Feci una mossa impercettibile con la testa, come per dire
« può darsi » o « se lo dici tu… ». Volevo che continuasse a parlare.
— Chi c’era, lì? — domandò.
Sapeva di lei!
— Nessuno. Chi poteva esserci? — risposi.
— Perché non mi hai lasciato entrare?
Sorrisi. — Perché ero spaventato. Dopo il tuo ammonimento, quando si è mossa la maniglia, l’ho trattenuta istintivamente. Perché non mi hai detto che eri tu? Ti avrei fatto entrare.
— Pensavo fosse Sartorius — rispose incerto.
— E allora?
— Cosa ne pensi di quel che è successo là dentro? — ribatté, opponendo domanda a domanda.
Esitai. — Devi saperlo meglio di me. Dov’è lui?
— Nel frigo — rispose prontamente. — L’abbiamo portato stamani, subito… tenuto conto del caldo.
— Dove l’hai trovato?
— Nell’armadio.
— Nell’armadio? Era morto?
— Il cuore batteva ancora, ma non respirava. Era agonizzante.
— Hai cercato di salvarlo?
— No.
— Perché?
Esitò. — Non ho fatto in tempo. E’ morto prima che riuscissi a stenderlo in terra.
— Era in piedi nell’armadio? Tra le tute?
— Sì.
Si avvicinò a una piccola scrivania in un angolo e ne prese un foglio di carta. Me lo porse.
— Ho steso un verbale provvisorio — mi disse. — E’ un bene che tu abbia perquisito la sua camera. Causa della morte…
Iniezione di una dose mortale di Pernostal. Sta scritto lì…
Scorsi rapidamente il breve testo.
— Suicidio… — ripetei piano. — Qual è la causa?
— Esaurimento… depressione… chiamalo come vuoi. Ne sai più di me.
— So solo ciò che vedo — risposi, e lo guardai negli occhi.
Di sotto in su, poiché era in piedi davanti a me.
— Che cosa vuoi dire, con questo? — mi domandò tranquillamente.
— Si è iniettato il Pernostal e si è nascosto nell’armadio. Sì?
Quindi non era depressione, non era esaurimento, ma un’acuta psicosi. Paranoia… certamente gli sembrava di vedere qualcosa… — dissi lentamente, guardandolo negli occhi.
Si allontanò verso il quadro di comando della radio e ricominciò a gingillarsi con le manopole.
— Qui c’è la tua firma — ripresi dopo un lungo silenzio. — E Sartorius?
— E’ nel laboratorio. Te l’ho già detto. Non si fa vedere.
Fino a… suppongo che…
— Che cosa?
— Che si sia chiuso dentro.
— Si è chiuso dentro? Ah, si è chiuso. Forse si è barricato?
— Forse.
— Snaut… — gli dissi — c’è qualcun altro nella stazione.
— L’hai visto?
Aveva inclinato la testa e mi osservava.
— Mi hai messo in guardia tu. Contro chi? Sono allucinazioni?
— Che cosa hai visto?
— E’ una persona, vero?
Taceva. Si voltò verso la paratia, come se non volesse mostrare la faccia. Tamburellò con le dita sulla lastra metallica.
Osservai le sue mani. Sulle nocche non c’erano più tracce di sangue. Di colpo ebbi un’idea brillante.
— Questa persona è reale — dissi piano, quasi bisbigliando, come se gli stessi rivelando un segreto che non doveva essere udito da altri. — E’ vero? Si può… toccarla. Si può… ferirla.
Oggi stesso l’hai vista, l’ultima volta che è passata nel corridoio.
— Come lo sai? — Non si girò. Continuava a stare fermo davanti alla parete, sfiorandola col petto, mentre io parlavo alle sue spalle.
— Prima del mio atterraggio… poco prima…
Si contrasse, come fulminato. Si voltò e vidi i suoi occhi sbarrati. — Tu! — disse. — Chi sei tu?
Sembrava quasi che volesse saltarmi addosso. Questo non me l’aspettavo. La situazione si era capovolta. Non credeva che fossi colui che dicevo di essere? Che cosa significava?
Mi guardava, atterrito. Alienazione mentale? Intossicazione?
Tutto era possibile. Ma avevo visto quella creatura: dunque, anch’io… oppure…?
— Chi era? — domandai.
Queste parole lo calmarono. Mi scrutò ancora un istante, come se non riuscisse a credermi. Già prima che aprisse bocca, sapevo di aver fatto un passo falso, e che non mi avrebbe risposto.
Lentamente sedette sulla sua poltrona, prendendosi la testa tra le mani.
— Quel che succede qui… — disse piano. — Delirio…
— Chi era? — domandai ancora una volta.
— Se non lo sai… — borbottò.
— Allora?
— Allora niente.
— Snaut — dissi — siamo sufficientemente lontani da casa.
Cerchiamo di giocare a carte scoperte. E’ già tutto così complicato.
— Che cosa vuoi?
— Che tu mi dica chi hai visto.
— E tu? — chiese con diffidenza.
— Mi ostacoli. Io ti dirò tutto e anche tu me lo dirai. Puoi essere sicuro che non ti prenderò per matto, poiché so…
— Per matto? Mio Dio — cercò di sorridere. — Non hai capito niente, amico, proprio niente… Quella sarebbe una liberazione! Se avesse pensato che si trattava di pazzia, non avrebbe fatto quel che ha fatto. Vivrebbe…
— Allora, ciò che hai scritto nella relazione è falso?
— Ma certo!
— Perché non scrivi la verità?
— Perché…? — ripeté.
Cadde il silenzio. Di nuovo brancolavo nel buio, non capivo niente; per un momento avevo pensato di riuscire a convincerlo che, con la buona volontà di entrambi, saremmo riusciti a risolvere l’enigma. Perché non voleva parlare?
— Dove sono gli automi? — domandai.
— Nei magazzini. Li abbiamo chiusi lì tutti, eccetto quelli in servizio all’aeroporto.
— Perché?
Di nuovo non rispose.
— Non vuoi dirmelo?
— Non posso.
C’era, in questo, qualcosa che non riuscivo ad afferrare.
Forse era meglio andare da Sartorius? Mi ricordai del foglietto, che subito mi parve della massima importanza.
— Come ti immagini il nostro lavoro in queste condizioni? — domandai.
Alzò le spalle con indifferenza. — Che importanza può avere?
— Ah, è così? Allora, che cosa pensi di fare?
Rimase muto. Nel silenzio si udirono dei passi di piedi nudi. Tra strumenti plastificati e nichelati, tra gli alti stipi pieni di congegni elettronici, vetri, apparecchi di precisione, quell’eco attutita di un passo indolente suonava come lo scherzo di qualche mattoide. I passi si avvicinavano. Mi alzai, guardando con la massima attenzione Snaut. Tendeva l’orecchio, con gli occhi socchiusi, ma non sembrava spaventato. Allora non era di lei che aveva paura?
— Da dove salta fuori? — domandai. Indugiava a rispondermi. — Non vuoi dirmelo?
— Non lo so.
— Bene.
Il rumore di passi si allontanò e si spense.
— Non mi credi? — disse. — Ti do la mia parola che non lo so.
In silenzio aprii l’armadio delle tute spaziali e cominciai a spostarle, spingendo da parte gli involucri pesanti e vuoti.
Come mi aspettavo, trovai appese ad alcuni ganci le pistole a gas, che servivano a muoversi in condizioni di assenza di gravità. Non erano un granché, ma pur sempre armi. Meglio di niente. Controllai il caricatore e misi a tracolla le cinghie della fondina.
Snaut mi guardava attento. Mentre regolavo la lunghezza della cinghia, mostrò in un sorriso sarcastico i denti gialli.
— Buona caccia — disse.
— Grazie mille — replicai avviandomi verso la porta. Si alzò dalla poltrona.
— Kelvin!
Lo guardai. Non sorrideva più. Non ricordavo di avere mai visto una faccia così stanca.
— Kelvin, non è… io… veramente, non posso.
Aspettai che mi dicesse ancora qualcosa, ma muoveva solo le labbra senza che ne uscisse alcun suono.
Mi girai e uscii, senza una parola.
Il corridoio era vuoto. All’inizio correva dritto, poi svoltava a destra. Non ero mai stato nella stazione, ma per sei settimane, sulla Terra, avevo vissuto per addestramento all’interno di una sua ricostruzione che si trovava nell’Istituto. Sapevo dove portava la scaletta d’alluminio. La biblioteca non era illuminata. Trovai l’interruttore a tentoni. Il primo volume dell’ Annuario di Solaristica con l’Appendice, non c’era. Controllai nel registro la posizione del libro: era da Gibarian, e così pure il Piccolo apocrifo .
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