«È un grande dolore per me, Will», riprese la cieca, «che sia tu, ma ora so che hai ceduto al sangue nero che scorre nelle tue vene... avevo sempre sperato che tu potessi dominarlo: non tutti coloro che hanno sangue nero appartengono alla razza delle streghe, Will, lo so molto bene. Ma con te mi sono sbagliata.» Fece una pausa, più rigida che mai nella sua severa vestaglia di lutto. «So che sei qui, Will Barbee.» Gli parve di vederla rabbrividire, mentre stringeva con mano più ferma lo stiletto di puro argento. «E so quello che vuoi.» Il cane fissava gli occhi gialli sulla lupa bianca, seguendone ogni movimento e ringhiando con segreta ferocia. «Lo so, ma non sarà facile uccidermi.»
La lupa, sempre strisciando, volse il capo a guardare il suo compagno: «Tienti pronto», lo avvertì. «Quando le sarò sotto il gomito!»
Il lupo grigio raccolse le forze e misurò la distanza che lo divideva dalla gola della cieca, pronto a balzare. Sapeva di dover obbedire, la sua umanità perduta non era più che un vago sogno, e la sola realtà per lui era il presente, ormai.
«Ora!», disse la lupa. «In nome del Figlio della Notte!»
Balzò silenziosa, mentre il suo corpo sottile formava una fulminea parabola bianca e le sue zanne afferravano il braccio della cieca. In attesa che questa lasciasse cadere il pugnale, Barbee sentì una cupa ferocia salire dal più profondo del suo essere, una sete divorante per la dolcezza del sangue.
«Will!», singhiozzò Rowena. «Tu non puoi...»
Trattenne il fiato, pronto a balzarle alla gola. Ma Turk lanciò un latrato, mentre Rowena, liberatolo, indietreggiava pazzamente trinciando l’aria con lo stiletto d’argento.
Torcendosi a mezz’aria, la lupa riuscì a evitare la lama. Ma i pesanti braccialetti della cieca la colpirono con forza sulla testa lunga e sottile. Cadde, il bianco corpo fremente, e il cane le fu sopra e la azzannò alla gola. Divincolandosi sotto le sue fauci, gemette acutamente, e infine giacque immobile.
Quel gemito liberò completamente Barbee delle sue ultime perplessità. Le sue zanne nel ferire la gola del cane andarono a urtare contro il massiccio collare d’argento. Il dolore atroce causato dal freddo metallo lo fece traballare, ottenebrandolo.
«Non lasciarla, Turk!», gridò la cieca.
Ma il gran cane aveva già abbandonato la lupa bianca e si girava per affrontare l’attacco di Barbee. La lupa riuscì a risollevarsi e si volse per fuggire:
«Andiamo, Barbee. La donna ha troppo del nostro sangue nero, ed è troppo forte. Non possiamo aver ragione di lei, del cane e dell’argento!».
E fuggì per il prato, seguita dal lupo grigio.
La cieca li inseguì, muovendosi con una libertà di movimento ch’era terribile, ora. Il lampione lontano traeva nuovi riflessi dai monili ch’erano la sua vera armatura, e dalla lama sottile dello stiletto d’argento.
«Prendili, Turk!», gridò con forza al cane. «Ammazzali!»
A fianco a fianco, la lupa bianca e il lupo grigio correvano per la lunga via silenziosa e deserta verso il prato dell’università. Barbee si sentiva annebbiato e indolenzito dal duro colpo contro il massiccio collare d’argento e sapeva che il gran cane fulvo lo avrebbe raggiunto in breve. Già il suo rabbioso abbaiare gli era alle terga, e allora, presso il prato, si voltò bruscamente, per opporre al nemico una disperata resistenza.
Ma la lupa gli passò innanzi e corse incontro al cane. Saltellando graziosa davanti a Turk, si gettò poi di lato, fuggendo tentatrice, e il cane la seguì. Pareva irridere al suo assordante abbaiare coi suoi teneri guaiti. E così liberò il lupo grigio dal gran cane fulvo, attirandolo sempre più lontano, verso l’autostrada deserta, al di là del prato.
«Prendili, Turk!», urlava la cieca, ormai prossima a Barbee, che si ritrasse da lei in preda a un cupo malessere. «Tienili, finché non ti ho raggiunto.»
Barbee si accorse che la cieca lo seguiva correndo; ma era rimasta indietro di un intero blocco di case. A un tratto, inciampò contro l’orlo di un marciapiede e la povera donna cadde distesa sul cemento.
Barbee sentì ancora una trafittura di compassione. La caduta improvvisa doveva averle fatto molto male. Ma l’istante dopo, la cieca era di nuovo in piedi e riprendeva l’inseguimento zoppicando. Il lupo grigio riprese il suo trotto silenzioso e imboccò finalmente l’autostrada dove aleggiava ancora l’odore della lupa frammisto a quello del cane.
Quando si volse nuovamente a guardare, sotto il semaforo ammiccante, là dove Central Street attraversava l’autostrada, la cieca aveva perso molto terreno. Un’auto stava venendo verso di loro. Barbee si ritrasse dalla luce abbagliante dei suoi fari, che lo aveva semiaccecato, e si rifugiò in una viuzza laterale, in attesa che passasse. Quando ritornò sulla strada, Rowena era scomparsa.
Il lontano abbaiare di Turk s’era definitivamente perduto, ma l’odore della lupa aleggiava ancora nell’aria, sebbene molto più tenue. Seguendo quell’odore, il lupo grigio si lanciò per un dedalo di viuzze trasversali, che lo portarono alla fine davanti all’ampia distesa dello scalo ferroviario. L’odore della lupa vi era quasi impercettibile, dominato da quello del grasso di macchina e del carbone bruciato che impregnavano le traversine, e dell’acido solforico nel fumo delle locomotive. Barbee tuttavia riuscì a non perdere la lieve traccia, fino a quando una locomotiva in manovra gli si parò dinanzi sbuffando, un frenatore ritto sul predellino con una lampada in mano.
Il lupo balzò da una parte come una molla, ma un getto caldo di vapore lo avvolse assordante, sommergendo ogni altro odore che non fosse quello caldo e umido di olio e metallo. La traccia era perduta. Si mise a trotterellare stancamente, in cerchio, sull’ampio fascio di binari, ma non c’era nell’aria che quel sentore di carbone e di macchine unte e ribollenti.
Puntò le orecchie, ascoltando disperatamente: sibili di vapore, cozzi metallici nel deposito locomotive, e il lontano macinar dei mulini presso il fiume. Da una grande distanza oltre il fiume gli giunse il fischio di un treno in arrivo. Ma i fievoli latrati del cane fulvo erano scomparsi.
Una trafittura penosa gli colpì gli occhi, quando volse il muso a guardare a Est, verso il primo verdastro chiarore dell’alba. La lupa bianca era scomparsa e la luce mortale del giorno lo minacciava; solo allora si accorse di non sapere come ritornare a casa e al suo corpo umano.
Aveva ripreso a trotterellare sulle fredde parallele dei binari, senza meta, quando gli giunse nuovamente l’abbaiare di Turk, latrati stanchi e delusi, verso i mulini. Riprese allora la corsa in quella direzione, fiancheggiando una lunga fila di carri merci, che lo riparava in parte dal tormento di quel primo, vago albeggiare.
Infine, vide la lupa bianca, che gli balzava incontro con una grazia molle e selvaggia insieme. Doveva avere abilmente condotto il cane lungo un ampio circolo, ma si vedeva che era stanca, ora, o indebolita dalla luce crescente, perché il cane stava guadagnando rapidamente terreno e i suoi latrati ricominciavano ad avere una nota di rabbiosa esultanza. Nuovamente, la lupa e il lupo ripresero la corsa l’uno accanto all’altra allontanandosi dallo scalo, ma seguendo i binari in direzione del fiume.
Questo era ormai vicino: dall’ombra densa delle sue rive saliva l’umido lezzo della fanghiglia e delle foglie imputridite. Ma oltre il fiume la bianca fiamma dell’alba cominciava ad ardere terribile nel cielo. Ancora lontano, il treno fischiò una seconda volta.
Raggiunsero il ponte strettissimo, lanciato arditamente sull’acqua nera, e la lupa vi proseguì la sua corsa, delicatamente passando da una traversina all’altra dell’unico binario. Barbee si fermò, pieno di un antico e vago terrore dell’acqua ribollente dei fiumi. Ma il cane coi suoi rabbiosi latrati gli era già addosso, e fu costretto a gettarsi sul ponte della ferrovia, scegliendo cautamente le traversine su cui camminare. Il cane lo seguì, impetuoso.
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