Marco Buticchi - L'anello dei re

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Un attentato a New York semina il panico tra la popolazione, ma si tratta solo di un primo caso di una serie di agguati verso la popolazione musulmana. Il rivendicatore si firma “Giusto in nome di Dio” e imprime sulle sue lettere il sigillo a 6 punte del re Salomone. Si alternano quindi le vicende dei possessori dell’anello. Dalla Venezia del 1300 si passa al fronte carsico della Grande Guerra e poi fino alla dittatura di Ceausescu in Romania.Questi flash-back si alternano alla ricerca del “Giusto” da parte di Oswald Breil e Cassandra Ziegler. Dopo numerosi colpi di scena , intrighi di potere, di cui sono protagonisti anche personaggi realmente esistiti, i protagonisti riescono a scoprire la vera identità del “Giusto” e evitare l’ennesimo massacro.

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Oswald ripercorse, indicandole con un dito, le prime cinque stazioni della Via Crucis. Si fermò alla sesta e guardò Sara. «Ricordi, Sara? Le Equidistant Letter Sequences? Qual era il risultato dell’enigma? La sesta stazione!» Così dicendo Oswald brandeggiò il martello e colpì con forza il muro, proprio tra le lettere V e I che componevano il numero sei in caratteri romani. La parete rispose con un tonfo sordo, a riprova che il punto corrispondeva a una cavità nel muro perimetrale della chiesa.

Oswald diede una seconda martellata e la sottile parete di mattoni cedette.

«In questo vano segreto», continuò Oswald, «oltre al vero sepolcro di Vlad III l’Impalatore, credo che troveremo il ‘lasciapassare per il futuro’ del principe di Valacchia e il leggendario tesoro di Dracula. Ho già preavvertito le autorità rumene. Tra circa un’ora saranno qui per prendere in consegna quello che, se non mi sbaglio, è un tesoro dal valore incalcolabile.»

Breil stava per sferrare un altra martellata quando una voce lo bloccò. «Basta così, dottor Breil. A questo punto lei ha detto tutto ciò che volevo sapere, anche se con alcune imprecisioni. La più evidente è che non saranno le autorità rumene a impossessarsi del tesoro, ma io stessa.»

Tutti si volsero verso il luogo da dove proveniva la voce. Fu Bernstein il primo a riprendersi dallo stupore: «Bors! Il colonnello Bors!» esclamò l’ufficiale del Mossad.

«Sì, capitano, ma può chiamarmi con il nome che mi hanno dato i miei genitori: Jenica Bàlaj.»

Il silenzio all’interno della chiesa di Snagov ora era assoluto. Ed era un silenzio denso di paura.

«Tutto quello che lei ha detto, dottor Breil, corrisponde a verità. Le manca, però, il rovescio della medaglia, e io sono e sarò la sola custode di quei segreti. Glieli racconterò. Li racconterò a voi tutti, dato che nessuno di voi potrà mai divulgarli. Non ci volle molto ai miei genitori, spie per conto dei paesi del blocco comunista negli Stati Uniti, a individuare la residenza di Minhea Petru in America. Penetrarono nella sua camera all’ottavo piano dell’hotel Plaza e recuperarono l’Anello dei Re. Tramortirono quindi il principe rumeno, gli versarono addosso un paio di bottiglie di liquore e facilitarono il suo volo fuori dalla finestra. Riuscirono anche a trafugare dalla villa di un divo di Hollywood, Béla Lugosi, l’antico forziere portagioie: la vita è spesso strana, amici miei. Pensate che nessuno aveva intaccato la fortuna contenuta nel cofanetto: il tesoro era passato di mano in mano attraverso i secoli ed era rimasto intatto. Allo stesso modo si comportarono i miei genitori, anche perché pochi giorni più tardi furono arrestati. Mia madre venne prosciolta poco dopo e mi ha cresciuto istillandomi nel cuore il desiderio di vendetta nei confronti delle persone che mi avevano privato di un padre e di un tesoro. Era desiderio di vendetta quello che mi spinse a sedurre suo padre — peraltro un amante alquanto modesto —, Oswald. Era desiderio di vendetta quello che mi fece sedere alla guida di un autoarticolato e travolgere l’auto in cui i suoi genitori viaggiavano. È desiderio di vendetta quello che mi ha portato qui, a recuperare quello che mi spetta.»

Oswald capì che Jenica Bàlaj era determinata a raggiungere il suo scopo e che per fare ciò avrebbe compiuto una carneficina. I muscoli del piccolo uomo si tesero: avrebbe tentato il tutto per tutto e avrebbe cercato di fermarla.

Jenica non si lasciò sorprendere, e puntò la canna al torace del piccolo uomo prima che questi scattasse in avanti: «Lei è il primo a non servirmi più, Oswald Breil».

Il colpo della pistola lacerò il silenzio della chiesa come una bestemmia urlata in un luogo sacro. La giacca di Oswald parve esplodere all’altezza del cuore. Breil si fermò a mezz’aria, rinculò, quindi cadde a terra.

Sara si girò su se stessa: tutto quello che stava accadendo le sembrava irreale.

La giovane ricercatrice romana si scagliò contro Jenica Bàlaj come una furia. Non le importava di morire. Voleva solo vendicare il compagno di tante battaglie, l’amico dei momenti tristi e di quelli felici, la carica che l’aveva fatta sentire viva in mille e mille occasioni. Mentre Sara si gettava contro l’ex colonnello della Securitate, capì che c’era qualche cosa di più profondo che la legava a Oswald Breil. Quasi non si accorse del proiettile che le attraversava le carni.

E questa volta fu Jenica a essere colta di sorpresa: Sara Terracini le si era avventata contro con l’agilità e la ferocia di una pantera. Jenica aveva esploso un primo colpo senza prendere la mira e, mentre si preparava a sparare di nuovo, la mano di Bernstein calò su quella della donna con la forza di un maglio di acciaio. La pistola cadde a terra. Il capitano del Mossad cercò di impossessarsene, e la stessa cosa fece il colonnello Bors.

Bernstein non aveva i tratti né i modi di un agente segreto, anzi assomigliava assai più a un impiegato di banca. Un agente addestrato come la Bors, seppure donna e non più giovane, avrebbe potuto avere facilmente ragione di lui.

La pistola che Jenica stringeva sparò una terza volta, mentre lei e Bernstein erano impegnati in un furioso corpo a corpo. Il capitano israeliano stralunò gli occhi, si portò la mano al ventre in attesa di sentirla riempirsi di sangue. Fu invece Jenica Bàlaj a irrigidirsi. Un rivolo uscì dall’angolo della bocca dell’ex agente rumeno. Il corpo del colonnello Bors-Bàlaj-Mantu si accasciò senza vita sopra l’ufficiale del Mossad.

Sara Terracini si strinse con la mano destra il braccio sinistro poco sotto la spalla. La ferita non era grave: il proiettile le aveva solamente attraversato il muscolo da parte a parte. Si mosse verso Oswald mentre la disperazione cresceva in lei.

Breil giaceva immobile. Il foro di entrata del proiettile era visibile al centro del torace. Aveva sul volto il pallore della morte. Sara si gettò su di lui.

Dimentica della sua ferita, sollevò il capo di Oswald dal freddo pavimento e se lo appoggiò in grembo. Non riuscì più a trattenere le lacrime e, con la voce scossa dai singhiozzi, disse: «No! Non è giusto! Non ci siamo ancora detti tutto. Te ne prego, Oswald, non te ne andare… Come farò senza di te? Tu sei la mia vita, tutto quello che ho. Tu sei l’unica persona capace di farmi sognare, rabbrividire, vivere… tu sei l’unica persona che amo… sì, io ti amo, piccolo uomo. Non puoi lasciarmi proprio adesso. Non ne hai il diritto». Il suo pianto disperato si alzò tra le volte della piccola chiesa.

Bernstein si asciugò le lacrime che gli rigavano le guance e accarezzò i capelli della donna.

«Non c’è più nulla da fare, Sara. Dobbiamo rassegnarci: la parte più importante della nostra vita non tornerà più.»

Una piccola scatola in argento, recante l’esagramma di Salomone intarsiato in oro, apparve davanti ai loro occhi come fosse una visione. La mano di Oswald Breil la sorreggeva, mentre l’altra indicava una profonda scalfittura provocata dal proiettile proprio al centro della stella a sei punte.

«L’avevo infilata nella tasca interna della giacca per darla a te, Sara, dopo averci messo dentro l’Anello dei Re. Quell’oggetto ti appartiene e io volevo restituirtelo», disse Oswald con la voce ridotta a un sussurro. «Credo che il Re dei Re abbia voluto salvarmi la vita: la corsa del proiettile è stata deviata dalla custodia dell’anello. Ho un forte dolore al petto e respiro a fatica: credo di avere un paio di costole fratturate, ma non penso che ci sia altro di cui dobbiamo preoccuparci.»

Sia Sara che Bernstein lo guardarono increduli, mentre Oswald continuava: «Il sogno di tutti i vivi è quello di prendere parte al proprio funerale. Alla luce delle attestazioni inconfessabili che ho ricevuto, credo che non mi dispiacerebbe morire ogni giorno».

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