una perpetua vacanza dalla vita.
Candice, d’altra parte, certamente pensava che lui fosse un irrequieto, uno scontento. Lei portava avanti la propria vita evitando di fare piani, evitando i pensieri, ed evitando anche di farsi scrupoli… nessun rimorso e nessun ripensamento. Quando aveva capito che quell’uomo irrequieto, scontento era un disoccupato, la sua fiducia in lui era rimasta stranamente intatta. Forse, come una gatta, la sua preoccupazione per quel che non accadeva nelle immediate vicinanze era scarsissima.
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