Spìcciola si aggirò nervoso sui gradini, annusando come se avesse voluto tirarseli su nel naso, anche se erano di marmo. Annusò per un bel pezzo, perché voleva essere ben sicuro. In realtà, aveva già riconosciuto l'odore delle suole sfondate di Francesco.
— Ti abbiamo ritrovato, finalmente — gongolava dentro di sé.
— Dunque? — sbottò infine Mezzabarba che non stava più nel veliero dall'impazienza.
— È Francesco — sentenziò Spìcciola.
— Urrà, corpo di mille balene a cavallo!
Chissà che cosa intendeva il capitano Mezzabarba, inneggiando alle balene a cavallo, che non esistono e non esisteranno mai. Nel suo entusiasmo, egli non sapeva più quello che si dicesse.
Anche il Monumento era felice. Lo si sentiva ridere, lassù, lassù, in alto nella neve e nella notte, e la risata scendeva giù per le zampe del cavallo facendole tremare.
— Bene, perbacco — diceva il Monumento — bene, benone, arcibenissimo.
Il Colonnello dei bersaglieri decise di festeggiare l'avvenimento con un concertino della sua fanfara. E allora successe un'altra cosa straordinaria. Quando le trombe dei bersaglieri attaccarono una delle loro indiavolate marcette, le zampe di bronzo si staccarono dal piedistallo del Monumento e fecero un magnifico balletto.
Le bambole applaudirono, saltando dalle carrozze. Saltarono a terra tutti quanti: soldati, indiani, cow-boys, ferrovieri, ognuno si prese una bambola per ballare. Ma la Bambola Nera non ballò, perché il Pilota Seduto non poteva invitarla, e lei non poteva ballare con nessun altro.
— Bravi, bravissimi — approvava il Monumento, col suo vocione di bronzo — mi sembra il 25 aprile!
Spìcciola, però, non perdeva d'occhio la pista. Anzi, per dir meglio, non la perdeva di naso.
— Andiamo — egli esclamò ad un certo punto. — Francesco ci aspetta!
— Andiamo, andiamo.
Il Monumento augurò loro buon viaggio.
E via di nuovo, per strade e viali, per viali e piazze, sulla traccia di un bimbo dalle scarpe rotte.
Signora baronessa sono proprio loro!
— Zitta, Teresa, zitta, o me li fai scappare di nuovo.
— Misericordia, ci mancherebbe altro!
— Zitta, ti dico, altrimenti ti diminuisco lo stipendio.
La vecchia serva ammutolì perché, se quando la Befana prometteva un aumento non c'era da prenderla sul serio, quando minacciava una diminuzione si poteva star certi che manteneva la parola.
Le due vecchiette avevano corso tutta la notte come disperate, a rischio di rovinare per sempre la scopa su cui volavano. Avevano ormai finito la distribuzione dei doni, e stavano per rincasare quando gli occhietti a spillo della Befana avevano attraversato il nevischio e avevano scoperto la Freccia Azzurra in piena corsa lungo la linea tranviaria che portava in periferia.
— Eccoli! — aveva detto la Befana. — E non c'è ombra di ladri. Macché rubati, quelli mi sono scappati. Birbanti, ingrati. Ma guardali!
— Signora baronessa, sono proprio loro — aveva aggiunto la serva.
— Zitta, Teresa, zitta o me li fai scappare di nuovo — aveva
esclamato rabbiosamente la Befana. — Ma questo l'ho già detto ed è inutile ripeterlo.
Le due vecchine si tenevano nascoste tra i rami, saltando da un albero all'altro con un piccolo movimento della scopa. I fuggitivi non si erano ancora accorti di nulla, anzi, una certa animazione cominciava a regnare nella carovana.
— L'odore è più forte — diceva Spìcciola — stiamo certo per arrivare.
— Ma sei sicuro che sia l'odore di Francesco?
— Non mi posso sbagliare. Questo odore di bambino povero lo riconoscerei tra mille.
E tutti trattenevano il fiato, per paura di disturbarlo.
Ad un tratto Penna d'Argento si tolse la pipa di bocca come se volesse dire qualcosa. Invece non disse nulla, ma si vedevano le sue orecchie agitarsi in tutte le direzioni come quelle dei lupi.
Uno dei cow-boys, che aveva pratica di pellerossa, corse subito ad avvisare il Capostazione.
— I pellerossa hanno sentito qualcosa.
— E con questo? Hanno le orecchie per sentire, immagino.
— Penna d'Argento mi sembra preoccupato. Forse ha fiutato qualche pericolo.
— Ah, si mette a fiutare anche lui? Ecco un treno che invece di marciare a elettricità, marcia a fiuti. E oltre a Spìcciola, che non fa altro da alcune ore, ecco che anche quel vecchio babbeo si mette a fiutare. Lasciatemi in pace. La Freccia Azzurra non si fermerà più per nessun motivo.
Qualche volta il Capostazione era un bell'ostinato. Ma dovette pur fermare il treno, ad un certo punto, perché Penna d'Argento glielo ordinò, e a Penna d'Argento nessuno poteva disobbedire.
— Insomma a che gioco giochiamo? — sbottò il Capostazione, furibondo. — Chi è che comanda, qui?
Penna d'Argento lo guardò senza batter ciglio.
— Noi avere sentito rumore. Qualcuno camminare sui rami.
— Voi essere diventato matto — gridò il Capostazione, mettendosi anche lui a parlare alla maniera di Penna d'Argento. — Perché non mandare aeroplano a vedere?
Proprio in quel momento si sentì lo scricchiolio secco di un ramo che si spezzava. Era la vecchia serva, che si era afferrata, per paura di cadere. Per sua disgrazia si era afferrata ad un ramo troppo sottile.
— Ssst! — fece la Befana. — Zitta! Non ti muovere! Resta dove sei, ci hanno sentito.
— Non posso restare dove sono, sto per cadere.
— Ti dico di restare dove sei.
— Ditelo al ramo, signora baronessa. Si sta spezzando, lo sento. Per carità, signora padrona, mi aiuti…
A sentirsi chiamare signora padrona anziché signora baronessa, la Befana montò su tutte le furie. Teresa temette che la sua padrona la volesse picchiare e si tirò indietro vivacemente, troppo vivacemente, perché perdette l'equilibrio e cadde con un grido. Cadde sulla neve e non si fece male, ma i pellerossa le balzarono addosso come un sol uomo e, piantandole nella gonna le asce a guisa di paletti, la immobilizzarono al suolo, mentre il Pilota Seduto, gettandosi in picchiata, la terrorizzava col rombo dei suoi motori.
— Torna su — gridò la Befana spaventata — torna subito sull'albero, altrimenti ti licenzio. Ti sembra il momento di giocare a fare il Gulliver?
— Aiuto, signora padrona, aiuto! Sono prigioniera degli indiani! Mi strapperanno i capelli.
Ma la Befana non se la sentiva di affrontare il combattimento. Per anni e anni i giocattoli le avevano ubbidito senza fiatare, senza muovere un dito, senza arrischiare una parola. Ma stavolta non si sentiva più sicura della propria autorità. Essi erano fuggiti di loro iniziativa e non mostravano nessuna voglia di tornare con lei, a giudicare dal modo come avevano accolto la povera domestica.
— Va bene — gridò — me ne andrò sola. Farò tutto il lavoro da sola. Ma poi non venirti a lamentare se ti diminuirò lo stipendio. Non posso mica pagarti perché tu te ne stia comodamente sdraiata in mezzo alla strada a prendere il fresco.

— Ma non sto per niente comoda, signora padrona. Non vede che mi hanno inchiodata per terra con le loro asce?
La Befana non stava più a sentire. Borbottando e bofonchiando si allontanava, sbattendo la scopa contro i rami e facendo un gran fracasso, inseguita, a prudente distanza, dal Pilota Seduto.
— Ecco, se n'è andata e m'ha lasciata sola. Oh me, poverina, come farò?
Penna d'Argento si era piantato a due centimetri dal suo naso e l'osservava con molta curiosità.
— Signor Indiano, — cominciò a pregare la povera vecchietta, — mi strapperete i capelli, vero? Non sono queste le vostre usanze?
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