«Che cosa devo fare?» chiese Janas.
«Aspettate qui» rispose D’Lugan. «Passato un minuto, venite. Io, nel frattempo, terrò occupato Anchor. Colpite subito, appena entrate, prima che abbia tempo di fare un gesto. D’accordo?»
Janas annui.
D’Lugan batté amichevolmente una mano sulla spalla della ragazza e le fece cenno di incamminarsi. I due percorsero il corridoio, e Janas rimase ad aspettare, contando i secondi.
Passato il minuto, si guardò attorno, vide che in corridoio non c’era nessuno, e s’incamminò.
All’ultima svolta, senti la voce di D’Lugan che diceva forte: «Sentite, cittadino» stava dicendo «il cittadino Franken mi aspetta. Non fatemi perdere altro tempo.»
«Signore» protestava Anchor. «Non sono stato avvertito. In questo momento il cittadino è occupato. Non posso...»
«Ma dev’esserci un equivoco, cittadino Anchor» disse Maura. «Io ho avuto l’autorizzazione da...»
Janas non stette più ad ascoltare. Venne avanti, puntò lo stordigente, mirando alla faccia di Anchor. Il giovane segretario bruno alzò gli occhi, sbalordito, e di scatto si piegò in avanti, tentando di raggiungere un pulsante sul tavolo. La pistola di Janas gracidò rabbiosamente e Anchor si afflosciò sul tavolo. D’Lugan afferrò quel corpo inerte e lo adagiò sul pavimento.
«Datemelo» disse D’Lugan, indicando lo stordigente. Janas glielo gettò e tirò fuori la sua 45. Janas, in piedi accanto a D’Lugan davanti alla porta, provava una selvaggia soddisfazione per avere finalmente cominciato a agire.
«Aprila» disse D’Lugan a Maura che, in piedi dietro al tavolo, individuò il pulsante che comandava l’apertura.
Tra un silenzio assoluto i due battenti si aprirono, e davanti ai tre apparve l’ufficio lussuoso del presidente. Altho Franken era curvo su una grande carta. In piedi accanto al tavolo, con le spalle voltate verso la porta, c’era un ufficiale delle guardie, con la pistola ad ago infilata nella cintura e l’uniforme costellata di nastrini.
Per un secondo, Franken continuò a esaminare in silenzio il punto che la guardia gli indicava sulla carta; poi a un tratto, si rese conto che le porte non erano più bloccate.
«Che c’è, Milt?» chiese, alzando gli occhi. Appena vide, nel riquadro della porta, i due uomini armati, si sbiancò in faccia.
L’agente, meccanicamente, si voltò di scatto e la sua grossa mano corse all’arma che gli pendeva sull’anca.
«Bob» ansimò Franken. Poi, riavutosi dallo stupore, cercò di afferrare qualcosa sotto il tavolo.
La guardia, con in pugno la pistola ad ago, si gettò di lato, e contemporaneamente alzò la mano per prendere la mira. La 45 di Janas sparò con un rombo assordante, che riecheggiò a lungo tra le pareti dell’ufficio.
Il proiettile raggiunse l’agente nell’istante in cui premeva il grilletto, e lo colpi nel bel mezzo della fila di nastrini colorati che gli ornavano la giacca. L’uomo barcollò all’indietro, rantolando, con un’espressione di enorme sbalordimento. La pistola a ago crepitò ancora, poi gli sfuggì di mano. La guardia crollò sul tappeto e rimase immobile. Nel frattempo era entrato in azione lo stordigente di D’Lugan, e Altho Franken si afflosciò sul tavolo, rovesciando, con la mano inerte, un grosso bicchiere. Il liquido color ambra si sparse sulla mappa e colò sul tappeto.
La volontà di acciaio e la personalità prepotente furono di grande aiuto, in quel momento, al presidente della Confederazione. Herrera non era mai stato un tipo da versare lacrime sul latte, o sul sangue, versato: ormai quel che era fatto era fatto, e non restava che cercare, in tutti i modi, di salvare il salvabile.
Il presidente rilesse lentamente, con estrema attenzione, le note che gli aveva inviato il comandante della flotta sconfitta.
Juliene non aveva mai creduto nella vittoria, pensò Herrera tra sé, ma allora lui non aveva di meglio sottomano. Rilesse ancora una volta i rapporti, poi premette un pulsante e ordinò al segretario accorso di inviare copia delle note al presidente del Parlamento, al Capo di Stato maggiore, al comandante della Base Lunare e al presidente della Compagnia di Navigazione Solare.
Herrera rimase per qualche secondo immerso nei propri pensieri, chiedendosi fino a che punto si potesse fidare di Altho Franken. Franken, certo, aveva dato la sua parola, ma sarebbe stato fedele alla parola data più di quanto lo fosse lui, Herrera? E quel Janas? Herrera si chiese se era stato saggio affidare la faccenda a Franken. Forse avrebbe fatto meglio a tentare di arrivare a Janas, tramite gli agenti della Confederazione. D’altra parte, la spia che agiva per lui in seno al gruppo Janas e che faceva il doppio gioco con Franken, convinto a sua volta che l’uomo lavorasse esclusivamente per lui, lo aveva avvertito che, se non voleva guai, era opportuno lasciare la cosa in mano a Franken. Quell’agente lo aveva assicurato che Franken non avrebbe mai mandato un contrordine nonostante le pressioni di Janas, e che, comunque, in caso contrario, si sarebbe provveduto con un buon raggio a energia.
“Si” concluse Herrera “lasciamo per il momento la cosa in mano a Franken. La CNS è un covo di bastardi orgogliosi, ma, prima o poi, penseremo anche a loro.”
Nel frattempo, tanto per rimanere con i piedi sulla terra, avrebbe spedito un po’ di agenti della Confederazione a dare una mano, per così dire, al presidente della CNS. Anzi, avrebbe inviato una nave su Central, in modo da ispirare una salutare paura un po’ a tutti, compreso al cittadino Altho Franken. “Ricordiamogli che Herrera si aspetta che lui mantenga la parola” pensò.
Herrera si chinò sul tavolo: ormai aveva preso la sua decisione.
Dopo una rapida chiamata in 3D, il presidente stese una breve nota dà unire alle copie del rapporto di Juliene. Gli uomini a cui mandava copia del rapporto dovevano conoscere la gravità della situazione. Era perfettamente inutile nascondere la verità alla gente da cui dipendevano la sua vita e il suo potere.
“La Confederazione ha subito” scrisse Herrera “una sconfitta grave ma non fatale. Il nemico ha vinto, subendo però gravissime perdite. Ora, per sfruttare la vittoria ottenuta, i ribelli puntano sulla Terra, ma la Terra non è una conquista facile, perché il pianeta è validamente protetto dai Forti Orbitali, dalla Base Lunare, dalle Forze di Terra e dai resti dell’Armada che stanno accorrendo in aiuto della madre patria. Inoltre, le navi della CNS fanno rotta verso il pianeta per collaborare a loro volta alla difesa della Terra. La Confederazione ha perso una battaglia, ma non la guerra. Il nemico, se vuole sfruttare la propria vittoria, deve conquistare la Terra, e questo è matematicamente impossibile. Le flotte dei ribelli si schianteranno contro le rocce della Confederazione e così si concluderà la sfida che essi hanno portato all’ordine e alla legge della Terra.”
Il presidente Herrera infilò il testo nel copiatore e si abbandonò in poltrona. Aveva l’aria stanca, ma i suoi occhi erano carichi di odio. I ribelli non avevano ancora in pugno la Terra e non l’avrebbero mai avuta, finché lui, Jonal Herrera, era in vita, perché la Terra e tutta la Confederazione appartenevano a lui.
Nel vasto ed elegante ufficio del presidente della Compagnia di Navigazione Solare c’erano quattro uomini e una ragazza. Uno degli uomini era steso sul pavimento, con gli occhi aperti, ma incapace di parlare perché un bavaglio gli chiudeva la bocca. L’altro, sempre seduto dietro il tavolo, era ancora intontito dal raggio, ma già gli riaffiorava in corpo la rabbia. Infine, gli altri due uomini lo osservavano, dall’altra parte del tavolo. La ragazza era ritta, immobile e silenziosa, in attesa di ciò che sarebbe avvenuto. In uno stanzino attiguo all’ufficio, c’era il cadavere di un capitano delle guardie.
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