Ben Bova - La vendetta di Orion

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La vendetta di Orion: краткое содержание, описание и аннотация

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Ormai non ci sono dubbi: sotto le spoglie umane di John O’Ryan si nasconde una figura mitica, il leggendario cacciatore Orion. A crearlo è stato l’essere di un lontanissimo futuro che ha scelto di farsi chiamare Ormazd, e che con il suo aiuto intende condurre nel tempo e nello spazio una guerra spietata contro il più acerrimo nemico dell’umanità, Ahriman. Il primo scontro (in Orion, Urania 1038) sembra essersi concluso vittoriosamente, ma in realtà l’intervento di Orion ha causato una frattura nel continuum spazio-temporale, concedendo ad Ahriman e ai suoi neandertaliani un cosmo tutto per loro. Ormazd non ha affatto gradito la cosa e ha deciso di punire Orion strappandogli ciò che ha di più caro, per costringere il cacciatore a riprendere la sua battuta. Questa volta lo scenario-sarà il passato e la posta in gioco il salvataggio di Troia… perché Ormazd è deciso a cambiare addirittura la trama del tempo pur di distruggere definitivamente il suo nemico.

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— Mostralo a Hetepamon — disse il principe — e lo riconoscerà come proveniente dal re. Non potrà rifiutarti nulla, allora.

La nostra armata spiegò le vele e cominciò a risalire il Nilo due giorni dopo. All’esercito che gli Egiziani avevano riunito, si erano aggiunti adesso Menelao e un contingente di guerrieri achei scelti, legati da giuramento ad Aramset. La forza principale dei greci rimase sulla costa, con gli amministratori egiziani che li aiutavano a insediarsi nelle città che avrebbero protetto da allora in poi. Il principe si diresse di nuovo alla capitale, con la sua vittoria pacifica sui Popoli del Mare.

Io andavo su e giù per il ponte, o mi afferravo alle murate come se avessi potuto così far soffiare il vento più forte e far muovere la nave più in fretta, con la sola forza di volontà. Di giorno, sforzavo gli occhi per cogliere il primo bagliore della punta luccicante della grande piramide di Khufu.

Di notte, tentavo di raggiungere l’interno dell’antica tomba trasferendovi il mio corpo. Inutilmente. Il Radioso aveva schermato la piramide troppo bene. Il solo sforzo mentale non poteva penetrare la sua fortezza. La mia unica speranza era che il Sommo Sacerdote di Amon potesse portarmi fisicamente al di là di una porta o di un passaggio, nella gigantesca costruzione.

“Questa sarebbe l’ironia finale” pensai, mentre me ne stavo sdraiato nella mia cuccetta coperto dal sudore dell’inutile fatica, notte dopo notte. “Il Radioso può impedire ai suoi compagni Creatori di penetrare nella sua fortezza, ma può impedire di entrarvi fisicamente a due comuni esseri umani?”

Arrivò infine il giorno in cui oltrepassammo la periferia di Menefer, e la lucente immensità della grande piramide sorse davanti ai nostri occhi.

Convocai Lukka nella mia cabina e gli dissi: — Qualunque cosa accada nella capitale, proteggi il principe. È il tuo padrone, adesso. Forse non mi rivedrai più.

I suoi occhi duri si addolcirono. — Mio signore Orion, non ho mai pensato a un mio superiore come a… a un amico. — Gli mancò la voce.

Gli diedi una pacca sulla spalla. — Lukka, bisogna essere in due per creare un’amicizia. E un uomo con il cuore forte e fedele come il tuo è un tesoro raro. Mi piacerebbe avere un pegno, un ricordo da darti.

Sorrise tristemente. — Ho molti tuoi ricordi, mio signore. Ci hai innalzato dalla polvere all’oro. Nessuno di noi ti dimenticherà mai.

Un ragazzo dell’equipaggio infilò la testa dalla porta aperta della cabina e mi disse che una barca era pronta a portarmi in città. Fui felice dell’interruzione, e anche Lukka. Altrimenti avremmo potuto cadere l’uno nelle braccia dell’altro e metterci a piangere come bambini.

Aramset mi stava aspettando lungo il parapetto della nave.

— Torna da me a Wast, Orion — disse.

— Lo farò se posso, Altezza.

Nonostante la nuova dignità di vero principe con tanto di esercito al suo comando, era pieno di curiosità. — Non mi hai mai detto perché vuoi entrare nella tomba di Khufu.

Sorrisi tra me. — È la più grande meraviglia del mondo. Voglio ammirarne le bellezze.

Ma non era tipo da accontentarsi così facilmente. — Tu non sei un ladro che cerca di depredare i tesori sepolti con il grande Khufu. Le meraviglie che cerchi devono essere altro che oro e gioielli.

— Cerco un dio — risposi onestamente. — E una dea.

I suoi occhi lampeggiarono. — Amon?

— Forse è quello che voi chiamate così. In altre terre ha diversi nomi.

— E la dea?

— Anche lei ha molti nomi. Non so come venga chiamata in Egitto.

Aramset sorrise, e il ragazzo che era in lui fece capolino attraverso la sua serietà da principe. — Per gli dèi! Sono mezzo tentato di venire con te! Mi piacerebbe vedere quello che cerchi.

— Vostra Altezza ha affari più importanti alla capitale — dissi gentilmente.

— Sì, questo è vero — ammise lui con un cipiglio di disappunto.

— Essere l’erede al trono è una pesante responsabilità — dissi. — Solo un vagabondo senza soldi è libero di avere delle avventure.

Aramset scosse la testa fingendo rammarico. — Orion, cosa mi hai fatto? — Il rammarico non era del tutto simulato, mi accorsi.

— Tuo padre ha bisogno di te. Questo grande regno ha bisogno di te.

Lui assentì, con riluttanza, e ci separammo. Vidi Menelao che sbirciava dal ponte mentre scendevo la scala di corda sino alla barca in attesa. Lo salutai con la mano più allegramente possibile. Lui fece un cupo cenno con la testa.

Uno dei vantaggi di una burocrazia gigantesca come quella dell’amministrazione egiziana è che, una volta che si è messa in moto per te, può portarti alla tua meta con la velocità di una macchina ben oliata. Il principe della corona aveva dato un ordine ai burocrati di Menefer: conducete Orion da Hetepamon, Sommo Sacerdote di Amon. E questo fecero, con non comune efficienza.

Fui accolto al molo da un gruppo di quattro uomini, abbigliati con una veste rigida e con il medaglione di rame dei funzionari minori. Mi condussero a un carro trainato da cavalli e ci avviammo per la strada coperta di ciottoli dalla riva del fiume sino al distretto dei templi, nel cuore della vasta città.

I quattro, che per tutto il tragitto scambiarono a malapena qualche parola con me e tra loro, mi guidarono attraverso un labirinto di cortili e di corridoi, finché alla fine mi introdussero, da una porticina, in una stanza di dimensioni modeste, allegramente illuminata dalla luce del sole.

— Il Sommo Sacerdote ti raggiungerà tra poco — disse uno di loro. Poi mi lasciarono solo.

Rimasi a disagio per qualche momento. Non c’erano altre porte nella stanza. Solo tre piccole finestre in fila sullo stesso muro. Mi sporsi dal davanzale di quella centrale, e vidi che c’era un dislivello di circa cento metri dal giardino sottostante. Sulle pareti erano dipinte scene che ritenni a carattere religioso: figure umane dalla testa animale che ricevevano offerte di grano da esseri umani più piccoli. I colori erano brillanti e allegri, come se appena stesi o rinfrescati da poco. C’erano molte sedie intorno ad un tavolo sgombro che sembrava di legno di cedro. Per il resto, la stanza era vuota.

La porta, infine, si aprì, ed io rimasi senza fiato per lo stupore quando l’uomo enormemente obeso entrò ciondolando. Nekoptah! Mi avevano teso una trappola! Il sangue mi pulsava nelle orecchie. Avevo lasciato la mia spada, e persino il pugnale sulla nave. Tutto quello che avevo con me era il medaglione di Amon intorno al collo e l’anello di corniola di Nekoptah, infilato nella cintura.

Lui mi sorrise. Un sorriso piacevole, che sembrava sincero. Poi notai che non portava anelli, né collane, né nessun altro gioiello. Il suo viso non era truccato. Aveva un’espressione amichevole, aperta, e curiosa; come se mi vedesse per la prima volta, come se fossi un estraneo.

— Sono Hetepamon, Sommo Sacerdote di Amon — disse. Anche la voce sembrava quasi la stessa. Ma non del tutto.

— Io sono Orion — risposi, quasi intontito per la sorpresa e lo stupore. — Ti porto i saluti del principe Aramset.

Era grasso quanto Nekoptah. Gli somigliava così tanto che avrebbe potuto essere…

— Stai pure comodo — disse Hetepamon. — Questo è un incontro informale. Non c’è bisogno di cerimonie.

— Tu… — Non sapevo come dirlo senza apparire sciocco. — Tu rassomigli…

— Al Sommo Sacerdote di Ptah. Sì, lo so. È normale: siamo gemelli. Io sono il più vecchio, di qualche battito cardiaco.

— Fratelli? — E compresi che era vero. Lo stesso viso, gli stessi lineamenti, lo stesso corpo orribilmente elefantino. Ma mentre Nekoptah trasudava oscura e intrigante malvagità, Hetepamon sembrava in pace con se stesso, innocente, sereno, quasi gioviale.

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