Jack Williamson - Il figlio della notte

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Il figlio della notte: краткое содержание, описание и аннотация

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Il ritorno dalla Mongolia della spedizione del celebre professor Mondrick segnerà forse l’inizio di un’era nuova nella storia dell’umanità. Perchè in una certa cassa che gli esploratori portano dal deserto di Gobi sono contenute le prove di una guerra spietata e segreta, che si combatte da innumeri millenni. E il campo di battaglie è il subcosciente stesso della razza umana, dove il Maligno sembra sferrare i suoi colpi più mortali e insidiosi. Perchè il genere umano, ha scoperto Mondrick, è un ibrido: il sangue dell’Homo sapiens è, ormai, contaminato da quello dell’Homo lycanthropus, l’antichissima razza caina… Ma la scoperta di Mondrick esige le sue vittime e un orrendo pericolo minaccia di nuovo l’umanità. Le forze del male sono scatenate e gli angeli ribelli tentano ancora una volta di rialzare il capo. Metapsichica e psicocinesi sono le strane scienze a cui questo romanzo senza precedenti nella letteratura del “soprannaturale” sembra ispirarsi. E’ un romanzo che non si dimentica!

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Barbee si trovava a metà circa del ponte quando i binari cominciarono a vibrare. Poi il treno fischiò per la terza volta e il fanale che la locomotiva portava in testa apparve fulgido a una curva, a poco più d’un chilometro di distanza. Di nuovo, si fermò, atterrito; ma il cane gli era ancora dietro mi­naccioso, e lui nuovamente balzò in avanti, nel disperato tentativo di rag­giungere il capo del ponte prima del treno.

L’apparente stanchezza della lupa bianca era sparita, ora. Correva lunga e sottile come una freccia molto innanzi, e Barbee la inseguì con uno sforzo mostruoso lungo il metallo sonante. Poi l’aria fu tutta sconvolta e l’intero ponte si mise a tremare. Barbee vide la lupa in cima al ponte, seduta presso i binari ad aspettarlo, irridendo al cane.

Con un ultimo balzo le fu accanto, insieme con la ventata calda e polverosa del treno rombante. Fievole, gli giunse l’ultimo ululato atterrito del cane e il tonfo del suo gran corpo fulvo nelle acque nere. La lupa si scosse la cenere fuligginosa dal mantello, e si alzò con eleganza.

«S’è fatto giorno, è tempo di ritornare a casa. Addio, Will.»

La vide allontanarsi trotterellando lungo il binario, e Barbee a un tratto si ritrovò solo. La fiamma che ardeva a oriente lo trafiggeva, e fu colto dal terrore di caderne vittima. Come ritornare? Disperatamente, si protese a tentoni verso il suo corpo.

Era solo vagamente consapevole del suo corpo, disteso, rigido e infreddoli­to, di traverso sul letto del suo appartamentino in Broad Street. Desiderò con tutto se stesso di possederlo, di muoverlo, come qualcuno che cerchi di svegliarsi da un sogno. Il primo sforzo fu debole e terribilmente doloroso, come se dipendesse da qualche facoltà mai usata prima d’ora. Ma il dolore stesso serviva da sprone. Ancora una volta sentì quello strano mutarsi, quel fluire della metamorfosi, e si levò a sedere tutto indolenzito sulla sponda del letto.

La piccola camera era divenuta gelida durante la notte e Barbee si sentiva tutto intirizzito. Una strana ottusità lo possedeva, come se tutti i suoi sensi si fossero attutiti. Fiutò l’aria in cerca di tutti gli odori e sentori così acuti per il lupo grigio, ma le sue nari d’uomo non raccolsero nulla. Perfino l’odore di whisky era sparito dal bicchiere vuoto sul comò. Dolorante di stanchezza, si avvicinò zoppicando alla finestra e sollevò la tapparella. La grigia luce del­l’alba faceva impallidire i lampioni per la via, e lei si ritrasse di scatto dal cielo pieno di luce, come se fosse la terrificante faccia della morte.

Che sogno!

Si asciugò la fronte del freddo sudore che ancora la ricopriva. Un dolore tenace gli pulsava nel canino destro: la zanna, si ricordò con profondo males­sere, che aveva battuto contro il collare di Turk. Se erano questi gli effetti di qualche dose troppo abbondante di liquore, si disse, era proprio meglio darsi all’astinenza.

Aveva la gola ruvida e secca. Si diresse zoppicando verso la stanza da bagno per bere un bicchier d’acqua e, allungando la sinistra verso il bicchiere, si accorse di tenere ancora stretta nella palma della mano destra la spilla di giada bianca. A bocca aperta, stette a guardarsi la mano intorpidita, e fu allora che si vide sul polso sottile un lungo graffio rossastro, là dove i dentini aguzzi di Grillo avevano morso, nel sogno, la zampa anteriore del lupo.

Nulla di troppo strano, in tutto questo, si disse, ricordando le dissertazioni di Mondrick, all’università, sulla psicologia dei sogni: certi fenomeni del sub­cosciente, diceva Mondrick, erano sempre meno straordinari e istantanei di quanto sembrassero al sognatore.

I suoi dubbi su April Bell, insieme con l’incredibile confessione della ragaz­za, lo avevano spinto durante il sonno ad alzarsi per andare a frugare nella vecchia scatola in cerca della spilla. Doveva essersi graffiato il polso con una di quelle lamette arrugginite, o forse con la spilla stessa. E tutto il resto non poteva essere che il suo sforzo inconscio di spiegare quel banale incidente, con l’abbondante materiale dei suoi desideri e dei suoi timori rimossi e se­polti nel subcosciente.

Così doveva essere! Con un sorriso di sollievo si sciacquò la bocca arida e poi allungò con bramosia la mano verso la bottiglia di whisky per versarsi un goccio che lo aiutasse a cominciare una nuova giornata di quella sua vita da cani... Fece una smorfia, ricordando il disgustoso odor di cane del sogno, e rimise con fermezza la bottiglia al suo posto.

9.

Provò a riaddormentarsi, ma i particolari del suo sogno lo ossessionavano talmente che dovette rinunciarvi e zoppicando tornò di nuovo alla finestra e l’aprì completamente alla cruda luce del giorno. Poi, disinfettata la misterio­sa graffiatura e rasosi con gran cura, prese un’aspirina per addormentare il dolore che gli faceva il dente. Infine, visto che i dubbi e le apprensioni che gli causava l’incubo della notte non si placavano ai suoi vari tentativi di una spiegazione razionale, decise di telefonare a Rowena per accertarsi che fosse al sicuro nella sua casa col fedele Turk accanto.

Formò il numero con un indice ancora intorpidito, e per un bel pezzo nes­suno rispose: forse, sperò, tutti erano ancora comodamente addormentati nel loro letto. Finalmente, la voce acuta della signora Rye, la direttrice di casa, gli domandò piuttosto di malagrazia che cosa volesse.

«Parlare alla signora Mondrick, se è già alzata.»

«La signora non c’è.»

«Eh!», sussultò Barbee, di colpo in preda al panico. «Datemi allora la signo­rina Ulford.»

«Non c’è nemmeno lei.»

«Ma... Ma dove...»

«È andata via anche lei con l’ambulanza, per assistere la povera signora Mondrick.»

Fu un miracolo se il microfono non gli cadde di mano.

«Ma che cosa è successo?»

«La signora, poverina, dev’essere quasi impazzita questa notte. Dopo il col­po terribile del marito, d’altra parte... E poi è sempre stata un po’ stramba, no? dopo che quella belva le tolse gli occhi, laggiù in Africa...»

Barbee inghiottì la saliva a fatica.

«Che cosa è successo, esattamente?»

«Si è alzata nel cuor della notte ed è uscita in strada con quell’enorme cane che si è incaponita a voler tenere. Secondo me, doveva essersi messa in testa di dar la caccia a qualcuno... a quello stesso leopardo, forse, che l’ha acceca­ta. Fatto sta che è uscita con un tagliacarte d’argento, affilatissimo, ma per fortuna il cane s’è messo ad abbaiare, svegliando la signorina Ulford, che si è alzata e l’ha inseguita.»

Muto e atterrito, Barbee ascoltava.

«Poi il cane dev’essersi messo a correre, abbandonandola, ma la signora, povera cieca, l’ha inseguito fin dove ha potuto. La signorina l’ha trovata a una ventina d’isolati di distanza: incredibile per una donna della sua età, e cieca per giunta!»

La donna sembrava trovare una soddisfazione morbosa nel suo racconto.

«La signorina Ulford, più morta che viva lei stessa, è riuscita finalmente a riportare a casa la signora in un tassi. Sanguinava tutta perché s’era sbuccia­ta, cadendo nel selciato, e sembrava che le avesse dato completamente di volta il cervello. Non voleva cedere quel pugnale affilato che aveva in mano, e hanno dovuto strapparglielo con la forza, mentre lei continuava a urlare non so che a proposito degli assassini che secondo lei il cane stava inseguen­do. La signorina Ulford ha dovuto chiamare un’ambulanza e farla ricoverare a Glennhaven. Son venuti a prenderla un’ora fa, bisognava vedere come si divincolava e lottava con gli infermieri, povera donna, c’era pericolo che si ammazzasse!»

«Perché non voleva andare a Glennhaven?»

«Perché s’era messa in testa di andare a casa di Sam Quain. Era così frene­tica, in proposito, che ho finito per telefonare al dottor Quain, ma la società telefonica mi ha detto che avevano dimenticato di riagganciare il microfono. Ora la signora è a Glennhaven e speriamo che si rimetta. Posso esserle utile in qualche modo?»

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