Nell’atto di premere il pulsante che apriva la porta, diversi fatti, apparentemente slegati tra loro, gli vennero in mente a un tratto. Il disintegratore da tavolo, per esempio, che non aveva distrutto i fogli che aveva infilato. L’uomo che, da quando lui aveva messo piede sulla Terra non l’aveva mai perso di vista e che adesso era sparito. La sera prima, durante la riunione da Emmett, avevano entrambi parlato contro il presidente della Confederazione, rendendosi colpevoli di sedizione. E, per ultimo, l’ascensore e il corridoio, a quell’ora, erano troppo deserti e silenziosi.
Tolse di scatto il pollice dal comando automatico di apertura, ma ormai era troppo tardi. I battenti si erano già spalancati e nel vano della porta si profilavano due guardie della Compagnia di Navigazione Solare, nelle loro austere uniformi nere.
«Il comandante Robert Janas?» chiese il più alto in grado dei due, mostrandogli un mandato di cattura.
«Sì» disse lui, con voce atona.
«Siete in arresto, signore» disse l’agente.
«Perché?»
«Vi sarà comunicato a tempo debito» disse l’altro, cortesemente. «Vi spiace seguirmi?»
A sedici anni-luce e mezzo dal Sole, in prossimità del piano dell’eclittica, c’è una stella chiamata Alpha Aquilae, l’Altair degli antichi. Dotata di luce bianca, con una temperatura di superficie di 11.000 °C, undici volte più luminosa del Sole, Altair irradia luce e calore nel vuoto privo di pianeti che la circonda.
In un altro universo, in un punto che, qualora fosse possibile superare l’abisso che divide gli universi, corrisponderebbe esattamente ad Altair, una flotta di navi spaziali cercava scampo nel grigio nulla.
Il disastro era stato completo, totale la disfatta. La più potente flotta che mai la Terra avesse varato s’era scontrata con il nemico ed era stata sopraffatta. La “Salamina” era colata a picco eroicamente, e quasi la metà delle forze dell’Armada della Confederazione era scomparsa con essa. Le navi terrestri avevano inflitto gravi perdite al nemico, e i ribelli avevano pagato caramente l’aver osato sfidare la Confederazione; ma infine avevano vinto, avevano battuto l’Armada della Confederazione. E ora, mentre i resti della flotta sconfitta ripiegavano in disordine verso la Terra, i ribelli facevano rotta verso il Sole e cioè verso il cuore della Confederazione terrestre.
Colpita ripetutamente dal fuoco nemico, con lo scafo che faceva aria in diversi punti, con gli equipaggi decimati, ma ancora agguerrita e pronta al combattimento, l’ammiraglia della Confederazione, la “Shilo”, ripiegava penosamente verso la Terra. Il comandante dell’unità e l’ammiraglio Abli Juliene si trovavano a colloquio, davanti a un grande schermo a 3D, su cui spiccavano le stelle di quel settore della Galassia, nonché una serie di punti rossi e verdi: i rossi indicavano le unità nemiche, i verdi le navi della Confederazione. I punti rossi erano decisamente più numerosi dei verdi, e i due gruppi, con i rossi alle spalle dei verdi, si muovevano verso un punto che brillava di una vivida luce azzurra: la Terra. Il Grande Ammiraglio apri, lentamente, una busta che conteneva gli ordini da eseguirsi solo in caso di disfatta. Juliene aveva la faccia stanca e tirata, e appariva terribilmente invecchiato.
L’ammiraglio lesse rapidamente gli ordini, poi senza dire parola, li passò al comandante della “Shilo”. Dopo aver scrutato nella pseudo profondità dello schermo a 3D, Juliene scosse malinconicamente il capo grigio. Alla fine tirò fuori un taccuino dalla tasca della giacca e si mise a scrivere.
Il comandante della “Shilo” non fece commenti e aspettò che parlasse per primo l’ammiraglio. Juliene, però, rimase in silenzio. Senza dire una parola, porse al comandante le annotazioni che aveva scritto, sospirò, caricò la pipa, la accese e cominciò a camminare su e giù per il ponte.
Il comandante della “Shilo” premette il bottone e chiamò l’ufficiale addetto alle comunicazioni, al quale ordinò: «Preparate una capsula per la Terra. C’è un messaggio da spedire.» Poi infilò le note dell’ammiraglio in un apparecchio speciale, che ne trasmise la copia all’ufficiale delle comunicazioni. Allora, finalmente, il comandante si voltò, ancora una volta, verso lo schermo 3D, e, al pari del Grande Ammiraglio, sospirò amaramente.
Nel ponte inferiore, l’ufficiale addetto alle comunicazioni badò a che la capsula fosse allestita immediatamente e le note manoscritte di pugno dell’ammiraglio venissero collocate all’interno di essa. Successivamente, la capsula fu catapultata fuori dell’astronave e un potente plasma-jet provvide a trascinarla nel grigio Anti-spazio, verso un punto dove un mondo di nome Terra ruotava in un universo coesistente.
La capsula accelerò via via, raggiungendo una velocità capace di ridurre in poltiglia un essere umano, filando sempre più rapida verso il settore dell’universo che conteneva la Terra.
Poche ore dopo aver lasciato la “Shilo”, essa era giunta nei pressi di un complesso di strutture che corrispondevano all’incirca all’orbita coesistente di Saturno. Dopo aver ridotto la velocità, quando fu a pochi chilometri dalla stazione Antispazio, la capsula si fermò del tutto, emettendo un segnale di richiamo. In risposta al segnale, la stazione lanciò un raggio traente, che agganciò la capsula, trasferendola a bordo di un’Unità speciale, che si trovava in attesa nell’Anti-spazio. La capsula attraversò il campo d’energia dell’Unità e finalmente penetrò nel continuum stellare.
Una squadra di uomini, che lavoravano lassù sotto la luce delle stelle della Galassia, dove il Sole non era che un pallido disco, aprì la capsula, estrasse il contenuto e l’infilò in una trasmittente speciale. Le note del Grande Ammiraglio, tradotte in impulsi elettronici, furono inviate sulla Terra, che ruotava a dieci unità astronomiche da quel punto. Dopo circa un’ora e venti minuti il segnale arrivò sulla Luna, e di qui fu ritrasmesso al Primo Ufficiale Segnali della Confederazione, a Ginevra. Appena ricevuto il messaggio, esso fu decifrato e inviato subito all’ufficio del presidente.
Esattamente otto ore e quattordici minuti dopo che il Grande Ammiraglio aveva scritto la comunicazione sul suo taccuino, la copia di essa arrivava sul tavolo di Herrera, presidente della Confederazione.
L’uomo più potente della Galassia sedeva al tavolo, fissando quella mezza dozzina di foglietti che annunciavano la disfatta dell’Armada più potente della storia dell’umanità.
Janas, a tutta prima, rimase troppo sbalordito per poter parlare. Non aveva mai pensato seriamente che i Neri lo potessero arrestare, per quanto, in quel momento, si rendesse perfettamente conto di essersi compromesso. Nello stesso istante, capiva con quanta incapacità e leggerezza avevano agito i così detti capi della congiura e come Jarl Emmett e gli altri si fossero comportati da veri dilettanti. Franken, fin dal primo giorno, quando Janas lo aveva cercato, sapeva che si stava architettando un piano per ottenere la revoca degli ordini impartiti alle navi della CNS, e che quel piano non si sarebbe limitato alle pure proteste verbali. Franken non aveva fatto altro che aspettare che i congiurati si compromettessero, e l’occasione buona gli era stata fornita la sera prima, quando il famoso “Comitato”, dopo molti tremori ed esitazioni, aveva parlato di fare ricorso alla forza, criticando anche l’augusto ufficio del presidente della CT. Se in mezzo a loro c’era una spia, anche se non aveva potuto registrare elettronicamente ciò che era stato detto, era più che in grado di testimoniare contro di loro e di portare davanti a un tribunale Robert Janas, Jarl Emmett e gli altri, sotto l’accusa di tradimento. A questo punto, Altho aveva agito con la piena approvazione del presidente. Janas, in piedi davanti ai due agenti, si dava apertamente dello stupido.
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