Il Sommo Sacerdote mi stava sorridendo. Ma quando mi avvicinai mi scrutò in viso, stringendo forte gli occhi. La sua espressione amichevole si affievolì. Sembrava preoccupato.
— Per favore, spostati dal sole in modo che possa vederti meglio. — La sua voce tremava leggermente.
Io mi spostai, e lui mi venne più vicino. I suoi occhi si spalancarono, e una sola parola gli uscì in un sussurro dalla bocca aperta.
— Osiride!
Hetepamon cadde in ginocchio e premette la fronte sulle mattonelle del pavimento.
— Perdonami, grande signore, per non averti riconosciuto prima. La tua sola figura avrebbe dovuto essere un indizio sufficiente, ma i miei occhi mi stanno abbandonando e so di non essere degno di trovarmi alla tua divina presenza…
Continuò a balbettare per vari minuti prima che riuscissi a farlo alzare e a metterlo a sedere. Sembrava sul punto di svenire: il viso era color cenere, le mani tremanti.
— Io sono Orion, un viaggiatore di una terra lontana. Servo il principe della corona. Non so niente di un uomo di nome Osiride.
— Osiride è un dio — disse Hetepamon ansimando, le mani paffute premute sul petto che si sollevava. — Ho visto il suo ritratto nelle antiche incisioni all’interno della piramide di Khufu. È il tuo viso!
Pian piano lo feci calmare e feci in modo che si rendesse conto che ero un essere umano, non un dio venuto a punirlo per qualche immaginaria mancanza. La sua paura svanì, a poco a poco, mentre insistevo che, se somigliavo tanto al ritratto di Osiride, significava che gli dèi desideravano che lui mi aiutasse.
Hetepamon mi ascoltò, poi mi spiegò che Osiride, dio della vita, della morte e del rinnovamento, prendeva spesso forma umana.
Era stato il primo re del genere umano, mi disse, colui che l’aveva liberato dalla barbarie e aveva insegnato le arti del fuoco e dell’agricoltura. Vecchi ricordi si agitavano dentro di me: vidi una misera manciata di uomini e donne lottare contro il freddo perpetuo di un’era glaciale; vidi una banda di cacciatori del neolitico imparare penosamente a piantare le messi. Ero stato io. Io avevo dato loro il fuoco e l’agricoltura.
— Osiride, nato dalla Terra e dal Cielo, fu slealmente assassinato da Tifone, il signore del male — continuava Hetepamon con voce uniforme e leggermente sussurrante, quasi come in trance. — Sua moglie Aset, che lo amava oltremisura, si adoperò per riportarlo alla vita.
Ero vissuto lì in un’età precedente? Non ne avevo alcun ricordo, però poteva essere accaduto.
Sforzandomi di apparire calmo, dissi a Hetepamon: — Io servo gli dèi della mia lontanissima terra, che possono essere gli stessi che venerate qui in Egitto con nomi diversi.
Il grasso sacerdote chiuse gli occhi, come se avesse ancora paura di guardarmi. — Gli dèi hanno grandi poteri e possono agire molto al di là della nostra capacità di comprensione.
— Abbastanza vero — fui d’accordo, aggiungendo silenziosamente che un giorno li avrei compresi interamente, o sarei morto per sempre.
Hetepamon aprì gli occhi e tirò un grande, profondo respiro, pesantemente roco. — Come posso aiutarti, mio signore?
Guardai nei suoi occhi scurissimi e vidi vera paura, vero timore reverenziale. Non aveva discusso quando gli avevo detto che ero mortale, ma era tuttora convinto di aver ricevuto la visita del dio Osiride. Forse era così.
— Devo entrare nella grande piramide. Cerco… — Esitai. “Non ha senso fargli venire un infarto” pensai. — Cerco il mio destino.
— Sì — disse. — La piramide si trova davvero al centro esatto del mondo. Forse è il luogo del destino di tutti noi.
— Quando possiamo farlo?
Si morse il labbro inferiore per un momento. La sua rassomiglianza con Nekoptah mi metteva ancora leggermente a disagio.
— Entrare nella grande piramide significherebbe una cerimonia formale, una processione, preghiere e sacrifici che richiederebbero giorni o settimane di preparazione.
— Non c’è modo di farlo senza tutta questa cerimonia?
Annuì lentamente. — Sì, se lo desideri.
— Lo desidero.
Hatepamon chinò la testa in un tacito consenso. — Dovremo aspettare sino a dopo il tramonto del sole — disse.
Passammo la giornata guadagnando lentamente fiducia l’uno nell’altro. Pian piano superai la sensazione che lui fosse Nekoptah travestito, e, a poco a poco, Hetepamon si trovò più a suo agio, anche se ancora sospettava che io potessi essere un dio sotto mentite spoglie. Mi fece visitare il vasto tempio di Amon, dove i grandi corridoi e le loro colonne si levavano più in alto degli alberi, dove le storie della creazione, del diluvio e dei contatti tra uomini e dèi erano incise sui muri in immagini e geroglifici.
Una delle cose che mi convinse che il sacerdote era davvero un gemello di Nekoptah fu la sua assurda abitudine di masticare continuamente piccole noci scure. Ne portava una piccola sacca appesa alla cintura e vi infilava continuamente le dita simili a prosciutti. I suoi denti erano sgradevolmente macchiati, a forza di masticarle. Nekoptah, aveva altri vizi, ma questo no.
Hetepamon mi raccontò la storia di Osiride e della sua sposa-sorella Aset, che gli Achei chiamavano Iside. Osiride era tornato dagli inferi e dalla morte stessa per stare con lei, tanto era l’amore tra loro. Gli Egiziani vedevano Osiride nella scomparsa del sole, alla fine di ogni giorno, e nell’avvicendarsi delle stagioni durante l’anno: la morte che viene seguita inevitabilmente da una nuova vita.
Io ero morto molte volte, ed ero rinato sempre. Potevo riportare in vita la mia Atena? La leggenda non diceva nulla della sua fine.
— Questi non sono veri ritratti degli dèi — mi disse Hetepamon mentre ci trovavamo di fronte a un mastodontico bassorilievo che occupava un’intera parete del tempio principale. La sua voce rimbombava tra le ombre. — Le loro fattezze umane sono semplici forme idealizzate.
Io annuii mentre osservavo i ritratti sereni di dèi e, più in piccolo, di re morti da tempo.
Avvicinandosi tanto da farmi sentire l’odore delle noci nel suo alito, mi sussurrò con tono confidenziale: — Alcuni dei volti degli dèi, in realtà, sono stati disegnati prendendo a modello quelli dei re. Oggi lo considereremmo blasfemo, un tempo la gente credeva che gli stessi re fossero dèi.
— Adesso non lo credono più? — chiesi.
Scosse le guance grasse. — Il re è il rappresentante degli dèi sulla Terra, il mediatore tra gli dèi e gli uomini. Diventa un dio quando muore ed entra nell’altro mondo.
— Perché tuo fratello ti vuole in suo potere? — chiesi improvvisamente, seccamente, senza preamboli.
— Mio fratello… ? Cosa stai dicendo?
Gli mostrai l’anello di corniola di Nekoptah e dissi: — Mi ha ordinato di portarti alla capitale. Dubito che avesse in mente un incontro fraterno.
Hetepamon impallidì. La voce quasi gli mancò. — Lui… ti ha ordinato…
Io aggiunsi. — Va dicendo al re che vuoi reinstaurare l’eresia di Akhenaten.
Pensai che il sacerdote sarebbe caduto su uno dei suoi grassi fianchi, proprio lì, sul pavimento di pietra del tempio.
— Ma questo non è vero! Io sono fedele ad Amon e a tutti gli dèi!
— Nekoptah ti vede come una minaccia — dissi.
— Vuole affermare il culto di Ptah come il più importante di questa terra, e se stesso come uomo più potente del regno.
— Sì, ci credo. — Non dissi niente a proposito del principe Aramset.
— Ha sempre avuto cattivi sentimenti nei miei confronti — mormorò tristemente Hetepamon — ma non pensavo che mi odiasse tanto da volerla… fare finita con me.
— È molto ambizioso.
— E crudele. Sin da quando eravamo ragazzi, gli piaceva infliggere dolore.
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