Ben Bova - La vendetta di Orion

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La vendetta di Orion: краткое содержание, описание и аннотация

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Ormai non ci sono dubbi: sotto le spoglie umane di John O’Ryan si nasconde una figura mitica, il leggendario cacciatore Orion. A crearlo è stato l’essere di un lontanissimo futuro che ha scelto di farsi chiamare Ormazd, e che con il suo aiuto intende condurre nel tempo e nello spazio una guerra spietata contro il più acerrimo nemico dell’umanità, Ahriman. Il primo scontro (in Orion, Urania 1038) sembra essersi concluso vittoriosamente, ma in realtà l’intervento di Orion ha causato una frattura nel continuum spazio-temporale, concedendo ad Ahriman e ai suoi neandertaliani un cosmo tutto per loro. Ormazd non ha affatto gradito la cosa e ha deciso di punire Orion strappandogli ciò che ha di più caro, per costringere il cacciatore a riprendere la sua battuta. Questa volta lo scenario-sarà il passato e la posta in gioco il salvataggio di Troia… perché Ormazd è deciso a cambiare addirittura la trama del tempo pur di distruggere definitivamente il suo nemico.

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Provavo un’amara soddisfazione nel depistare i perfidi progetti di Nekoptah contro lui stesso. Il grassone si era lasciato prendere la mano, come succede prima o poi a tutti i cospiratori. Mandando il principe Aramset in quella spedizione, aveva pensato di eliminare l’unico concorrente al trono d’Egitto. Ma era proprio Aramset la chiave del mio contrattacco. Seguii il piano di Nekoptah alla lettera, tranne che per un dettaglio: Menelao e gli altri Achei avrebbero giurato fedeltà al futuro sovrano, e non al primo ministro. Ma solo la vendetta finale, il trionfo contro il Radioso, mi avrebbe dato piacere. E vedevo sempre più vicino quel momento, il momento ultimo in cui l’avrei distrutto completamente.

Che buffo, mi dicevo. Ero entrato in quel mondo come un thes, inferiore anche a uno schiavo. Ero diventato guerriero, poi comandante militare, poi guardiano e amante di una regina. Ora mi preparavo a creare un re, e a decidere chi avrebbe governato il Paese più ricco e più potente della terra. Io, Orion, avrei strappato il potere dalle dita ingioiellate dell’infido Nekoptah e l’avrei rimesso al suo posto: nelle mani del principe della corona.

Sulle prime Aramset mi ascoltò con freddezza, quando condussi Menelao alla nave, ormeggiata a un giorno di marcia dalla costa. Ma quando vide chiaro nel mio disegno, quando si rese conto che gli stavo offrendo non solo una soluzione al problema dei Popoli del Mare ma anche un modo per eliminare Nekoptah, accolse rapidamente le mie idee, e anche con calore. Le spie del Sommo Sacerdote infestavano ancora l’esercito e il seguito del principe, ma con Lukka e i suoi Ittiti a proteggerlo, Aramset era abbastanza al sicuro. E il vecchio, burbero generale Raseti era fedele al principe, nonostante il suo borbottare. La stragrande maggioranza dell’esercito l’avrebbe seguito, se fosse nata una crisi. Gli emissari di Nekoptah erano pochi di numero e impotenti contro la lealtà dell’esercito. Il primo ministro doveva usare furtività e astuzia per raggiungere i suoi scopi; le sue armi erano la menzogna e l’assassinio, non soldati che combattevano faccia a faccia alla luce del sole.

Aramset ricevette il re di Sparta con solenne dignità. Niente risatine o nervosismo giovanile. Sedeva su un trono improvvisato sul ponte di poppa della nave reale, sotto una tenda a strisce di colore brillante, con vesti sfarzose e la strana doppia corona delle Due Terre, il volto atteggiato a un’espressione rigidamente impassibile, come le statue di suo nonno.

Da parte sua, Menelao fece una splendida figura, con la sua armatura di filigrana d’oro sfolgorante come il sole stesso, la barba scura e i capelli ricci luccicanti d’olio. Altri quattordici signori achei venivano dietro di lui. Con le armature sfavillanti e gli elmi piumati, le barbe scure e le braccia segnate di cicatrici, apparivano selvaggi e feroci vicino ai raffinati Egiziani.

La nave rigurgitava di uomini: il seguito del principe, soldati, dignitari delle città costiere, funzionali governativi. Quasi tutti indossavano lunghe vesti ed erano nudi sino alla vita, tranne che per i medaglioni della loro carica. Sapevo che alcuni di loro erano spie di Nekoptah, ma lasciai che riferissero al loro grasso padrone che il principe della corona aveva risolto il problema dei Popoli del Mare senza spargimento di sangue. Il mio solo rimpianto era di non poter vedere la faccia truccata del primo ministro contorcersi d’ira alla notizia.

Gli scribi ufficiali sedevano ai piedi del principe, prendendo nota di ogni parola che veniva detta. Alcuni disegnatori, appollaiati da tutte le parti, immortalavano quel momento con schizzi febbrili su fogli di papiro. Molte altre navi si stringevano in cerchio intorno a noi, anch’esse piene di gente decisa a presenziare a quell’importantissimo evento. Anche la spiaggia era affollata, di uomini, donne e persino bambini provenienti da molte città. Lukka era in piedi dietro il trono del principe, con le labbra serrate per evitare di sorridere. Gli piaceva stare più in alto di Menelao.

Io mi trovavo di lato rispetto all’assemblea, e ascoltavo il re di Sparta che recitava fedelmente il copione che avevo scritto per lui. Gli altri signori achei, appena arrivati dalle loro inquiete terre con le mogli e le famiglie, continuavano a muoversi a disagio nel caldo del sole che si alzava. La conversazione tra il principe egiziano e lo spodestato sovrano acheo occupò la maggior parte di un lungo mattino. In breve, Menelao prometteva che tutti gli Achei sarebbero stati fedeli al principe Aramset e, attraverso di lui, al re Merenptah. A sua volta, Aramset promise agli Achei terra e case; in nome del re, naturalmente. La loro terra sarebbe stata lungo le coste, e gli Achei avrebbero dovuto proteggerla dalle incursioni nemiche. I Popoli del Mare erano stati assorbiti dal Regno delle Due Terre. I ladri si erano trasformati in poliziotti.

— Pensi che davvero proteggeranno le coste? — mi chiese Aramset mentre i servi gli toglievano gli abiti da cerimonia.

Eravamo nella sua cabina piccola, bassa e soffocante nel caldo di mezzogiorno. Sentivo il sudore che mi colava giù per la mascella e le gambe. Invece, il giovane principe sembrava a suo agio in quel forno soffocante.

— Dandogli terra e case — risposi riprendendo un argomento di cui si era già discusso mille volte — eliminiamo la ragione d’essere delle loro razzie. Non hanno altro posto dove andare, e temono i barbari che li invadono da nord.

— Penso che mio padre sarà contento di me.

Sapevo che stava esprimendo una speranza, più che una certezza.

— Nekoptah invece no.

Lui rise mentre gli ultimi indumenti gli cadevano di dosso lasciandolo con il solo perizoma attorno ai fianchi.

— Mi occuperò io di Nekoptah — disse allegramente. — Ho il mio esercito personale, adesso.

I servi addetti alla vestizione se ne andarono e ne arrivarono altri portando acqua gelata e ciotole di frutta.

— Preferisci del vino, Orion?

— No, l’acqua andrà bene.

Aramset prese un piccolo melone e un coltello. Mentre cominciava a farlo a fette, chiese: — E tu, amico mio? Mi preoccupi.

— Io?

Mi guardò. — Sei disposto a rinunciare alla bella signora?

— È la moglie legittima di Menelao.

Aramset sorrise. — L’ho vista, sai. Io non la lascerei andare. Non volontariamente.

Sentendomi a disagio, preferii tacere. Come potevo spiegargli dei Creatori e della dea che speravo di riportare in vita? Come potevo spiegargli dell’infelicità che cresceva dentro di me, della riluttanza a perdere quella donna che aveva condiviso la mia vita per tanti mesi, che mi aveva offerto il suo amore? Il silenzio fu il mio rifugio.

Scrollando le spalle, Aramset disse: — Se non vuoi parlare di donne, cosa mi dici a proposito della ricompensa?

— Ricompensa, Vostra Altezza?

— Mi hai reso un grande servizio. Hai reso al mio popolo un grande servizio. Che ricompensa vuoi? Dillo e sarà tua.

Ci pensai appena per un istante. — Permettetemi di entrare nella grande piramide di Khufu.

Per un momento Aramset non disse nulla. Poi, increspando leggermente le labbra, rispose: — Potrebbe essere difficile. In realtà è la provincia del gran sacerdote di Amon…

— Hetepamon — dissi.

— Lo conosci?

— Nekoptah mi ha detto il suo nome. Dovevo riportarlo a Wast con me, se fossi sopravvissuto alla trappola con Menelao.

D’impulso, Aramset balzò in piedi e corse alla cassapanca sul lato opposto della cabina. Sollevò il coperchio e rovistò tra mucchi di abiti finché non trovò un piccolo medaglione d’oro attaccato a una lunga catena.

— Qui c’è l’occhio di Amon — mi disse. Vidi un emblema inciso nell’oro. — Me l’ha dato mio padre prima di… diventare devoto a Ptah.

Prima di diventare dipendente dalle droghe che Nekoptah gli somministrava, tradussi tra me.

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