Jack Williamson - Il figlio della notte

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Il figlio della notte: краткое содержание, описание и аннотация

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Il ritorno dalla Mongolia della spedizione del celebre professor Mondrick segnerà forse l’inizio di un’era nuova nella storia dell’umanità. Perchè in una certa cassa che gli esploratori portano dal deserto di Gobi sono contenute le prove di una guerra spietata e segreta, che si combatte da innumeri millenni. E il campo di battaglie è il subcosciente stesso della razza umana, dove il Maligno sembra sferrare i suoi colpi più mortali e insidiosi. Perchè il genere umano, ha scoperto Mondrick, è un ibrido: il sangue dell’Homo sapiens è, ormai, contaminato da quello dell’Homo lycanthropus, l’antichissima razza caina… Ma la scoperta di Mondrick esige le sue vittime e un orrendo pericolo minaccia di nuovo l’umanità. Le forze del male sono scatenate e gli angeli ribelli tentano ancora una volta di rialzare il capo. Metapsichica e psicocinesi sono le strane scienze a cui questo romanzo senza precedenti nella letteratura del “soprannaturale” sembra ispirarsi. E’ un romanzo che non si dimentica!

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Barbee la seguì a disagio. Gli parve di sentire una lieve resistenza, là dove si trovavano — o si erano trovati — i pannelli di legno, come se qualcosa gli accarezzasse il vello grigio. Balzò da una parte, soffocando un ringhio. La lupa indietreggiò improvvisamente, urtando contro la spalla del compagno.

Perché qualcosa, nella stanza, era un pericolo... mortale!

Rimase immobile, fiutando il pericolo. L’aria chiusa della stanza era densa degli odori della carta, dell’inchiostro secco e dell’antica colla che venivano dai libri sugli scaffali, odori su cui dominava l’acuta fragranza della naftalina trapelante da un armadio e l’aroma del tabacco chiuso nella scrivania di Quain. Ma il tremendo sentore che lo aveva atterrito veniva dalla cassa pe­santemente cerchiata che si trovava sul pavimento accanto alla scrivania.

Era un sentore penetrante, stantio, come di qualcosa che fosse stato a muf­fire per lunghissimo tempo sotto terra. Lo riempiva di angoscia in modo ine­splicabile, e gli ricordava il vago sentore indefinibile che aleggiava ai piedi della torre di Mondrick. La bianca lupa s’era immobilizzata al suo fianco, vigile e tesa con le fauci ancora aperte in una specie di ringhio congelato e gli occhi pieni di odio e di terrore.

«È là, nella cassa», ammonì. «È la cosa che Mondrick ha scavato nelle tom­be della nostra razza nell’Ala-shan, l’arma che già una volta ha distrutto il nostro popolo e che Quain intende usare ancora. Dobbiamo impadronircene... in qualsiasi modo... questa notte stessa.»

Ma Barbee si andava ritirando, strisciando le zampe.

«Non posso», le disse. «Sto male, soffoco, quell’odore dev’essere velenoso. Torniamo all’aperto.»

La lupa parve fissarlo con estremo disprezzo, digrignando i denti come in un sogghigno. Poi, coi bianchi peli irti, raccolta su se stessa come una molla, s’avvicinò alla cassa, lentamente, quasi strisciando. Barbee, con un immenso sforzo di volontà, sconvolto dall’odore, si costrinse a seguirla. La puzza era tale che traballò sulle zampe, scosso inoltre da brividi penosi.

«Chiusa con un lucchetto! Sam deve avere previsto...»

Ma poi vide gli occhi della lupa fissarsi sul fianco lavorato della cassa verde e si ricordò che era in grado di controllare le probabilità delle collisioni ato­miche. Le tavole di legno si dissolsero in una nebbia opaca, rivelando tutte le viti di ferro che le connettevano. Le viti si dissolsero a loro volta, e poi i larghi cerchi metallici che fasciavano la cassa, e alla fine il lucchetto. A un tratto la lupa ringhiò, fremente d’una gelida ferocia.

«Argento!», latrò, rinculando di nuovo.

Perché all’interno delle pareti di legno dissolte si vedeva un rivestimento di bianco metallo battuto, che non si scioglieva in nebbia opaca. Gli atomi del­l’argento non rispondevano ai loro poteri mentali. E il contenuto fetido della cassa continuava a restare invisibile.

«I tuoi antichi amici sono scaltri, Barbee! Non avevo pensato alla possibilità d’una fodera d’argento. Ora dovremo proprio cercare le chiavi e tentare la serratura. E se anche così non riuscissimo, dovremo incendiare la casa.»

«Non con loro dentro!», scattò Barbee.

«La tua povera Nora!», lo beffò la lupa. «Perché hai lasciato che Sam te la portasse via? A ogni modo ricorreremo al fuoco solo in caso estremo perché le vibrazioni della materia in combustione sono molto nocive. Ora dobbiamo cercare le chiavi.»

Stavano scivolando verso la porta e la camera da letto di Quain e di sua moglie, quando il telefono si mise a squillare, frantumando il silenzio con fulminea violenza.

«Chi può essere l’idiota che telefona a quest’ora?», pensò Barbee.

S’udì nella camera da letto sospirare lamentosamente, poi la voce addor­mentata di Quain. Il prossimo squillo di telefono avrebbe definitivamente svegliato Quain, trasformando lo studio in una trappola mortale per le due creature sotto spoglie di lupo. Ma con un balzo impressionante, la lupa bian­ca era saltata sulla scrivania e, prima che il telefono squillasse di nuovo, con entrambe le zampe anteriori aveva alzato il microfono e ora lo teneva so­speso a mezz’aria. Barbee udì la sottile voce precisa nel microfono chiamare disperatamente:

«Sam? Sono Rowena Mondrick. Sam! Sam Quain, mi senti?».

Nella camera da letto si udì un altro sospiro gemente, e infine la pesante respirazione di Sam Quain riprendere il ritmo regolare, risprofondandolo in un sonno massiccio di sfinimento.

«Nora, sei tu?», insistette la voce sottile, che il terrore rendeva acuta. «Dov’è Sam? Pregalo di chiamarmi, ti prego, Nora. Devo avvertirlo di una cosa... digli che si tratta di Barbee.»

La lupa depose il ricevitore sul tavolo e vi si accucciò accanto, mettendo a nudo le zanne candide, come se volesse stritolarlo, e nei suoi occhi verdi splendeva il fuoco di un odio inestinguibile.

«Ma chi...» La voce nel microfono parve naufragare in un’onda di terrore. «Sam! Nora!... Ma perché non mi rispondete...»

Poi un urlo risuonò nel microfono, così penetrante che Barbee non dubitò che avrebbe svegliato Sam Quain. E infine s’udì nel ricevitore uno scatto, perché Rowena all’altro capo del filo, come in preda al terrore d’una improvvisa rivelazione, aveva riattaccato il microfono. Lasciando il ricevitore sul tavolo, la lupa balzò di nuovo accanto a Barbee con un altro ghigno:

«La vedova di Mondrick! Quella donna sa troppe cose di noi, ha visto trop­po, prima di perdere gli occhi. Ciò che sa potrebbe rendere il contenuto della cassa ancor più pericoloso per noi di quanto già non sia».

Le sue lunghe orecchie si appuntirono ancor di più, ed emise un altro rin­ghio.

«Dovremo occuparci di lei, prima che riesca a comunicare con Quain.»

«Ma non possiamo far del male a una povera cieca!», protestò Barbee. «E poi Rowena è mia amica, e mi vuol bene...»

«Ti vuol bene! Sei ancora troppo ingenuo, Will!...» Ansimava un poco, la lingua le pendeva stanca da un lato delle fauci. «Sei proprio tu, invece, quel­lo che lei vuol tradire.»

Barcollò, dovette accasciarsi sul logoro tappeto dello studio, dove giacque scossa da un lungo tremito.

«April!» E Barbee le sfiorò col muso l’umida punta del naso.

«Siamo in trappola.» La lupa bianca ansimava penosamente. «Ecco per­ché... Quain se n’è andato a letto... lasciando la porta di casa socchiusa. Quella cassa è l’esca... su cui contava. E il suo maledetto contenuto ci uccide lentamente.»

Barbee aveva finito per dimenticarlo. Levò il muso aguzzo per fiutar l’aria. L’odore immondo sembrava essersi attenuato, era quasi gradevole ora. Tor­pidamente, lo fiutò ancora.

«Non respirarlo!», disse la lupa bianca. «È veleno! Quain lo ha lasciato qui per ucciderci!» Si era abbandonata sul pavimento, e lunghi brividi di sof­ferenza passavano come onde sul bel corpo slanciato. «Dobbiamo fuggire subito di qua... e correre dalla tua... cara amica Rowena!»

Poi giacque immobile e muta.

«April!», ululò Barbee. «April!»

La lupa bianca non si mosse nemmeno.

8.

Si adagiò accanto alla lupa. Le esalazioni della cassa si facevano sempre più gradevoli e stupefacenti, quelle esalazioni, misteriose, antichissime, più anti­che della storia, d’una sostanza occulta, rimasta sepolta per millenni sotto le sabbie dell’Ala-shan, insieme con le ossa delle sue vittime.

Barbee aspirò ancora l’aria corrotta, profondamente. Un sonno immenso, meraviglioso, calava su di lui con le nere ali d’un vampiro grande come la notte. Chiuse gli occhi...

Mentre la lupa, in un estremo sforzo di consapevolezza, riapriva i suoi:

«Barbee, svegliati! Lasciami, Barbee, esci di qua... prima di morire!».

La potenza magnetica della sua volontà aveva ormai un tale dominio sulla psiche di Barbee, che il lupo grigio obbedì all’ingiunzione disperata. Si solle­vò sulle zampe malferme e, incapace di lasciarla, la prese per la morbida pelle del collo e lentamente, con uno sforzo gigantesco, la trascinò verso la porta, il più lontano possibile dalle emanazioni della cassa. Ma la porta si era di nuovo ricomposta in una solida barriera di materia compatta.

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