Emilio Salgari - La caduta di un impero
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«Che cosa volete che facciamo, signor sacerdote, con questo caldo?» disse Kammamuri. «Non si può nemmeno dormire». «Vi guasterete l’appetito».
«Oh, no, e voi vedrete che quando giungeremo alla fermata noi faremo onore alla colazione che abbiamo ordinata». «Vi siete giurati di farmi arrabbiare». «Cambiate scompartimento, signore».
«Vi sono troppi inglesi negli altri carrozzoni, ed io non mi ci trovo con quei signori che ci guardano dall’alto in basso».
«Allora dovreste imitarci. Volete qualche sigaretta? Il tabacco dell’Assam è più fino e più gustoso di quello del Bengala». «I bramini non devono fumare».
«Ah, è vero» disse Kammamuri un po’ ironicamente, poiché sapeva che nelle loro case, e anche nei loro templi, ne usavano e assai largamente. «Qui non vi è nessuno che vi possa vedere». «E voi, chi siete?» «Ma noi, signor sacerdote, chiuderemo tutti quattro gli occhi». «Voi avete voglia di scherzare, mentre io sono invece assai preoccupato». «Per la disgrazia che voi supponete debba succedere?»
«Sì, mio principe» rispose il bramino. «Più che ci penso, il mio cervello mi ripete sempre che prima che noi arriviamo a Calcutta dovrà succedere qualche cosa di terribile».
«Io sono invece perfettamente tranquillo, signor sacerdote, poiché io ho piena fiducia in questo treno e nel suo personale. Se avete paura fermatevi alla prima stazione e tornate indietro» disse Kammamuri.
«È impossibile. Devo trovarmi nella regina del Bengala per fare i funerali ad un mio ricchissimo parente il quale non si sarà dimenticato, prima di morire, di pensare un po’ anche al suo nipote bramino».
«Allora, signor sacerdote, gettate da parte le cattive previsioni e andate a raccogliere l’eredità. Ecco che il treno fischia e rallenta. Siamo già a Bogra, e mi pare di sentire un buon profumo di colazione. Anzi, se vorrete tenerci compagnia, noi ne saremo ben lieti».
«Accetto il vostro invito, ma io non mangerò all’inglese. Mi accontenterò di un po’ di carne e di un piatto di verdura cucinata nell’olio di cocco». «Voi farete, signor sacerdote, come vorrete, e penseremo noi a pagare». La macchina fischiava furiosamente, mentre il treno continuava a rallentare.
Tutti i viaggiatori erano usciti sulle gallerie. Vi erano dei funzionari, per la maggior parte vecchi, che tornavano colle loro famiglie dalle stazioni di montagna del Sikkim, pochi ufficiali e molti negozianti invece che avevano già fatto le piazze dell’alta India e certamente con buona fortuna. Erano una novantina e fra loro non si trovava nessun indiano.
Il treno attraversò una piccola foresta di cocchi, poi giunse improvvisamente dinanzi alla stazione, dove si fermò con una scossa violentissima, che gettò i viaggiatori l’uno addosso all’altro.
Bogra non era allora che un semplice villaggio formatosi intorno ai bungalow della stazione, assai eleganti questi e molto ben tenuti, scendendovi sempre numerosissimi viaggiatori. Aveva anche una piccola guarnigione formata da due dozzine di sipai, forze sufficienti per tenere lontani i briganti delle foreste.
Sotto una vasta tettoia erano stati preparati i tavolini, coperti di candide tovaglie, e vi si aggiravano i servi dell’albergo, tutti indiani, pronti alle chiamate.
Kammamuri, Timul ed il bramino lasciarono che si accomodassero prima gli inglesi, poi presero posto ad una tavola collocata sotto un folto banano che sorgeva di fronte al bungalow centrale e che spandeva un’ombra deliziosa.
Dovendo il treno fermarsi tre ore, potevano mangiare tranquillamente, senza troppa fretta e anche molto chiacchierare.
I due pretesi principi assamesi che avevano già fatto telegrafare dal servo dell’albergo, che viaggia sempre sui treni, furono serviti quasi contemporaneamente agli inglesi, e non si fecero pregare per attaccare l’abbondante colazione a base di carne, di patate e di banani arrostiti, con burro freschissimo e panini bene arrostiti e birra eccellente.
Il bramino, colla scusa di andare in cucina a chiedere notizie del suo carri e del suo piatto di verdura, lasciò il maharatto ed il giovane cercatore di piste, e dopo d’aver fatto un giro sotto la tettoia, si avvicinò alla macchina che ronfava sordamente.
Il macchinista, scorgendolo, era subito balzato a terra, dopo d’aver dato ordine al fuochista di preparare qualche cosa da mangiare. «Dove sono i vostri uomini, signore?» chiese al bramino. «Stanno per finire la loro colazione». «Non hanno nessun sospetto su di voi?»
«Assolutamente nessuno. Anzi, stiamo per diventare un po’ amici. È giunto il messo di Sindhia?» «Sì, ed è anche ripartito. Non osava avvicinarvi per paura di tradirvi». «Forse ha fatto bene. Quali nuove abbiamo dunque?»
«Nella città della frontiera meridionale l’insurrezione è già scoppiata, e delle forze considerevoli stanno organizzandosi per muovere verso la capitale. Disponiamo di venti elefanti presi al nemico mediante un ben architettato tradimento. Credo che la rhani ed il maharajah bianco avranno fra poco molto da fare. Voi impedite che quei due pretesi principi si rechino a Calcutta, perché si dubita che vadano ad arruolare della gente. Sarà il fuoco che taglierà loro la strada, se tutto sarà pronto nella Jungla Gialla. Vi sono trenta uomini imboscati i quali, appena il treno apparirà, incendieranno i vegetali che in questa stagione sono estremamente secchi. Voi sapete quello che dovete fare». «Se scappo, come potrò sorvegliare quei due uomini?» «Cercate di farli discendere con voi».
«Hum!… Dubito assai» disse il bramino. «Non credono alla disgrazia che io ho profetizzata». «E allora lasciamoli bruciare» disse il macchinista. «Non saranno soli».
«Io cercherò di condurli con me, ma come ho detto dubito assai. Vado a fare colazione. A mezzanotte sarò pronto». «Avete delle armi?» «Due pistole».
«Ditemi un po’: fumano quei principi? So che gli assamesi sono tutti grandi distruttori di tabacco». «Mi hanno affumicato come se fossi un vecchio sciacallo». «Potreste tentare un colpo, signore». «Fa’ presto. La mia colazione si raffredda».
«Prendete questo porta-sigari. Vi sono dentro dei Londres che nascondono, sotto l’odorosa foglia, un sottile strato d’oppio. Se fumano, si addormenteranno e non avranno più il tempo per uscire dalla fornace che i nostri preparano al treno. A questa notte, signore. Io ed il fuochista saremo pronti a raccogliervi ed a proteggervi».
I due furfanti si scambiarono un ultimo sguardo, poi il bramino fece il giro dei bungalow per non farsi troppo notare, e giunse finalmente al tavolo occupato da Kammamuri e da Timul.
«Signor sacerdote», disse il maharatto, che stava scortecciando un superbo ananasso «la vostra colazione è giunta prima di voi ed è già fredda».
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