Emilio Salgari - La caduta di un impero
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Gli sikkari invece, tiratori meravigliosi, colpivano in pieno, gettando a terra, ad ogni scarica, parecchi uomini, se non uccisi almeno bene mitragliati. Yanez e Tremal-Naik, temendo qualche brutta sorpresa da parte di quelli che si trovavano nel tempio, e che da un momento all’altro erano diventati più muti dei pesci, sparavano qualche colpo attraverso il finestrone per avvertirli che anche da quella parte vegliavano.
I paria, se hanno l’impeto delle razze veramente selvagge, non sono mai stati guerrieri, quindi non potevano tenere testa a quel gruppo d’uomini, che dall’alto del tempio li tempestavano di pallettoni. E poi, come abbiamo detto, non dovevano avere nessuna pratica delle armi da fuoco, usando essi di solito le armi bianche e le frecce avvelenate. Tuttavia, malgrado la gragnuola che li colpiva e che li faceva urlare come vere belve feroci, sempre sparando, si erano spinti fino dinanzi alla porta maggiore della pagoda, ma non si erano sentiti in grado di tentare di raggiungere gli sikkari, i quali, con grande calma, celati dietro le trombe degli elefanti, rispondevano.
Tentarono ancora una breve resistenza, poi crivellati dalla mitraglia, si salvarono a corsa sfrenata nella boscaglia, lasciando dietro di loro qualche morto.
«Corpo di Giove!…» esclamò Yanez, dopo d’aver sparato un ultimo colpo entro la pagoda. «Finalmente se ne sono andati quei noiosi. Se Sindhia conta su questi uomini, avremo facilmente buon giuoco». «Ed è per questo che il furbo ti porta via i rajaputi» disse Tremal-Naik. «E li paga coi denari che gli passava mia moglie per curarsi!…»
«Oh!… Ne avrà avuto ben altri. Tutti questi principi indiani hanno il loro tesoro nascosto accuratamente».
«Lo so: Sindhia non deve aver lasciato l’Assam senza portarsi dietro una fortuna, forse il tesoro di guerra che sarebbe spettato a mia moglie».
Mentre parlava, Yanez aveva accesa la miccia della bomba. Aveva veduto i paria ricomparire sul margine della foresta, e voleva impressionarli con un formidabile scoppio. Si alzò, misurò la distanza, poi lanciò la latta piena di polvere e di proiettili. «Dovevi aspettare» disse Tremal-Naik. «Poteva esserci più utile più tardi». «Sai che cosa io ho udito?» «Non so». «Il barrito d’un elefante». «Che il cornac ritorni con Sahur?»
In quel momento la bomba scoppiò con un fracasso spaventevole, sollevando una grande fiammata ed una fitta nuvola di fumo. Gli alberi vicini furono sradicati e poi incendiati, ma la peggio toccò ai paria i quali, completamente disorganizzati, per la seconda volta se la diedero a gambe, rifugiandosi nuovamente nel folto della foresta.
«Sahur!…» gridò in quel momento Tremal-Naik. «Conosco il suo barrito. Sta per giungere». «Come vedi, non mi ero ingannato» disse Yanez. «Hai l’orecchio ben fino».
«Sono sempre un Tigrotto della Malesia, quantunque sia diventato maharajah» rispose il portoghese, sorridendo. «Presto, discendiamo. L’elefante sta per giungere».
Ricaricarono le armi, si aggrapparono alle corde e si calarono dinanzi alla porta maggiore del tempio.
Degli alberi bruciavano stentatamente, mandando più fumo che fiamme. Era una fortuna, poiché gli sikkari rimanevano quasi nascosti dietro a quei nuvoloni che a poco a poco si dilatavano, essendovi anche non poche piante gommifere. Al di là, oltre quel velame fumigante, le carabine dei rajaputi, adoperate fortunatamente da quei maldestri paria, tuonavano sempre, senza che si sapesse dove le palle andassero a finire. Probabilmente sparavano ancora contro il finestrone, credendo che il maharajah ed i suoi compagni si trovassero ancora nascosti fra le gigantesche proboscidi degli elefanti. Yanez gettò uno sguardo intorno, ascoltò un momento, poi disse: «Al trotto!… Sahur si avvicina!…»
Si slanciarono tutti attraverso la foresta, fiancheggiando però sempre l’imponente pagoda e, dopo d’aver percorsi oltre duecento metri, si arrestarono in mezzo ad una foltissima macchia.
«Yanez» disse Tremal-Naik. «Hai udito per caso il barrito degli elefanti di pietra? Non vedo giungere nessuno».
«Per Giove!… Io ho udito!…» rispose il portoghese. «Ti dico che un elefante vivo poco fa galoppava verso la pagoda». «Che si sia fermato in qualche luogo?»
«È probabile. Il cornac ha paura dei paria e non dobbiamo rimproverarlo. Eh!… Odi?» «Sì, un barrito!…» «Ed a pochi passi da noi». «Si è fermato e ci aspetta». «E se fosse montato da rajaputi?»
«Noi non li risparmieremo, Tremal-Naik!» rispose Yanez, con rabbia. «Sono troppo stanco di tradimenti… Per Giove! Che cos’è questo fracasso? Si direbbe che quindici o venti elefanti si precipitino attraverso la foresta tutto atterrando sul loro passaggio». «E quei pachidermi saranno i tuoi che cercano di dare la caccia al cornac». «Ah!… La vedremo!…»
Colle mani fece portavoce e per tre volte, mentre dietro la nuvolaglia di fumo continuava a rombare la moschetteria, gridò: «Chi viene a salvare il maharajah dell’Assam? Mille rupie guadagnate».
Aveva appena pronunciate quelle parole quando si vide Sahur, col suo valoroso cornac, uscire da una folta macchia ed avanzarsi rapidamente. «Montate, Altezza!…» gridò il conduttore, gettando la scala. «Sono inseguito». «Dai rajaputi?» «Dai vostri elefanti montati non so da quali briganti».
«Su, in alto!…» gridò Yanez, spingendo prima i due prigionieri che non voleva assolutamente perdere.
In un momento furono nella cassa, rovesciarono la cupoletta per poter aver maggior campo per servirsi delle carabine, ed il bravo elefante, quantunque dovesse aver fatto una lunga corsa, si slanciò a corsa sfrenata, rasentando le nuvole di fumo.
I paria, udendo i barriti si erano precipitati fuori della macchia, ma otto colpi di carabina li decisero subito a scappare. D’altronde Sahur caricava sfrenatamente, menando colpi di proboscide a destra ed a sinistra.
Guai se si fossero trovati sul passaggio di quell’intrepido bestione che non temeva né belve né uomini.
In lontananza intanto si udivano barrire molti altri elefanti, e rombavano dei colpi di carabina.
«Non temete, Altezza» disse il cornac di Sahur. «Abbiamo un vantaggio di almeno un miglio, e questa bestia è la più rapida di quelle che possedevate. Ora che vi ho ritrovati non ho più paura, e vi prometto di condurvi alla capitale prima ancora che spunti l’alba». «Come hai fatto ad impadronirti di questo bravo elefante?»
«Ho semplicemente fischiato. Tutti i pachidermi stavano sdraiati intorno alle rive d’uno stagno, divorando…»
«Il séguito dopo!…» gridò Yanez, balzando in piedi. «Queste canaglie di paria, pare impossibile, hanno nelle loro vene qualche goccia di sangue di guerrieri. Non mi sarei mai immaginato che fossero così coraggiosi!»
Trenta o quaranta indiani, armati chi di carabine e chi di cerbottane, si erano slanciati fuori della boscaglia a corsa sfrenata, cercando di tagliare la via all’elefante.
Giungevano però troppo tardi, poiché Yanez, Tremal-Naik e gli sikkari, avevano avuto il tempo di ricaricare le carabine. Una scarica formidabile, lanciata da mani sicure, apriva una vera breccia attraverso a quei poveri combattenti, che forse armeggiavano per la prima volta colle armi da fuoco. Sahur, il formidabile elefante, si cacciò dentro l’apertura, e trovato sul suo passaggio un paria che non aveva fatto a tempo di fuggire, lo afferrò colla proboscide, con una formidabile stretta gli spezzò le costole, poi lo scaraventò contro il tronco d’un albero, sfracellandolo. Il passo era libero. I paria, spaventati dalla carica furiosa dell’elefante, erano scappati come nilgò, rifugiandosi nella folta foresta.
«Per Giove!…» disse Yanez, dopo di aver sparato un ultimo colpo di carabina. «Non sono troppo solidi i guerrieri di Sindhia». «Ed è per questo che porta via i tuoi rajaputi» rispose Tremal-Naik.
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