Osservavo sulla carta gli immensi emisferi, dipinti in diversi toni di viola e di azzurro, e fui sopraffatto, come poche altre volte nella vita, da un senso di stupore, lo stesso di quando, da ragazzo, ero venuto a conoscenza per la prima volta dell’esistenza di Solaris. Non so come, l’ambiente in preda al caos, l’inquietante mistero intorno alla morte di Gibarian, il mio stesso futuro, mi apparivano a un tratto insignificanti e non me ne curavo, immerso nella contemplazione di quell’enigma, sconvolgente per un essere umano.
I punti più interessanti del pianeta vivente portavano il nome dei ricercatori che ne avevano condotto la prima esplorazione. Stavo ispezionando l’affioramento di Texhall che lambisce gli arcipelaghi subequatoriali, quando ebbi la sensazione di uno sguardo posato su di me.
Ero ancora chino sulla mappa, ma già non la vedevo più, ero come paralizzato. La porta, di fronte a me, era barricata dai contenitori, ai quali avevo aggiunto uno stipetto. «Dev’essere un automa» pensai, sebbene non ne avessi trovato alcuno, nella camera, né potesse essere entrato senza essere visto. La pelle della nuca e delle spalle cominciava a scottare, sentivo il peso insopportabile di quello sguardo fisso.
Non mi accorsi che sotto quella pressione mi stavo appoggiando sempre più forte al tavolo, che cominciò a scivolare in avanti. Quel movimento fu una specie di liberazione. Mi girai di scatto.
La stanza era vuota. Dinanzi a me si apriva solo il buio della finestra semicircolare. La sensazione di una presenza non svaniva. Le tenebre mi osservavano, immense, informi, cieche, senza limiti. Nessuna stella rischiarava l’oscurità di là dai vetri. Tirai le tende. Ero alla stazione da meno di un’ora ma cominciavo a capire che vi si verificavano casi di mania di persecuzione. Collegai involontariamente questo pensiero alla morte di Gibarian. Avendolo conosciuto, avevo creduto fino a quel momento che nulla potesse offuscare la sua mente. Non ne ero più molto sicuro.
Ero in piedi accanto al tavolo, nel mezzo della camera. Si calmava l’affanno e sentivo che il sudore della fronte si raffreddava. Che cosa mi era venuto in mente un attimo prima?
Ah, ecco: gli automi. Era molto strano che non ne avessi incontrati. Dov’erano spariti? L’unico col quale, a distanza, avevo avuto un contatto, era la guida automatica per l’assistenza dei voli in arrivo. E gli altri?
Guardai l’orologio. Era ora di tornare da Snaut.
Uscii. Il corridoio era scarsamente illuminato da esili tubi fluorescenti che correvano sul soffitto. Oltrepassai due porte e raggiunsi quella su cui era scritto il nome di Gibarian. Vi sostai a lungo davanti. L’intera stazione era immersa nel silenzio. Afferrai la maniglia. Veramente, non avevo intenzione d’entrare. Ma cedette, e la porta si socchiuse su uno spiraglio dapprima nero, poi si accesero delle lampade. Chiunque fosse passato nel corridoio mi avrebbe notato. Attraversai la soglia di scatto e chiusi la porta alle mie spalle, silenziosamente ma con fermezza. Mi voltai. Stavo con la schiena quasi appoggiata alla porta. La camera era più grande della mia, con una finestra panoramica velata per tre quarti da una tenda celeste a fiorami rosa, probabilmente portata dalla Terra.
Lungo le pareti si alternavano scaffali di biblioteca e stipetti, gli uni e gli altri verniciati di verde chiaro con riflessi metallizzati argentei. Gli oggetti che in precedenza vi erano riposti si trovavano adesso per terra, in cumuli, tra sedie e poltrone.
Due piccoli tavolini a rotelle mi sbarravano il passo, sepolti sotto mucchi di pubblicazioni che i portariviste stracolmi non riuscivano più a contenere. Alcuni libri aperti avevano le pagine macchiate dai liquidi usciti da provette sbreccate e da boccette dai tappi corrosi: recipienti di vetro d’un tale spessore che non si sarebbero rotti per una semplice caduta, anche da notevole altezza. Sotto la finestra c’era una scrivania, ma era stata ribaltata su un fianco e adesso schiacciava una lampada da lavoro, dal lungo braccio snodabile, nei cassetti semiaperti erano incastrate due gambe di uno sgabello.
Una vera marea di carte, di fogli e foglietti manoscritti copriva il pavimento. Riconobbi la scrittura di Gibarian. Nel raccogliere alcuni fogli alla rinfusa, mi accorsi che il mio braccio produceva un’ombra doppia.
Mi voltai. Sembrava che la tenda avesse preso fuoco: avvampava per una linea tagliente d’incandescenza azzurra che si allargava velocemente. Scostai la stoffa e l’incendio abbagliante mi colpì dritto negli occhi.
Il sole occupava un terzo dell’orizzonte. Spingeva via, dinanzi a sé, legioni d’ombre spettrali generate nel cavo delle onde, che si allungavano verso la stazione. Era l’alba. Dopo un’ora di notte, in quella zona sorgeva il sole azzurro del pianeta. Un relais spense le luci del soffitto mentre tornavo ai fogli che avevo lasciato.
Mi capitò sott’occhio la descrizione sommaria di un esperimento progettato tre settimane prima: Gibarian pensava di sottoporre il plasma a un’azione fortissima di raggi X. Capii, dal contesto, che era destinata a Sartorius, il quale avrebbe dovuto provvedere all’attuazione; quella che avevo in mano era una copia. I fogli di carta bianca cominciavano ad abbagliarmi. Il giorno nascente era diverso da quello che l’aveva preceduto. Sotto il cielo arancione del sole meno caldo, l’oceano, tinto di lucentezza sanguigna, era quasi sempre coperto da una caligine rossastra che fondeva in un tutt’uno le onde, le nuvole e il firmamento. Ora tutto ciò era sparito.
Benché filtrata dalla stoffa a fiorami rosa, quella luce ardeva come una potente lampada al quarzo. Le mie braccia abbronzate parevano grigie. La camera era interamente cambiata, tutto ciò che aveva avuto una sfumatura rossa diventava d’un marrone smorto, color fiele, mentre gli oggetti bianchi, verdi e gialli, ravvivati, sembravano brillare di luce propria.
Socchiudendo gli occhi mi arrischiai a gettare uno sguardo dallo spiraglio delle tende: il cielo era un mare di fuoco bianco; sotto di esso, l’oceano tremolava e si muoveva come metallo fuso. Abbassai le palpebre; nel mio campo visivo si allargavano due cerchi rossi. Sul ripiano del lavandino (che aveva un bordo sbreccato) trovai un paio di occhiali scuri e li infilai; mi coprivano quasi mezza faccia. La tenda della finestra ardeva come una lampada a vapori di sodio. Lessi ancora i fogli, raccogliendoli dal pavimento e disponendoli in ordine sull’unico tavolino non rovesciato. Mancava una parte di testo.
Poi trovai le relazioni sugli esperimenti eseguiti. Ne ricavai che l’oceano era stato sottoposto ai raggi per quattro giorni, in un punto a duemila chilometri a nordest dalla posizione attuale. Rimasi sbalordito, poiché l’uso dei raggi X era vietato dall’ONU per i loro effetti letali, ed ero assolutamente sicuro che nessuno avesse trasmesso alla Terra una richiesta di autorizzazione per quel genere di esperimenti. A un certo punto, alzando il capo, vidi la mia immagine nello specchio di un’anta socchiusa, un viso cereo con gli occhiali scuri.
Anche la camera era strana, tutta riflessi bianchi e azzurri.
Dopo qualche minuto si udì un cigolio prolungato, perché all’esterno le saracinesche a chiusura ermetica si abbassavano sulla finestra; l’interno si oscurò e si accese una luce artificiale, stranamente pallida. Ora la temperatura cominciava ad aumentare, nonostante il normale ronzio dei condizionatori fosse salito fino a un miagolio. L’impianto di raffreddamento della stazione lavorava a pieno regime. Tuttavia l’opprimente calore cresceva.
Udii un rumore di passi. Qualcuno avanzava nel corridoio.
In due salti silenziosi fui dietro la porta. I passi rallentarono e si fermarono. Il nuovo venuto era adesso immobile al di là dell’uscio. La maniglia si abbassò piano; senza pensarci, automaticamente, la afferrai dalla mia parte e la fermai. Lo sforzo non aumentò, ma nemmeno diminuì. Anche quel «qualcuno» dall’altra parte della porta restava in silenzio, forse sconcertato. Tenemmo la maniglia per un bel po’. Poi a un tratto mi scattò in mano e si rialzò silenziosamente, e un rumore lieve che si spegneva mi disse che l’altro se n’era andato. Rimasi ancora ad ascoltare, ma tutto era silenzio.
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