Richard Meredith - Il cielo era pieno di navi

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Il cielo era pieno di navi: краткое содержание, описание и аннотация

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Che cosa bolle ai confini della Galassia? Si parla di stragi “locali” e rappresaglie “limitate” su lontani pianeti come Odino, Cassandra, Antigone; si dice che la Lega dei Mondi Indipendenti voglia ribellarsi al governo centrale terrestre; si teme una guerra totale. Ma il solo a sapere come stanno realmente le cose è il capitano Robert Janas, un neutrale, un uomo di buona volontà e di buon senso, dal cui rapporto dipende il destino di miliardi di uomini. E Janas, come spesso accade a chi dice semplicemente la verità, non trova nessuno disposto a credergli.

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«Che cosa devo fare?» chiese Janas.

«Aspettate qui» rispose D’Lugan. «Passato un minu­to, venite. Io, nel frattempo, terrò occupato Anchor. Colpi­te subito, appena entrate, pri­ma che abbia tempo di fare un gesto. D’accordo?»

Janas annui.

D’Lugan batté amichevol­mente una mano sulla spalla della ragazza e le fece cenno di incamminarsi. I due percorsero il corridoio, e Janas rimase ad aspettare, contando i secondi.

Passato il minuto, si guardò attorno, vide che in corridoio non c’era nessuno, e s’incam­minò.

All’ultima svolta, senti la voce di D’Lugan che diceva forte: «Sentite, cittadino» stava dicendo «il cittadino Franken mi aspetta. Non fate­mi perdere altro tempo.»

«Signore» protestava An­chor. «Non sono stato avver­tito. In questo momento il cittadino è occupato. Non pos­so...»

«Ma dev’esserci un equivo­co, cittadino Anchor» disse Maura. «Io ho avuto l’auto­rizzazione da...»

Janas non stette più ad ascoltare. Venne avanti, puntò lo stordigente, mirando alla faccia di Anchor. Il giovane segretario bruno alzò gli occhi, sbalordito, e di scatto si piegò in avanti, tentando di raggiun­gere un pulsante sul tavolo. La pistola di Janas gracidò rabbio­samente e Anchor si afflosciò sul tavolo. D’Lugan afferrò quel corpo inerte e lo adagiò sul pavimento.

«Datemelo» disse D’Lu­gan, indicando lo stordigente. Janas glielo gettò e tirò fuori la sua 45. Janas, in piedi ac­canto a D’Lugan davanti alla porta, provava una selvaggia soddisfazione per avere final­mente cominciato a agire.

«Aprila» disse D’Lugan a Maura che, in piedi dietro al tavolo, individuò il pulsante che comandava l’apertura.

Tra un silenzio assoluto i due battenti si aprirono, e davanti ai tre apparve l’ufficio lussuoso del presidente. Altho Franken era curvo su una gran­de carta. In piedi accanto al tavolo, con le spalle voltate verso la porta, c’era un ufficia­le delle guardie, con la pistola ad ago infilata nella cintura e l’uniforme costellata di nastrini.

Per un secondo, Franken continuò a esaminare in silen­zio il punto che la guardia gli indicava sulla carta; poi a un tratto, si rese conto che le porte non erano più bloccate.

«Che c’è, Milt?» chiese, alzando gli occhi. Appena vi­de, nel riquadro della porta, i due uomini armati, si sbiancò in faccia.

L’agente, meccanicamente, si voltò di scatto e la sua grossa mano corse all’arma che gli pendeva sull’anca.

«Bob» ansimò Franken. Poi, riavutosi dallo stupore, cercò di afferrare qualcosa sot­to il tavolo.

La guardia, con in pugno la pistola ad ago, si gettò di lato, e contemporaneamente alzò la mano per prendere la mira. La 45 di Janas sparò con un rombo assordante, che riecheg­giò a lungo tra le pareti dell’uf­ficio.

Il proiettile raggiunse l’agen­te nell’istante in cui premeva il grilletto, e lo colpi nel bel mezzo della fila di nastrini colorati che gli ornavano la giacca. L’uomo barcollò all’indietro, rantolando, con un’e­spressione di enorme sbalordi­mento. La pistola a ago crepi­tò ancora, poi gli sfuggì di mano. La guardia crollò sul tappeto e rimase immobile. Nel frattempo era entrato in azione lo stordigente di D’Lugan, e Altho Franken si afflo­sciò sul tavolo, rovesciando, con la mano inerte, un grosso bicchiere. Il liquido color am­bra si sparse sulla mappa e colò sul tappeto.

16

La volontà di acciaio e la personalità prepotente furono di grande aiuto, in quel mo­mento, al presidente della Confederazione. Herrera non era mai stato un tipo da versa­re lacrime sul latte, o sul san­gue, versato: ormai quel che era fatto era fatto, e non restava che cercare, in tutti i modi, di salvare il salvabile.

Il presidente rilesse lenta­mente, con estrema attenzio­ne, le note che gli aveva invia­to il comandante della flotta sconfitta.

Juliene non aveva mai creduto nella vittoria, pensò Her­rera tra sé, ma allora lui non aveva di meglio sottomano. Rilesse ancora una volta i rap­porti, poi premette un pulsan­te e ordinò al segretario accor­so di inviare copia delle note al presidente del Parlamento, al Capo di Stato maggiore, al comandante della Base Lunare e al presidente della Compa­gnia di Navigazione Solare.

Herrera rimase per qualche secondo immerso nei propri pensieri, chiedendosi fino a che punto si potesse fidare di Altho Franken. Franken, cer­to, aveva dato la sua parola, ma sarebbe stato fedele alla parola data più di quanto lo fosse lui, Herrera? E quel Janas? Herrera si chiese se era stato saggio affidare la faccen­da a Franken. Forse avrebbe fatto meglio a tentare di arri­vare a Janas, tramite gli agenti della Confederazione. D’altra parte, la spia che agiva per lui in seno al gruppo Janas e che faceva il doppio gioco con Franken, convinto a sua volta che l’uomo lavorasse esclusiva­mente per lui, lo aveva avverti­to che, se non voleva guai, era opportuno lasciare la cosa in mano a Franken. Quell’agente lo aveva assicurato che Franken non avrebbe mai mandato un contrordine nonostante le pressioni di Janas, e che, co­munque, in caso contrario, si sarebbe provveduto con un buon raggio a energia.

“Si” concluse Herrera “la­sciamo per il momento la cosa in mano a Franken. La CNS è un covo di bastardi orgogliosi, ma, prima o poi, penseremo anche a loro.”

Nel frattempo, tanto per rimanere con i piedi sulla ter­ra, avrebbe spedito un po’ di agenti della Confederazione a dare una mano, per così dire, al presidente della CNS. Anzi, avrebbe inviato una nave su Central, in modo da ispirare una salutare paura un po’ a tutti, compreso al cittadino Altho Franken. “Ricor­diamogli che Herrera si aspetta che lui mantenga la parola” pensò.

Herrera si chinò sul tavolo: ormai aveva preso la sua deci­sione.

Dopo una rapida chiamata in 3D, il presidente stese una breve nota dà unire alle copie del rapporto di Juliene. Gli uomini a cui mandava copia del rapporto dovevano cono­scere la gravità della situazio­ne. Era perfettamente inutile nascondere la verità alla gente da cui dipendevano la sua vita e il suo potere.

“La Confederazione ha su­bito” scrisse Herrera “una sconfitta grave ma non fatale. Il nemico ha vinto, subendo però gravissime perdite. Ora, per sfruttare la vittoria ottenu­ta, i ribelli puntano sulla Ter­ra, ma la Terra non è una conquista facile, perché il pia­neta è validamente protetto dai Forti Orbitali, dalla Base Lunare, dalle Forze di Terra e dai resti dell’Armada che stan­no accorrendo in aiuto della madre patria. Inoltre, le navi della CNS fanno rotta verso il pianeta per collaborare a loro volta alla difesa della Terra. La Confederazione ha perso una battaglia, ma non la guerra. Il nemico, se vuole sfruttare la propria vittoria, deve conqui­stare la Terra, e questo è mate­maticamente impossibile. Le flotte dei ribelli si schianteran­no contro le rocce della Confe­derazione e così si concluderà la sfida che essi hanno portato all’ordine e alla legge della Terra.”

Il presidente Herrera infilò il testo nel copiatore e si ab­bandonò in poltrona. Aveva l’aria stanca, ma i suoi occhi erano carichi di odio. I ribelli non avevano ancora in pugno la Terra e non l’avrebbero mai avuta, finché lui, Jonal Herre­ra, era in vita, perché la Terra e tutta la Confederazione ap­partenevano a lui.

17

Nel vasto ed elegante ufficio del presidente della Compa­gnia di Navigazione Solare c’erano quattro uomini e una ragazza. Uno degli uomini era steso sul pavimento, con gli occhi aperti, ma incapace di parlare perché un bavaglio gli chiudeva la bocca. L’altro, sempre seduto dietro il tavolo, era ancora intontito dal raggio, ma già gli riaffiorava in corpo la rabbia. Infine, gli altri due uomini lo osservavano, dall’al­tra parte del tavolo. La ragazza era ritta, immobile e silenzio­sa, in attesa di ciò che sarebbe avvenuto. In uno stanzino atti­guo all’ufficio, c’era il cadave­re di un capitano delle guardie.

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