— Mmh, mmh. — La donna tamburellò con le dita sui documenti. — Devo essere franca con lei, Vergil. Forse più franca di quello che è stato con me. Per noi rappresenta un po’ un’incognita, ma saremmo disposti a correre il rischio di assumerla… se non fosse per un particolare. Mr. Rothwild, della Genetron, è mio amico. Un amico di vecchia data. E mi ha passato alcune informazioni che peraltro si possono dire confidenziali. Non ha fatto nomi, e certo non poteva immaginare che un giorno lei si sarebbe trovato davanti alla mia scrivania. Ma mi ha detto che qualcuno alla Genetron stava lavorando su batteri NIH artificiali, e alterando il DNA di cellule di mammiferi. Sospetto fortemente che quel qualcuno sia lei. — Sorrise piacevolmente. — È così?
Nessun altro era stato licenziato o aveva abbandonato spontaneamente la Genetron da un anno a quella parte. Lui annuì.
— Era piuttosto indignato. Dice che lei è brillante, ma che darebbe dei guai a ogni compagnia che la assumesse. Ha detto d’averla minacciata di metterla sulla lista nera. Ora io so, e lui sa, che una minaccia del genere oggi non significa molto, per via delle leggi sul lavoro e degli interessi legati alla concorrenza. Ma in questa particolare occasione capita, per un caso, che la Codon Research sappia su di lei più di quel che ci farebbe piacere sapere. Glielo dico francamente perché non ci siano malintesi. E non rivelerò niente di tutto questo, anche se mi fosse richiesto. La vera ragione per cui non posso approvare la sua assunzione sta nel profilo psicologico. I suoi disegni sono troppo spaziati l’uno dall’altro, e indicano un’insana predisposizione all’autoisolamento. — Gli porse i suoi documenti. — Le sembra esatto?
Vergil annuì. Prese i fogli ed esitò. — Non conoscete Rothwild come pensate — disse. — Questo mi è già successo sei volte.
— Sì, be’, Mr. Ulam, la nostra è un’industria in crescita, è nata appena una quindicina di anni fa. Su certi argomenti le ditte private collaborano su una base di fiducia. Ufficialmente devono darsi una mano, anche se dietro le quinte si tagliano la gola a vicenda. È stato interessante parlare con lei, Mr. Ulam. Buongiorno.
All’esterno si volse a guardare la grande facciata della Codon Research, bianca nella luce accecante. Tanto per guardare cosa sto perdendo , pensò.
L’intero esperimento presto sarebbe svanito nel nulla. E forse non valeva neppure più la pena di prendersela tanto.
Stava guidando l’auto verso nord, fra collinette dorate su cui sorgevano vecchie querce contorte, aggirando laghetti cerulei e profondi ancora limpidi dopo le ultime piogge primaverili. L’estate non era mai stata così mite, e anche nell’entroterra la temperatura era sotto i venticinque gradi.
La Volvo rombò dolcemente lungo gli interminabili rettilinei della Statale 5, attraverso i campi di cotone e poi le verdi distese coltivate ad arachidi. Vergil tagliò sulla 580 per aggirare i sobborghi di Tracy, con la mente del tutto vuota e gli automatismi della guida come una panacea per le sue preoccupazioni. Dozzine di enormi generatori a vento sorgevano sui due lati della strada, con le braccia elicoidali larghe la metà di un campo di calcio.
Non s’era mai sentito meglio in vita sua, e questo gli dava da pensare. Da due settimane non starnutiva, al culmine della stagione-madre delle allergie. L’ultima volta che aveva visto Candice, per dirle che stava andando a far visita a sua madre, la ragazza aveva commentato il fatto che non starnutiva più e che il colore della sua pelle aveva acquistato tono, facendosi più sano e rosato.
— Ogni volta che ti guardo sei più attraente, Vergil — aveva sorriso, baciandolo. — Torna presto. Mi mancherai.
Ci vedeva meglio, si sentiva meglio… apparentemente senza giustificazione. Il suo sentimentalismo non era certo tale da fargli credere che l’amore curava tutto, anche volendo definire amore quel che provava per Candice. Cos’era dunque?
Qualcos’altro.
Non aveva alcuna voglia di pensarci, e si concentrò sulla guida. Dieci ore più tardi, quando girò nella South Vasco Road verso le colline, era però ancora tormentato da un vago senso di fastìdio. Scese sulla destra in East Avenue ed entrò nella parte bassa di Livermore, una cittadina californiana dalle case in pietra e mattoni rossi, i cui sobborghi s’erano estesi a circondare le vecchie fattorie di legno ora assediate dalle luci al neon e dai supermarket. Appena fuori città sorgeva il Lawrence Livermore National Laboratory, dove si progettavano armi nucleari.
Si fermò al Guinevere’s Pizza Parlor, e si costrinse a ordinare una pizza coi funghi, insalata e Coca Cola. Mentre ne aspettava l’arrivo, seduto in uno dei separé pseudo-medievali, si chiese oziosamente se i Laboratori Livermore avessero impianti che lui potesse utilizzare. Chi era più vicino al Dottor Stranamore: i fabbricanti di armi o il buon vecchio Vergil I. Ulam?
La pizza arrivò, e i suoi occhi vagarono sull’abbondante condimento di cui era coperta. — Una volta questa roba ti piaceva — si disse, sottovoce. Spilluzzicò appena la pizza e finì l’insalata. Lasciando sul tavolo metà del cibo ordinato si pulì la bocca, sorrise alla ragazza dietro il registratore di cassa e risalì in macchina.
Vergil non era mai troppo impaziente di rivedere sua madre. In un certo modo, imprecisabile e irritante, aveva bisogno di quelle visite saltuarie, ma non ne godeva molto.
April Ulam abitava in una secolare ma ben tenuta casa a due piani, in fondo alla First Street. L’edificio era dipinto in verde scuro e inalberava un tetto a mansarda. Due piccoli spazi coltivabili cintati da una cancellata fiancheggiavano gli scalini dell’ingresso, uno tenuto a giardino e l’altro a orto. La veranda era interamente schermata, con una porta a vetri montata su cardini cigolanti e fornita di una chiusura a molla ancor più cigolante. L’ingresso principale era un’austera porta di quercia sulla facciata, sormontata da una finestrella semicircolare, con un batacchio a forma di testa di leone.
Nessuna di quelle antiquate comodità stonava in una vecchia casa di una cittadina della California. Un colpo del batacchio bastò per far apparire sulla soglia sua madre, una donna svelta e snella dai capelli neri appena ingrigiti alle tempie, che quel giorno indossava un abito di seta color lavanda, a fiori, e due scarpette dorate a tacco alto. Salutò Vergil con un abbraccio intiepidito da una naturale riservatezza, e poi lo condusse all’interno stringendogli una mano con le sue dita fredde e sottili.
Nel soggiorno la donna sedette su una poltrona rivestita di velluto argenteo, allargando la leggera gonna floreale attorno a sé. Il locale si adattava bene al resto della casa, poiché era stato ammobiliato da una donna anziana (l’inquilina precedente) con articoli che sembravano messi insieme durante una vita lunga e piuttosto interessante. A lato della poltrona c’era un divano rigonfio, con un’imbottitura a fiorellini blu, e di fronte un tavolino d’ottone sul cui piano erano incisi in cerchi concentrici alcuni proverbi arabi. In tre degli angoli c’erano lampade in stile Tiffany, mentre nel quarto campeggiava una statua cinese Kwan-Yin scolpita in un tronco di tek alto due metri. Suo padre — a cui nelle conversazioni ci si riferiva solo come «Frank» — l’aveva portato da un viaggio a Taiwan, e Vergil, che all’epoca aveva tre anni, ne era rimasto spaventato a morte.
Frank li aveva abbandonati tutti e due nel Texas, quando Vergil aveva dieci anni. In seguito s’erano trasferiti in California. Sua madre non s’era risposata, dichiarando che preferiva essere libera. Vergil non era neppure sicuro che lei e suo padre avessero divorziato. Lo ricordava come un uomo scuro e magro, dal volto duro e dalla voce secca, poco intelligente e intollerante, fornito di una risata tonante con cui sottolineava i momenti in cui gli altri erano ansiosi o indispettiti. Neppure da adulto era mai riuscito a immaginare sua madre e suo padre a letto insieme, e non capiva come avessero potuto far vita comune per undici anni. Non aveva mai sentito la mancanza di Frank, se non in via puramente speculativa: la mancanza di un padre, dell’immaginaria condizione di avere un padre con cui parlare, da aiutare nei lavoretti, alla cui saggezza appoggiarsi nei suoi crucci di bambino. Ciò di cui aveva sempre sentito la mancanza era un padre di quello stampo.
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